• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » La nazionalizzazione unica chance per l’ex Ilva

La nazionalizzazione unica chance per l’ex Ilva

Incapace di sciogliere il nodo, il governo cerca di scaricare le responsabilità sulle opposizioni, sui sindacati e sul Comune

2 Ottobre 2025 Guido Ruotolo  1802

Nubi nere si addensano su Taranto, segnali premonitori di un drammatico uragano sociale alle porte. Con conseguenze anche politiche, con il rischio che il “campo largo” si trasformi in un campo di macerie. Il destino dell’ex Ilva è segnato. Il governo si sta impegnando a scaricare le “responsabilità” dell’eutanasia del grande mostro che sputa fuoco, e libera nell’aria fumi velenosi, sul Comune di Taranto, i sindacati, le forze sociali e politiche che sostengono davvero la “transizione ecologica” da un modello industriale del secolo scorso. I sindacati dei metalmeccanici sono sul piede di guerra. Hanno lanciato la mobilitazione dei lavoratori con assemblee in tutti i luoghi di produzione e di lavoro di Acciaierie d’Italia, con la prospettiva di uno sciopero generale.

Con questi chiari di luna – fallimento della gara per la cessione degli stabilimenti ex Ilva, incapacità di palazzo Chigi di governare la crisi del settore siderurgico –, i sindacati hanno chiesto un incontro urgente al governo per capire quale possa essere il futuro del gruppo siderurgico. Non presentandosi, in segno di protesta, all’incontro al ministero del Lavoro che doveva decidere sull’aumento del 50% della cassa integrazione speciale (da 3.062 a 4.450 lavoratori), chiesto dagli amministratori straordinari. La risposta non si è fatta attendere. Sono state approvate le richieste di aumento di cassa integrazione senza il via libera dei sindacati. E adesso si attende la risposta dei lavoratori.

I sindacati e settori delle opposizioni vedono, a questo punto, dopo il fallimento della gara pubblica, la nazionalizzazione degli impianti come unica via d’uscita per salvare produzione e forza lavoro. O meglio, per guidare la fase iniziale della transizione ecologica, con la costruzione del primo forno elettrico. Un segnale tangibile che si possono risanare tutti gli asset di Acciaierie d’Italia, quindi anche Taranto, e non solo i tubifici del Nord.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha chiuso però la strada alla nazionalizzazione: “La Carta costituzionale ­– ha detto con convinzione da Cernobbio, l’8 settembre – non prevede la possibilità di nazionalizzare le imprese siderurgiche che operano in regime di concorrenza”. Sindacati e forze politiche dell’opposizione ribadiscono che Urso male interpreta la Costituzione, e che la nazionalizzazione può essere l’ossigeno per tenere in vita l’acciaieria. Ci fossero gruppi, aziende, fondi davvero interessati ad acquistare Acciaierie d’Italia, si potrebbe anche capire la decisione di Urso. In realtà, il “pasticcione” ministro delle Imprese e del Made in Italy ha riaperto la gara per l’acquisizione di Acciaierie, consentendo all’unica società che aveva presentato un progetto di trasformazione ecologica di Taranto, il gruppo indiano Jindal, di tirarsi indietro.

E adesso che sono scaduti i termini, Urso si ritrova in mano il nulla. Solo due fondi speculativi americani che comprano aziende decotte, le rimettono in sesto vendendo gli asset e cedendo i rami secchi. E altre otto cordate o imprese che puntano ai singoli stabilimenti, tubifici, di Acciaierie d’Italia. Insomma, il tanto temuto “spezzatino” (vedi qui) si è materializzato.

Arriviamo all’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), approvata quest’estate e contestata dalle amministrazioni locali. L’Aia, in vigore per dodici anni, impone all’acciaieria di rispettare centinaia di prescrizioni, ma continuando a produrre con gli altiforni a carbone. L’associazionismo ambientalista (Peacelink) ha lanciato una sottoscrizione pubblica per presentare ricorso al Tar contro l’Aia. La novità è che i 5 Stelle chiedono al sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che ha già bocciato l’Aia, di presentare il ricorso al Tar.

