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Home » Recensioni » Cosa intendiamo con “zona d’interesse”? Un libro, un film

Cosa intendiamo con “zona d’interesse”? Un libro, un film

La vicenda del comandante di Auschwitz, portata sullo schermo da Jonathan Glazer sulla base di un romanzo, non parla soltanto del nazismo ma anche dell’oggi: per questo la sua materia non può che rimanere indigesta, nonostante la “distrazione di massa” del conferimento dell’Oscar

9 Agosto 2024 Katia Ippaso  2996

(Questo articolo è stato pubblicato il 14 marzo 2024)

Se “la banalità del male” ha impiegato decenni per entrare nel nostro vocabolario, l’uso dell’espressione “la zona d’interesse” si è stabilizzato ancora prima di poter capire con precisione di che cosa stiamo parlando. Dal 22 febbraio, giorno in cui l’omonimo film di Jonathan Glazer è uscito nelle nostre sale, sembra che già “la zona d’interesse” sia adoperata nella conversazione per indicare l’indifferenza dei carnefici, di coloro che si sono spinti fino a un punto di non ritorno, arrivando a banchettare accanto ai resti carbonizzati delle loro vittime. Si presume che il conferimento dell’Oscar come migliore film straniero non possa che accelerarne ulteriormente la diffusione. Nel suo discorso di ringraziamento, il regista britannico ha ribadito che il suo non è un film storico ma un’opera che parla al presente: “L’ebraicità e l’Olocausto vengono manipolati da un’occupazione che ha sacrificato tante persone innocenti”. Nominando sia le vittime del 7 ottobre sia quelle dell’attacco in corso a Gaza, Glazer ha usato il termine “disumanizzazione”.  Finendo con il chiedere: “Come possiamo far finta di niente?”.

Villa con vista sul campo

Ispirata al romanzo omonimo di Martin Amis (Einaudi, 2015), l’opera di Glazer inquadra i fiori, la piscina e il benessere in cui vivono Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, e la sua famiglia. In un ribaltamento paradossale dei fatti più tragici del Novecento, la villa degli Höss offre, per così dire, “una vista sul campo”, un panorama che una schiera di lavoratori ha tuttavia il compito di limitare, facendo crescere piante e alberi in modo da permettere alla famiglia del comandante di vivere un’agiata vita senza dover guardare scene spiacevoli.

Gli effetti del campo sono stilisticamente affidati solo al piano sonoro che, sotto forma di grida soffocate, lamenti, oscuri fonemi tedeschi, atroci rumori meccanici, allude al funzionamento dei forni crematori: il lavoro alacre di una morte industriale. Glazer non esce mai da questa prospettiva filmica, rigorosa e coerente. Vediamo tutto dalla parte dei nazisti. E il gesto pietoso di una giovane polacca che fa trovare delle mele sui campi di lavoro viene trattenuto da un’immagine bruciata, al negativo, come se fosse un inconscio che si fa strada, nonostante tutto. Ma la gran parte del film si assesta sull’ordinaria fabbricazione della morte da parte di un uomo normale, con una famiglia normale. È la linea di pensiero che viene dalla “banalità del male” di Hannah Arendt, quando, inviata a Gerusalemme per il “New Yorker” nel 1961, si trovò davanti un uomo come Adolf Eichmann, che continuava a ripetere meccanicamente di avere obbedito agli ordini.

La fine di Rudolf Höss

Benché di personalità molto diversa da quella di Eichmann, anche Höss, uomo decisamente più tormentato, nella sua autodifesa si appellerà più volte all’obbedienza, alla necessità di portare a termine “questo mostruoso lavoro, questo servizio”.  Il comandante di Auschwitz verrà catturato nel marzo del 1946 dalle forze britanniche e trasferito, due mesi dopo, in Polonia: sarà la Corte suprema di Varsavia a condannarlo alla pena capitale. Durante il dibattimento, Höss descrisse dettagliatamente l’efficienza della macchina di morte, che gli aveva procurato gli encomi di Himmler. Si doleva di avere trascurato la famiglia per senso del dovere, ma, come racconta anche nei suoi diari (Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, Einaudi, 1985), ci teneva a non passare come uno spietato assassino assetato di sangue, quanto piuttosto come un soldato al servizio della causa tedesca, chiamato come tale a non esprimere emozioni e pareri. “Questo libro è pieno di nefandezze raccontate con un’ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime”, scrive Primo Levi nella prefazione dell’edizione italiana del memoriale. “Nelle sue pagine affiorano (…) ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad identificarli”. Prima di morire, Höss volle confessarsi. Secondo la testimonianza del gesuita che gli diede i sacramenti, la confessione durò molte ore. In quella circostanza, il comandante delle SS avrebbe mostrato segni di pentimento. Verrà impiccato il 16 aprile del 1947, davanti al crematorio di Auschwitz.

