È un cantiere aperto la Cisgiordania palestinese occupata, tra nuovi percorsi “turistici”, strade che si allargano, colonie sempre più numerose e popolose. Tutto a uso esclusivo dei coloni israeliani e a discapito degli abitanti palestinesi. Interi villaggi sono diventati ostaggio degli insediamenti e di una violenza che non aveva mai raggiunto questi livelli. Nei primi ventiquattro giorni della raccolta delle olive, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha documentato 125 aggressioni fisiche dei coloni contro i contadini palestinesi e 168 furti del raccolto, con militari israeliani presenti in almeno un quarto dei casi. E sta scomparendo la distinzione tra aree sotto controllo palestinese e aree sottoposte al regime militare israeliano. Nel rapporto di agosto, la stessa associazione rilevava che il 62,6% degli episodi di violenza registrati, dall’inizio dell’anno, era avvenuto nelle aree A e B: le prime sottoposte all’amministrazione civile e al controllo della sicurezza palestinesi, le seconde all’amministrazione civile palestinese e al controllo militare israeliano.
Le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), guidata dall’ormai novantenne Abu Mazen, non si vedono mai durante i raid dei coloni né durante quelli dell’esercito. Nonostante ciò che sta avvenendo, negli ultimi anni, l’Anp continua a onorare gli accordi di cooperazione con Tel Aviv, e, solo poche settimane fa, ha nuovamente posticipato le elezioni legislative, che non si tengono in Palestina dal 2006. È diffusa l’opinione, tra i palestinesi delle aree A, che i militari di Tel Aviv avvisino la polizia dell’Anp prima di giungere sul posto, così che non si faccia trovare.
Le incursioni raggiungono anche Beit Sahour, una cittadina a maggioranza cristiana nei pressi di Betlemme, i cui abitanti per anni non hanno visto un solo soldato israeliano. Oggi l’esercito arriva con le camionette fino al centro del paese, senza fare altro che mostrare la propria presenza. “Lo fanno sempre più spesso negli ultimi mesi – ci hanno spiegato da Beit Sahour – senza una ragione, solo per farci sentire sotto pressione e farci abituare al fatto che stiano qui”. La polizia dell’Anp fa lo stesso nei giorni in cui non c’è l’esercito: giunge in paese con quattro o cinque agenti armati che girano per le strade del centro. Ma intanto anche a Betlemme, che si trova a pochissimi chilometri da Gerusalemme, gli insediamenti si allargano, i coloni occupano le case, il governo pubblica programmi per inglobare tutta la terra che c’è, tra un insediamento grande e i nuovi minuscoli outpost. Le carovane di coloni che arrivano a occupare nuova terra non scelgono, infatti, zone qualsiasi. I due nuovi outpost dell’area di Betlemme sono perfettamente allineati con la colonia di Har Homa, sulla collina palestinese di Jabal Abu Ghneim. E in mezzo ci sono una valle verde, ampia e bella, e le piscine di Salomone, un luogo vissuto dalle famiglie della zona e ora a uso esclusivo dei coloni, che scendono dagli insediamenti e aggrediscono gli avventori.
La situazione peggiora anche a sud e a nord della Cisgiordania. Nell’area di Hebron i villaggi dell’area di Masafer Yatta sono travolti giorno dopo giorno, senza sosta, dagli attacchi dei coloni e dalle demolizioni dell’esercito israeliano. A nord, invece, i trentamila sfollati dei campi profughi, cacciati dall’operazione militare cominciata a gennaio 2025, rimangono senza una casa né un supporto. Tel Aviv rende sempre più difficile la presenza delle Ong e delle agenzie dell’Onu che dovrebbero occuparsi dei profughi, per i quali, stando alle recenti dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, non arriverà mai il momento del ritorno a casa. Doveva essere infatti un’operazione temporanea, ma oggi i vertici militari rivendicano l’occupazione permanente dei campi profughi palestinesi. Questo significa anche che nelle città limitrofe, come Tulkarem, Jenin e Nablus, la presenza di droni e di soldati è diventata continua.
E accanto alla presenza fisica dei coloni nella Cisgiordania occupata esiste quella percepita, costruita in vari modi, uno dei quali è l’apposizione di migliaia di bandiere israeliane lungo le arterie principali che collegano il nord al sud del territorio palestinese. Bandiere nazionali e di gruppi estremisti ultraortodossi e ultrareligiosi, che pretendono il controllo totale della Palestina storica. Ma anche cartelloni elettorali, tantissimi, soprattutto della coppia Ben Gvir-Tally Gotliv, il suprematista ebraico e l’ex esponente del Likud che minacciava di bombardare le case palestinesi con bombe “non intelligenti”. E poi Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze che rivendica l’ebraicizzazione della Cisgiordania, di Gaza e della stessa Israele (con la costruzione di insediamenti riservati agli ebrei anche all’interno dei confini nazionali).
Nel dibattito per le elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre, la Palestina esiste solo come spettro da sventolare per racimolare voti o denigrare l’avversario politico. “La destra o la Palestina”, recitano i manifesti del Likud del premier uscente Benyamin Netanyahu. E anche l’opposizione rassicura gli elettori: nessuno Stato palestinese all’orizzonte. Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che guida il principale partito avversario del premier, ha persino rovesciato lo slogan, accusando Netanyahu di essere proprio colui che potrebbe far nascere uno Stato palestinese, avendo sostenuto in passato la soluzione dei due Stati. Lui, invece, rivendica di non averla mai voluta. Sul quotidiano israeliano “Haaretz”, un’analisi della campagna elettorale descrive una destra impegnata a combattere un progetto che nessuno dei suoi principali avversari propone.
