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A proposito di due lettere al papa sulla guerra

Un soldato di religione ortodossa, ucraino, sotto assedio a Mariupol’, ha scritto al papa. Una lettera toccante, però anche inquietante. Perché non ha scritto al segretario generale dell’Onu? Probabilmente perché, come tutti, sa che l’Onu è una non realtà. Poco dopo, al papa ha scritto anche Lucia Annunziata, dalle colonne della “Stampa”. Di certo Annunziata ha ritenuto di esprimere idee di persone che non pongono la fede al centro del loro percorso. A maggior ragione, viene spontaneo domandarsi: e allora perché non rivolgersi al segretario generale dell’Onu, o al presidente del suo Paese di residenza? “Faccia qualcosa” – è questa la sostanza che emerge da entrambe le lettere. Quasi che ciò che ha fatto sia già sparito, con tutto quel che ne è seguito. E che cosa ha fatto? Ha semplicemente scelto di affidare la Croce, in occasione della tredicesima stazione della via crucis del venerdì santo, a una donna ucraina e a una donna russa. È quella, infatti, la stazione della deposizione dalla Croce. Apriti cielo!

La risposta più diffusa, giunta non solo dai Paesi più direttamente coinvolti, è stata: “Equipara il non equiparabile”. Oppure: “Mette sullo stesso piano il dolore della vittima e il dolore del carnefice”. Già, sullo stesso piano. Ma solo questa equiparazione scandalosa ha consentito a un volto russo di riconoscere il dolore ucraino, chiamato e definito come tale. Eppure di questo riconoscimento – che è negato dalla Russia e sta all’origine del conflitto – si è detto poco. E se il soldato ucraino non lo cita è comprensibile, perso com’è nell’agghiacciante realtà di Mariupol’. Ma questo accade anche perché i vertici delle Chiese ucraine non lo hanno fatto risuonare fin laggiù. Comprensibile. Meno comprensibile è il nostro sorvolare, bisognoso piuttosto di un papa Superman che va a fermare la guerra, o forse il diavolo, che lì si manifesta e ci tormenta.

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