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Delitto di fine stagione

16 Settembre 2024 Agostino Petrillo  326

L’orrore ha i suoi poteri. La vicenda di Viareggio, che ha visto una nota imprenditrice balneare della zona massacrare un ladruncolo, ha un suo perverso magnetismo, come rivela l’attenzione morbosa che ha suscitato nei social media. Ma che cosa ci dice questa storia spaventosa che sa di B movie ultraviolento? Da una parte abbiamo una figura negli ultimi decenni santificata: l’Imprenditore, dall’altra un sotto-uomo, un migrante senza fissa dimora, pregiudicato per piccoli reati, una creatura interstiziale, una “vita di scarto” come diceva Zygmunt Bauman. Si affrontano, nel filmaccio, i due estremi della scala sociale. La preziosa borsetta della donna rubata dal disgraziato simboleggia l’esaltazione di una proprietà privata che diviene assoluta, un valore indiscutibile, una sorta di estensione della propria persona.

Nella società degli oggetti e della esibizione di marchi e griffe, la sottrazione di un oggetto ritenuto importante ha il valore di una perdita intollerabile. Per contro, la vita del sotto-uomo schiacciato ripetutamente contro il muro come un insetto, con furia implacabile, vale meno della borsetta e del suo contenuto. Che poi sui social media si scateni una canea a favore della donna, è segno dei tempi, e in particolare del clima attuale nel Paese. Aleggia una paura, un senso di vulnerabilità che attraversa in particolare gli strati abbienti, le vecchie famiglie potenti, i rentiers (tra cui appunto molti balneari), i pochi che continuano ad arricchirsi in una Italia in cui la povertà sta raggiungendo ormai dimensioni macroscopiche.

Man mano che la forbice sociale si allarga, l’odio contro i poveri, la riprovazione e lo scherno della loro condizione, stanno raggiungendo livelli mai toccati in precedenza, se non forse nell’Inghilterra dell’età vittoriana – e ce lo ha ricordato recentemente in un bel libro Roberto Ciccarelli (L’odio dei poveri, edito da Ponte alle Grazie). Un desiderio malato di vendetta si riversa nei social network: “Il sotto-uomo si è cercato la fine, se non avesse commesso il furto non sarebbe stato ucciso, ci sentiamo insicuri, dov’è la polizia, vogliamo l’esercito”: questo il tono dei commenti a favore dell’imprenditrice.

Segnali di esasperazione da parte del cittadino comune, certo, ma anche di uno smarrimento del senso delle proporzioni, del confine tra reale e virtuale, e, al tempo stesso, del montare di un’onda nera che inneggia alla giustizia privata. Pare in corso una trasformazione antropologica della società italiana, un irrigidimento quasi castale tra gli have e gli have not, tra chi ha e chi non ha, gravido di conseguenze inquietanti. Com’è noto, il diritto penale vieta “l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni”, e sottolinea che la giustizia privata è per lo più vendetta. Ed effettivamente, sul piano della comunicazione sociale, la vendetta è una sorta di rapporto, di scambio bilaterale, che deriva dalla restituzione dell’offesa, e dall’inversione dei ruoli di offensore e offeso.

La concezione occidentale della vendetta riduce questa a una semplice reazione individuale, più o meno spontanea. Cancellando la possibilità della vendetta, il sistema penale razionale moderno ne fa una pratica occulta e illegale. Eppure è questa sete di vendetta che si percepisce nei commenti e riaffiora nelle reazioni scomposte seguite all’evento, unitamente al bisogno di ribadire e di definire nettamente confini sociali che qualcuno vorrebbe rendere insormontabili. Il diffondersi contemporaneo della dimensione culturale della vendetta non può fare a meno di un approccio antropologico. Lo studio della vendetta dal punto di vista degli antropologi non manca di sollevare problemi soprattutto riconducibili alla difficoltà di sceverare nel fenomeno gli elementi psico-emozionali dalle azioni più o meno razionali che ne derivano, espressione della ricerca di un diritto primitivo e rudimentale.

Viene in mente il filosofo René Girard quando, definendo la vendetta solo in termini negativi, dato che instaura un circolo vizioso, per il quale sostanzialmente si deve passare attraverso la violenza per porre fine alla stessa violenza, la contrappone al sacrificio. La vendetta letta come azione reciproca, impura e distruttrice. Il sacrificio visto invece come puro, catartico, ordinatore, elemento che al pari della pena erogata dalla giustizia rompe la fatale reciprocità della vendetta. Ma in quanto avvenuto qui non si intravede una componente sacrificale, a meno che non si voglia considerare la vittima una sorta di capro espiatorio di tensioni sociali ben più grandi.

Così, il fatto che la balneare viareggina assurga a quasi eroina in questa vicenda horror, ci dice quanto si sia logorata la nostra convivenza civile e come sia cresciuta una opinione pubblica forcaiola, in cui è stato per decenni volutamente alimentato dalla politica un sentimento di insicurezza, diffondendo l’immagine di un Paese in cui a ogni angolo ci sono baby gang, zingari, migranti in agguato pronti ad assalire il privato cittadino, a derubarlo o a toglierli la vita. Un discorso egemone, di cui è stata spesso corresponsabile la sinistra di governo. Così sono venuti i discorsi sulle ronde, la richiesta di pene esemplari e più dure, magari presto anche quella della pena di morte, o i pacchetti sicurezza sempre più orientati a spalancare le porte delle carceri anche per chi in tempi normali non ci sarebbe finito. Risposte repressive a un malessere crescente.

Intanto, l’imprenditrice sta agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, simbolo di un’epoca che pare preludere a un ulteriore irrigidimento politico giuridico e sociale di una società già da tempo cristallizzatasi, che ricorda sempre più, nella sua struttura, alcuni Paesi latinoamericani. Ma va ribadito una volta per tutte che la giustizia fai da te è pericolosissima. Rischia di condurre a derive autoritarie. Se non si vuole regredire a condizioni hobbesiane, occorre tentare di ricostruire il tessuto sociale e ridurre proprio quella frammentazione e quella separazione che oggi conducono a reazioni scomposte e irrazionali, a morti assurde. Forse serve ricordare l’origine della parola greca dike, giustizia: è stata ricondotta alla radice deik, “mostrare, indicare”, ed esprimerebbe dunque l’idea di “mostrare con autorità di parola ciò che deve essere”; dike offre dunque l’“indicazione”, la direzione del giusto, la regola cui le comunità devono attenersi per non smarrirsi. Andrebbe ribadito, prima che sia troppo tardi, a chi fa la politica urlando e cavalcando di volta in volta le passioni peggiori di una folla impaurita.

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