Quanto ai numeri, Netanyahu può perdere, ma chi lo sfida potrebbe non riuscire a sostituirlo. Il sondaggio di Channel 12, pubblicato il 21 ottobre, assegna 55 deputati all’opposizione sionista e 51 al blocco del premier: entrambi sotto i 61 necessari alla maggioranza. Altre rilevazioni presentano scarti piccoli e talvolta più ampi nel peso dei singoli partiti. Il problema resta trovare gli alleati. Le liste arabe potrebbero fornire i seggi mancanti, ma Netanyahu, e gran parte dei leader dell’opposizione, hanno promesso di non allearsi con loro. Una promessa, c’è da dire, che dopo il voto potrebbe essere tradita. Intanto si contrattano già i ministeri. Smotrich ne ha offerto uno a Ofer Winter perché ritiri la sua lista di estrema destra, Amcha Yisrael. La lista rischia di non superare la soglia di sbarramento e la maggioranza teme che finisca per disperdere voti utili all’alleanza pro-Netanyahu. Winter resiste e pretende di portare in parlamento il proprio programma, che comprende l’allontanamento dei palestinesi da Gaza. Eisenkot, sull’altro fronte, promette che non governerà con Netanyahu, nemmeno dividendosi con lui il mandato, ma non esclude un accordo con il Likud senza il suo leader.
Dopo il voto, potrebbero quindi aprirsi tre strade: accordi trasversali, un tentativo di governo con sostegno esterno arabo, oppure uno stallo. “Purtroppo, al momento non abbiamo un partner per la pace in Israele”, ha dichiarato il 20 ottobre Majed al-Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, uno dei Paesi mediatori nei negoziati su Gaza. Intervistato dall’Associated Press a Doha, ha invitato a guardare le dichiarazioni di tutti i candidati, chiedendo se qualcuno, nella maggioranza o nell’opposizione, parlasse di pace con i palestinesi e di stabilità della regione. In effetti, dall’opposizione, Naftali Bennett, ex dirigente del movimento dei coloni, continua a respingere l’indipendenza palestinese. E Yair Lapid, che corre insieme a lui, ha messo da parte il sostegno ai due Stati. Avigdor Lieberman propone addirittura di legare la Cisgiordania alla Giordania attraverso una confederazione. E persino Yair Golan, alla guida dei Democratici, conserva la prospettiva di uno Stato palestinese solo spostandola in un futuro abbastanza lontano da non disturbare la campagna. Le voci palestinesi ci sono, nelle liste arabe, e chiedono diritti e uguaglianza. Sono proprio quelle che i possibili vincitori preferiscono tenere fuori dalle alleanze.
Certo, i due schieramenti non sono privi di differenze. Eisenkot promette di contrastare le aggressioni dei coloni e smantellare gli avamposti non autorizzati. Per il diritto internazionale tutte le colonie in terra palestinese occupata sono illegali, ma Israele distingue tra insediamenti autorizzati e avamposti “non riconosciuti”. L’ex capo di stato maggiore si oppone anche al progetto E1, che compromette la continuità territoriale della Cisgiordania. La colonizzazione resta però accettabile, purché autorizzata dallo Stato che occupa quella terra. Anche le parole scelte per condannare le violenze sono significative. Eisenkot parla di “terrorismo ebraico”, sostenuto dal governo, ma richiama soprattutto il danno alla legittimità internazionale di Israele. Dall’altra parte, c’è Netanyahu che continua a liquidare gli aggressori come una minoranza di facinorosi.
Su Gaza, Ben Gvir, Smotrich e Winter promettono espulsioni presentate come “emigrazione volontaria”, occupazione e colonie. Eisenkot prospetta, invece, la fine del governo di Hamas entro diciotto mesi: attraverso il piano Trump oppure con la forza. E il presidente statunitense, dopo una lunga riflessione, consegna il suo incondizionato appoggio a Netanyahu, anche se quest’ultimo ostacola i passaggi necessari all’attuazione del piano americano. Nonostante la firma degli accordi di ottobre, Tel Aviv blocca persino l’ingresso nella Striscia degli amministratori tecnocratici palestinesi che dovrebbero lavorare sotto il controllo del Board of Peace trumpiano.
Intanto l’esercito – che non ha mai interrotto gli attacchi nonostante il cosiddetto cessate il fuoco – sostiene che il disarmo di Hamas richiederà nuovi combattimenti nelle zone della Striscia ancora fuori dal controllo israeliano. Lo scrive nel rapporto rivelato da “Haaretz” e presentato anche agli ufficiali statunitensi. Washington sa bene che nessun progresso su Gaza potrà mai essere realizzato fino a quando Tel Aviv continuerà a bombardare, sparare, sequestrare. Eppure, malgrado le congetture di un allontanamento più o meno definitivo tra Trump e Netanyahu, l’endorsement del presidente ha dato nuova linfa al premier, confermando il sostegno alla politica di sangue ed espropriazione del governo.







