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Due o tre cose che so di lei

Ritratto di signora in “rosso-nero”, Sahra Wagenknecht

13 Settembre 2024 Agostino Petrillo  1108

Sulla scia del risultato, per molti inatteso, delle elezioni regionali in Turingia e Sassonia (vedi qui), nel nostro Paese si è avuta tutta una serie di reazioni e di echi sulla stampa e sui social media. I commenti hanno riguardato, in particolare, il successo delle due formazioni Alternative für Deutschland (Afd) e Bündnis SahraWagenknecht (BSW). Tra gli interventi più bizzarri va menzionato quello del filosofo Diego Fusaro, che in una intervista è arrivato a sostenere che Alternative für Deutschland, di cui sono note le posizioni di estremo nazionalismo Blut und Boden, “sangue e terra”, “non è di destra”, proponendo, in una confusa ricostruzione delle posizioni del partito, l’idea che AfD stia realizzando un progetto di dissoluzione dell’Europa capitalistica. Alcuni dei commenti più sorprendenti, però, sono quelli che riguardano il da poco nato partito della ex dirigente della Linke, che è stata variamente etichettata, passando da ultimo alfiere di coraggiose posizioni anticapitalistiche a spietata fautrice di una politica sovranista e anti-immigrati.

Forse vale la pena di ricostruire brevemente la vicenda del personaggio e la sua traiettoria politica. Wagenknecht (classe 1969) è giovanissima negli anni della caduta del Muro, e si distingue presto, mostrando subito di essere un bastian contrario, aderendo alla Sed, il partito di governo della Germania dell’Est, proprio nei mesi in cui si prepara la rivolta che condurrà alla riunificazione. Si laurea in filosofia e comincia una brillante carriera politica nella Pds (la Sed rifondata), in cui intravede tratti di continuità con il vecchio regime. Ancora negli anni Novanta continuerà a menzionare con nostalgia, nei suoi interventi, il “nuovo sistema economico di pianificazione e gestione dell’economia nazionale” di Walter Ulbricht, e la Germania dell’Est come il luogo in cui si è tentato di attivare la “politica più umana della storia tedesca”.

Negli anni difficili del dopo-riunificazione, Sahra progressivamente emerge come leader brillante, e come l’analista più attenta al fatto che l’Occidente capitalista sta rapidamente distruggendo l’industria, i percorsi biografici e le condizioni di vita della ex Germania Est. Il presidente della Pds, e poi della Linke, Lothar Bisky, vede in lei l’enfant cheri del partito; e ne accosta addirittura il talento tribunizio e la parlata appassionata a quella di Rosa Luxemburg!

Certo, la giovane Sahra si guadagna i riconoscimenti che riceve perché ha un’intelligenza pronta, e spinge con calma i suoi avversari al muro nei talk show; è sempre preparata e conosce bene i suoi dossier. Coltiva attentamente l’immagine di una intellettuale di sinistra che non disprezza la cultura borghese, anzi la venera: ha letto tutto Marx e conosce a memoria il Faust di Goethe. Una comunista che conosce il classicismo di Weimar meglio dei notabili borghesi…

In seguito le posizioni di Wagenknecht cambiano: dopo il 2008 c’è una vera e propria svolta. La nostalgia della vecchia Repubblica democratica tedesca (nome ufficiale della Germania dell’Est) viene gradualmente sostituita dalla nostalgia per l’età dell’oro del capitalismo. Nel suo libro Freiheit statt Kapitalismus del 2012 (“Libertà invece di capitalismo”) si presenta come sostenitrice di un’economia sociale di mercato progressista. Sebbene parli ancora di “socialismo creativo”, prende in prestito molte idee dai pensatori dell’ordoliberalismo tedesco: Walter Eucken e Ludwig Erhard. L’autrice riesce a conciliare le qualità dell’ordoliberalismo e quelle della politica economica di Ulbricht, che descrive come garanzia di “un’economia altamente produttiva attraverso lo stimolo delle prestazioni e la contemporanea sicurezza sociale”. Nel suo libro Reichtum ohne Gier (“Ricchezza senza avidità”) del 2016, la parola socialismo non compare più. La critica al capitalismo si restringe al dominio semi-feudale delle grandi imprese, che impedisce la performance, l’innovazione e la (vera) concorrenza. È una posizione quasi più vicina a Schumpeter che a Marx.

Fatta per le luci della ribalta, ottima oratrice, politica anche pragmatica e opportunista quando necessario, Wagenkencht scala la Pds e poi la Linke, raggiungendo posizioni apicali e una popolarità che va al di là dell’ambito del partito di cui fa parte. Si propone come una figura di opposizione interna a una leadership di partito che guarderebbe ormai a una sinistra liberal, e che si starebbe distaccando dalla questione sociale.