Obbedienza cadaverica

“Trovo assai indicativo che la nostra parola per l’obbedienza ideale, Kadavergehorsam, contenga un cadavere. La disciplina dei cadaveri. La conformità dei cadaveri. Qui al KL, nei forni, nelle fosse, loro sono morti. Ma lo siamo anche noi, noi che obbediamo”: riflette così il comandante del campo nel romanzo di Amis (l’autore britannico lo ribattezza con il nome di Paul Doll, ma non c’è possibilità di equivoco: sta parlando di Rudolf Höss).

Di “obbedienza cadaverica” parla l’intero film di Grazer, che del libro di Amis raccoglie solo una delle tre linee narrative. Il secondo protagonista del libro è l’ariano Golo Thomsen, ufficiale di collegamento tra l’industria bellica e il Reich, al quale l’autore assegna un turbamento erotico sentimentale, che in qualche modo apre la strada al sabotaggio del sistema. La terza voce narrante, e di certo la più toccante, è quella di Szmul, uno degli uomini del Sonderkommando (i prigionieri addetti alle camere a gas) che riesce a trovare carta e penna per lasciare la propria testimonianza. Szmul, che come tutti gli altri “ragazzi muti” cammina con gli occhi bassi, spenti; Szmul, che ancora trova un minuscolo soffio vitale per dirsi: “Ogni volta, ad ogni treno, dovremmo seminare il panico. Ogni volta. Dovremmo spostarci tutti quanti lungo la rampa parlando sottovoce di assassinio”.

Cosa accade invece nella realtà? Si lascia che i nuovi deportati arrivino ignari della fine atroce che li attende. Le pagine forse più terrorizzanti del libro ci mostrano un carretto pieno di cadaveri che il vento mostra e scompone. È questione di un attimo. Tra i nuovi arrivati, qualcuno guarda il contenuto del carretto, ma non lo vede veramente: come si fa, d’altro canto, a pensare l’impensabile? Sono pagine quasi insostenibili che il regista sceglie di non trattare, concentrandosi sulla normalità del lavoro cadaverico pensato e orchestrato dalle alte sfere. Ma è proprio dal racconto di chi è stato direttamente all’inferno, cioè di Szmul, che arrivano le annotazioni più interessanti sul funzionamento dell’essere umano.

“Sopravvivere è infantile”

A un certo punto Amis fa dire a Szmul: “Esistere di ora in ora è infantile”. Ecco, dunque, la questione. Sopravvivere. Come? Fino a quando? Perché non dire a voce alta ai nuovi deportati: “State per essere tutti gasati!”? Come continuare a dormire e mangiare dopo aver fatto il lavoro dei ragazzi muti? In un altro momento del testo, sarà Golo, il futuro dissidente, a chiedere, nella conversazione con un amico: “Stavo pensando. Che cosa non gli facciamo? Non li stupriamo, forse”. Persino il comandante Doll/ Höss ha le sue debolezze, le sue paure. Amis non lo descrive come un mostro, ma come un essere umano capace di eseguire alla perfezione il lavoro quotidiano della morte.

Tutte e tre le voci vanno a definire “la questione d’interesse” che, nella sua complessità, riguarda la capacità dell’uomo di abituarsi a tutto. Ed è questa la “cosa” difficile da dire, perché non riguarda solo “gli altri”, i carnefici, ma tutti noi che oscilliamo continuamente tra il bene e il male. Se è vero, come scriveva Hannah Arendt, che solo il bene può essere radicale, mentre il male è semplicemente estremo, vigilare sul linguaggio fa parte di una scelta quotidiana tra bene e male.

Diventa allora importante intendere quello che le due opere riunite (romanzo e film) ci stanno dicendo sulla cosiddetta “zona d’interesse”. La materia è indigesta, scabrosa. L’uso troppo veloce, quasi sportivo, dell’espressione “zona d’interesse”, connessa al tributo dell’Oscar (uno degli spettacolari eventi di “distrazione di massa”), fa temere che la questione stia già per essere allegramente digerita, inglobata, quindi spostata. Tanto i cattivi sono sempre gli altri. Che cosa c’entriamo noi? Mica siamo nazisti.

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TagsAuschwitz film Hannah Arendt Jonathan Glazer Katia Ippaso La zona d'interesse Martin Amis olocausto Rudolf Höss Szmul

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