Chiude l’area a caldo di Taranto. E se un futuro potrà esserci per l’ex Ilva, “questo non dovrà mai più mettere a rischio la salute e l’ambiente”. Hanno sfidato la collera dei cittadini, la disperazione dei lavoratori, il tentativo di trovare una via d’uscita dei sindacati, e la strafottenza di questo governo che passerà alla storia come il governo del disastro industriale. Alla fine, le Sezioni unite della Cassazione hanno preso la decisione giusta, confermando quelle già prese da ben dodici giudici milanesi e una ventina della Corte di giustizia europea che, nel corso di questi ultimi anni, hanno dato ragione ai cittadini di Taranto che si erano rivolti a loro.
Non potevano i giudici supremi, nella valutazione del bilanciamento degli interessi prevalenti, darla vinta all’ex Ilva e al governo che l’ha sostenuta in questi quattro anni. Prevale, per la Cassazione, il rispetto del diritto e del bene supremo della vita e dell’ambiente. “A ben vedere diritto alla vita e alla salute, oltre che all’ambiente sano, non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto, perché non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti e pericolose”. Sembrano scandirlo lentamente, per ricordarlo a se stessi e agli altri: “Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro, non già sottoposto a condizioni inaccettabili per salvaguardarne il mantenimento, che va tuttavia sostenuto e perseguito con appropriate politiche economiche e sociali”. La destra di governo griderà al complotto dei giudici comunisti?
In tempi di diritti calpestati e di teoremi di ordine e manganello, i giudici supremi confermano il giuramento e l’attualità della Costituzione e dei suoi valori fondativi: “A essere contrapposto è il diritto allo svolgimento di attività imprenditoriale, che la stessa Carta fondamentale, perimetra in modo che non contrasti con l’utilità sociale, né rechi danno ai diritti preminenti alla salute e all’ambiente, oltre che alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”. Le decisioni di merito, sostiene la Cassazione, “attraverso l’articolato giudizio che ha portato all’accoglimento dell’azione inibitoria collettiva, risultano corrette e ragionevoli, anche e soprattutto alla luce della farraginosa storia di cui rappresenta il sedimento”.
Sembrano profondamente urtati i giudici supremi nel dover ricordare ai “ricorrenti”, alla ex Ilva e ai suoi “padrini” politici, “che l’accertamento svolto dai giudici di merito circa la sussistenza dei pericoli gravi e rilevanti che impongono la sospensione dell’attività, sia congruamente fondato sulle complessive risultanze istruttorie e informato al principio di precauzione, senza violare il principio di proporzionalità”.
Non spetta ai giudici supremi, alla giustizia civile o penale, risolvere gli effetti e le ricadute sul terreno industriale e sociale che una tale decisione comporterà. Ci sono ventimila famiglie che non sanno cosa accadrà domani. Loris Scarpa, responsabile nazionale della Fiom Cgil della siderurgia, commenta: “La decisione della Cassazione impone una accelerazione del piano condiviso con il governo e i commissari straordinari a Palazzo Chigi. Il governo deve convocarci al più presto”.
Adesso si apre la partita più impegnativa. Il governo dovrà assumersi le sue responsabilità fino in fondo. Ancora venerdì pomeriggio, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, non aveva voluto sbilanciarsi sul cronoprogramma delle iniziative per rilanciare il polo produttivo di Taranto, per ipotizzare il ciclo a freddo alimentato da forni elettrici e impianti di preridotto. Vedremo l’urgenza degli ammortizzatori sociali che si metteranno in campo per reggere l’urto del disastro sociale. Vedremo, nelle prossime ore, la reazione di quella Taranto che vuole la chiusura della fabbrica. Per sempre.