E in effetti in questi anni la Linke si sta occupando delle questioni del movimento per il clima e della lotta per i diritti civili. Tuttavia, il fatto che la Linke abbia preso in questo periodo le distanze dalla questione sociale è una voluta distorsione della realtà, giocata spesso per acquistare ulteriore prestigio. Non a caso, durante la crisi dei rifugiati siriani del 2015, Wagenknecht prende posizione controcorrente, esprimendosi contro l’ammissione incontrollata di rifugiati, sostenendo che il loro arrivo avrebbe peggiorato la già precaria situazione di vita dei lavoratori con bassi salari. Si trattava di una mezza verità, poiché in realtà non c’era concorrenza sul mercato del lavoro, e il problema della crisi del mercato immobiliare era dovuto principalmente alle politiche abitative messe in atto dallo Stato. Ma Sahra era riuscita a toccare un tasto dolente, denunciando il risvolto autoritario della politica di austerità: mentre, durante la crisi finanziaria, gli aiuti venivano convogliati sulle banche, ora improvvisamente si trovavano e venivano stanziati fondi per ospitare i rifugiati, pur continuando a dire che non c’erano soldi per lo Stato sociale. Una posizione che le fece guadagnare moltissimi consensi.

Cominciava così la costruzione di una visione nuova, in cui Wagenknecht finiva per rappresentare un gran numero di scontenti che non si sentivano più rappresentati dai vecchi partiti mainstream. I partiti tradizionali erano diventati sempre più simili, sia dal punto di vista economico sia da quello socio-politico, spostandosi progressivamente tutti al centro; ma le frange della marginalità e dello scontento non erano più rappresentate e stavano crescendo. Sahra aveva intuito che poteva trovare spazio ai margini del centro, sia a sinistra sia a destra, allo stesso tempo. Ha chiamato perciò il suo approccio politico “conservatorismo di sinistra”. Una politica che approfitta dell’impotenza del liberalismo di fronte alla crisi globale, che si presenta come un’alternativa alle proposte di Spd, verdi e liberali. Cerca di unire ambienti che si allontanano dalla democrazia per motivi diversi: accanto ai lavoratori e alle classi medie impoverite e conservatrici, cerca di parlare a una fetta di società che è a favore dello Stato sociale, ma vede gli immigrati come un problema per l’integrazione.

Wagenknecht è insomma una populista nel senso classico del termine: l’establishment è corrotto e incompetente, la popolazione non è rappresentata. Contrariamente a quanto credono molti dei suoi sostenitori, però, non si tratta affatto di un “populismo di sinistra”, poiché non si concentra prevalentemente sulla partecipazione come risposta all’usurpazione della democrazia da parte delle élite. Di qui anche l’opposizione alla guerra in Ucraina e la scarsa simpatia per Zelensky. Per lei, la guerra è solo una reazione di difesa all’espansionismo della Nato, e vede Putin come un politico di potere che sa calcolare razionalmente e vuole solo rimettere l’Occidente al suo posto. In questo modo, in fondo, non fa che recuperare la linea del vecchio movimento pacifista della Germania occidentale e della Sed-Pds. Posizione da sempre particolarmente ben accolta nella Germania dell’Est. Sul piano della politica internazionale, sembra anche abbandonato l’internazionalismo di sinistra: lo Stato sociale regolato a livello nazionale, come esisteva prima della globalizzazione, è il modello centrale della proposta. Di qui la critica sovranista alle élite cosmopolite e all’integrazione europea.

Il partito da lei creato è qualcosa di mai esistito prima, un ircocervo: un partito che si posiziona contemporaneamente a sinistra e a destra. Il BSW non è quindi solo una concorrente dell’AfD, ma anche dell’ala sociale della Cdu e dell’ala destra della Spd. In questo senso, rappresenta una sorta di fronte trasversale. Il progetto di Wagenknecht procede nella direzione opposta a quello della sinistra storica: prevede l’adattamento alla nuova destra, nella speranza che questo possa fermare la deriva.

Sahra non è razzista, e nemmeno di destra. Ma questo non fa che peggiorare le cose: nella sua politica strumentale finisce per legittimare e confermare i discorsi della destra. Alla fine, il rischio non è solo quello di normalizzare l’AfD rincorrendola sul suo stesso terreno, ma addirittura di sostenerne alcune delle ragioni. Chi spera che il partito di Wagenknecht funga da baluardo contro l’AfD può ritrovarsi con un blocco di destra rafforzato.

Lo mostra in maniera drammatica il programma sull’immigrazione, che, se certo non tocca gli estremi della re-migrazione, della deportazione dei migranti auspicata dai dirigenti di AfD, però insiste su una sorta di “aiutiamoli nel loro Paese”,che oscilla tra un rafforzamento della cooperazione internazionale e una specie di versione di sinistra del “Piano Mattei”. In ogni caso, il futuro del partito da lei fortemente voluto (che nasce da una scissione della Linke da lei in prima persona gestita, e di cui abbiamo parlato su queste pagine; vedi qui) appare fragile, in mancanza di un apparato di funzionari adeguato, e a rischio di un radicamento temporaneo e prevalentemente regionale. L’avventura politica per cui oggi viene da molti celebrata, rischia di travolgerla. Certo, sarebbe un curioso destino per una figura politica di cui negli anni di maggiore spolvero si era addirittura favoleggiato come di una possibile erede di Angela Merkel.

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