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Home » Editoriale » Tragedia di Suviana: la sicurezza non è quotata in Borsa

Tragedia di Suviana: la sicurezza non è quotata in Borsa

11 Aprile 2024 Paolo Andruccioli  941

Delle cose di cui non si può parlare, meglio tacere. Verrebbe da seguire l’indicazione del grande filosofo viennese quando ci si trova di fronte all’ennesima drammatica cronaca della lunga strage sul lavoro. E invece tutti parlano, tutti diventano improvvisamente esperti di centrali idroelettriche e di dighe, e ci sono perfino politici (di destra), responsabili dei tagli dei finanziamenti pubblici per la sicurezza, che accusano i sindacalisti e gli operai di “sciacallaggio” per avere scelto di scendere in piazza quando ancora non sono stati recuperati tutti i corpi.

Tutti parlano, tutti fanno finta di piangere e di essere vicini ai famigliari; ma domani tornerà il solito silenzio sui meccanismi che sono alla base della grande strage, anche se perfino Marina Elvira Calderone, ministra del Lavoro del governo Meloni, ha avuto questa volta un qualche tentennamento visitando la centrale, e forse per un minuto ha pensato che sarebbe opportuno aggiustare il tiro di provvedimenti che, finora, non hanno fatto altro che aumentare l’insicurezza del lavoro.

Propaganda e fastidiose speculazioni elettorali si mescolano. E fa più comodo coprire ed eludere i fatti per come si presentano. E i fatti, con un esercizio estremo di sintesi, sono riassumibili per ora in tre numeri: 119, 40, 10 (miliardi). Il primo numero, 119, è il più drammatico: è il numero dei morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, ovvero in meno di quattro mesi. Secondo l’Open Data dell’Inail, gli incidenti sul lavoro, che sembravano in diminuzione (e che qualcuno ha tentato di edulcorare, parlando degli incidenti in itinere che gonfierebbero le statistiche), sono aumentati nei primi due mesi del 2024. Ma quello che è più grave è che le denunce di infortunio sul lavoro, con esito mortale, presentate nel primo bimestre 2024 sono state 119, 19 in più rispetto al 2023. Aumentano dunque le morti da lavoro, mentre crescono progressivamente le malattie professionali. E poi si denuncia davvero tutto? O possiamo avere il legittimo sospetto di morti occulte nel grande lago del lavoro sommerso?

Il secondo numero, 40, è quello relativo agli anni di anzianità delle centrali idroelettriche italiane. Secondo una ricerca di Bain & Company, il 70% delle centrali idroelettriche italiane ha più di quarant’anni, una caratteristica che rende necessari interventi di manutenzione e ammodernamento. E oltre all’obsolescenza degli impianti, bisogna confrontarsi anche con l’aumento della siccità, che cambia l’ordine dei fattori. In Italia impianti di questo genere, come quello di Bargi, sono 532. Sono distribuiti lungo tutto l’arco alpino e nelle valli dell’Appennino. Isole comprese: la Lombardia è la regione che vanta più impianti, seguita dalla Sicilia e dalla Sardegna. Le dighe sono fondamentali per contenere i costi della bolletta elettrica e le emissioni inquinanti, ma quelle italiane sono vecchie: necessitano di interventi che non vengono previsti nell’elenco dei progetti del Pnrr (e figuriamoci nel Def).

E veniamo al terzo numero. Sempre nel già citato rapporto di Bain & Company si stima che siano necessari almeno 10 miliardi di euro per intervenire in sicurezza sulle centrali idroelettriche. Non è solo un problema italiano, visto che la stima degli investimenti necessari in questo ambito è di oltre trecento miliardi di dollari. Nello specifico, in Italia ci sarebbero da investire oltre 10 miliardi di euro entro i prossimi cinque anni. Molti impianti hanno sessanta o settant’anni. “Dietro l’incidente del Bolognese ci sono due questioni generali – ha detto oggi il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini –, le centrali idroelettriche sono importanti per Italia, ma abbiamo le centrali più vecchie, e dal 2018 ogni centrale è stata ceduta alle Regioni. Questo determina che devono andare a gara e tanti investimenti non li fanno più, gli investimenti ordinari non si fanno più”.

Oltre a queste “evidenze”, abbiamo un’altra conferma. Si deve rivedere, in generale (non solo per le centrali), tutto il sistema di appalti e subappalti. A eseguire i lavori nella centrale idroelettrica di Bargi erano delle ditte esterne. La squadra era composta da dodici operai di ditte esterne. Due delle quali sarebbero società specializzate in questo tipo di interventi. Tra i componenti del gruppo, anche un ex dipendente di Enel Green Power, che faceva da consulente per le ditte esterne incaricate di eseguire i lavori. Ma c’è da tenere conto di un altro fatto, che se confermato sarebbe molto grave e riguarda la prevedibilità degli eventi. La Uil ha infatti annunciato che presenterà un esposto in procura: “Abbiamo denunciato il rischio di incidenti proprio in quella centrale un anno fa, ma non fummo ascoltati”, spiega il segretario generale Pierpaolo Bombardieri. Ci sono i documenti. “Dopo un anno è purtroppo arrivata la tragedia – commenta il segretario Uil –, molti di questi incidenti si potrebbero evitare. E non sono incidenti, quando non ci sono interventi, si tratta di omicidi”.

L’ultimo punto che vogliamo porre all’attenzione del calderone mediatico riguarda la questione della responsabilità (o irresponsabilità, come la chiamava Luciano Gallino) delle imprese. Non solo ci si nasconde nella giungla degli appalti e dei micro-subappalti, ma le grandi imprese hanno sempre il modo di togliersi d’impaccio. Il fine ultimo di tutte le società per azioni è produrre dividendi. La centrale di Bargi fa capo all’Enel, che negherà sicuramente qualsiasi responsabilità. D’altra parte, dal 1992, non è più un ente pubblico, com’era stata dal 1962, anno della sua costituzione, nel pieno degli anni del capitalismo di Stato e delle nazionalizzazioni. Ora è una Spa, quotata in Borsa, con lo Stato italiano che ne è rimasto comunque il principale azionista. Una grande riforma (di quelle impossibili) sarebbe quella di inserire dei ranking nuovi nella valutazione delle imprese: la responsabilità sociale, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la sicurezza sul lavoro. Ma la vita non è un benchmark.

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