Ecco dunque il “campo largo” che rischia di trasformarsi in un “campo di macerie”. Perché è fuori discussione che il governo non aspetta altro che il Comune presenti il ricorso al Tar per gridare contro il sindaco e la sua maggioranza di centrosinistra che, con il ricorso, decidono la chiusura dell’acciaieria. La maggioranza, che ha appena eletto Bitetti sindaco, rischia così di deflagrare. Dopo il voto nelle Marche, un segnale suicida del “campo largo” alla vigilia delle regionali in Puglia.

Mentre si avvicina la fine della storia del mostro che sprigionava lingue di fuoco, e degli altiforni che trasformavano la lava (ghisa) in acciaio, a Taranto sono sfumati millecinquecento nuovi posti di lavoro nel settore delle fonti energetiche alternative. Renexia aveva deciso di aprire a Taranto un impianto di produzione di turbine eoliche (cinquecento milioni di euro di investimenti e millecinquecento occupati). Adesso ha deciso di costruirlo in Abruzzo. E guarda al futuro dell’ex Ilva. Se dovesse partire la decarbonizzazione dell’acciaieria, Renexia si candida a realizzare una centrale termoelettrica da seicento megawatt e tre forni elettrici per l’ex Ilva. Sempre se.

1.753
Archiviato inArticoli
Tagscampo largo ex ilva Guido Ruotolo nazionalizzazione

Articolo precedente

Dove approda Flotilla

Articolo successivo

La Palestina e il Vietnam

Guido Ruotolo

Articoli correlati

Adolfo Urso, una poltrona che traballa

Incubo primarie

Ex Ilva, l’ennesima farsa

Quando Mulè confezionava “La pupa e i pupari”

Dello stesso autore

Adolfo Urso, una poltrona che traballa

Ex Ilva, l’ennesima farsa

Quando Mulè confezionava “La pupa e i pupari”

Ex Ilva, bandiera bianca del governo

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Tajani cameriere di casa Berlusconi
Rino Genovese    13 Aprile 2026
Trump: “Un’intera civiltà scomparirà questa notte…”. Poi una tregua
Rino Genovese    8 Aprile 2026
Mala Pasqua (sotto il segno di Piantedosi)
Rino Genovese    7 Aprile 2026
Ultimi articoli
La nuova centralità diplomatica del Pakistan
Marco Santopadre    14 Aprile 2026
Orbán va a casa, l’Ungheria torna “normale”
Vittorio Bonanni    13 Aprile 2026
L’Estonia, i russi e l’apartheid 
Vittorio Bonanni    10 Aprile 2026
In Libano nessuna tregua
Eliana Riva    9 Aprile 2026
La tratta degli schiavi crimine contro l’umanità
Luciano Ardesi    8 Aprile 2026
Ultime opinioni
Una critica delle primarie
Claudio Bazzocchi    10 Aprile 2026
I giovani e la loro prudenza attiva
Stefania Tirini    26 Marzo 2026
Referendum, grande vittoria del “no”
Stefania Limiti    23 Marzo 2026
Dubai, un mare di guai…
Agostino Petrillo    5 Marzo 2026
Regressione
Agostino Petrillo    27 Febbraio 2026
Ultime analisi
Pnrr a fine corsa. Dopo l’estate il vuoto?
Paolo Andruccioli e Paolo Barbieri    7 Aprile 2026
La lezione di Hormuz
Paolo Andruccioli    17 Marzo 2026
Ultime recensioni
Vocazione e povertà
Katia Ippaso    31 Marzo 2026
Vittorio Occorsio, ovvero della giustizia
Stefania Limiti    16 Marzo 2026
Ultime interviste
“No alla guerra, sì a una difesa comune europea”
Paolo Andruccioli    11 Marzo 2026
“Gli imprenditori hanno smesso di fare industria. Conta solo la rendita finanziaria”
Paolo Andruccioli    27 Febbraio 2026
Ultimi ritratti
Gerda Taro: la donna che cambiò il modo di raccontare la guerra
Laura Guglielmi    13 Aprile 2026
Nellie Bly: i pazzi visti da vicino
Laura Guglielmi    3 Aprile 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA