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Caccia all’evasione in Europa

Primo rapporto dell’Osservatorio fiscale europeo: dalle multinazionali ai contribuenti della zona grigia. Le sei proposte dell’economista Gabriel Zucman. Tra queste, un’imposta minima globale sui grandi patrimoni con un’aliquota del 2%: interesserebbe meno di tremila persone in tutto il mondo, e porterebbe introiti per duecentocinquanta miliardi di dollari all’anno

20 Novembre 2023 Paolo Andruccioli  632

L’evasione e l’elusione fiscale delle società sono ancora in forte crescita, nonostante le novità introdotte in Europa e nel nostro Paese. Siamo di nuovo oltre i livelli di guardia, mentre le cronache economiche fanno registrare forti criticità nelle norme sull’imposta minima per le grandi multinazionali, che aveva suscitato grandi speranze al momento del varo. Ma in corso d’opera – fatta la legge, trovato l’inganno – le nuove regole per le big hanno visto ridursi progressivamente il potenziale di gettito previsto. L’indebolimento del disegno della global minimum tax per le grandi multinazionali, rispetto al modello inizialmente negoziato, riduce infatti da 270 a 136 miliardi di dollari l’anno gli introiti attesi, su scala globale, nel primo anno di applicazione dell’imposta. Per l’Italia, il gettito atteso (che si manifesterà però solo a partire dal 2025) dalla misura si attesta a poco meno di cinquecento milioni di euro. Almeno questo è lo scenario contenuto nella relazione tecnica al decreto attuativo dell’imposta approvato dal Consiglio dei ministri.

Un’altra questione dibattuta tra gli esperti, riguarda la contribuzione fiscale per i redditi dei super-ricchi, che oggi sono praticamente risparmiati dal prelievo fiscale. Ma oltre al quadro negativo, in tema di lotta all’evasione fiscale in quasi tutti i Paesi, si registrano anche moderati progressi nel contrasto all’evasione dei “piccoli”. Sono queste le principali conclusioni della prima edizione del Global Tax Evasion Report, pubblicato dall’Osservatorio fiscale europeo, diretto dall’economista Gabriel Zucman, in collaborazione con l’organizzazione no profit Oxfam, protagonista globale della lotta contro la povertà e le diseguaglianze, e l’università di Milano Bicocca.

Nel rapporto si chiarisce il vero livello dell’elusione fiscale societaria, che risulta esageratamente alta, con mille miliardi di dollari “protetti” dai paradisi fiscali. In questo contesto, la ricchezza finanziaria offshore ha raggiunto, nel 2022, i dodicimila miliardi di dollari su scala globale, pari al 12% del Pil planetario. Per l’Italia, il valore si attesta a 198 miliardi di dollari, quasi il 10% del Pil. “Il rapporto dell’Osservatorio fiscale europeo getta luce sull’occultamento della ricchezza offshore e sulle pratiche elusive delle multinazionali – spiega Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia fiscale di Oxfam Italia. “Sono fenomeni che interessano in larga misura i membri più facoltosi delle nostre società e i colossi corporate cui la globalizzazione ha offerto ampie opportunità di minimizzare il proprio contributo a favore della collettività”. Ma questa situazione incide sul funzionamento dell’economia nel suo complesso. “Ne risente in generale il buon funzionamento delle nostre democrazie – spiega ancora Maslennikov –, perché si ampliano le disuguaglianze che indeboliscono la coesione sociale. I fenomeni di abuso non sono tuttavia inevitabili, e il rapporto pone l’accento sul ruolo della politica e sulla natura delle scelte fin qui assunte o meno. Lo fa celebrando la fine formale del segreto bancario, considerata tabù solo fino a pochi anni fa, ma valutando al contempo criticamente gli sviluppi normativi in materia di tassazione minima effettiva delle grandi multinazionali, pur a fronte di un innegabile sforzo di cooperazione internazionale nell’ultimo decennio”.

Il rapporto non si ferma all’analisi, ma contiene una serie di raccomandazioni volte a migliorare il livello di sostenibilità dei sistemi fiscali, incrementando, in particolare, la contribuzione fiscale a carico dei super-ricchi e delle imprese multinazionali. La proposta chiave riguarda l’istituzione di un’imposta minima globale, con un’aliquota del 2%, sui patrimoni netti dei miliardari. Un tributo che graverebbe su un numero ridotto di individui (meno di tremila), ma in grado di generare introiti per circa duecentocinquanta miliardi di dollari all’anno. La proposta di tassa sui redditi dei super-ricchi (non dei ricchi come sostiene la propaganda avversa) viene condivisa con Oxfam e con le associazioni che aderiscono alla campagna mondiale “Tax the Rich” (in Italia “Sbilanciamoci”). “Similmente agli intendimenti dell’Osservatorio fiscale europeo, per Oxfam l’introduzione di un’imposta europea sui grandi patrimoni rappresenta una grande opportunità di riconciliare la globalizzazione con una maggiore giustizia fiscale – precisa Maslennikov. “Una misura in grado di garantire maggiore equità del prelievo e generare risorse considerevoli, fino a sedici miliardi di euro l’anno per il nostro Paese, se l’imposta si applicasse allo 0,1% dei contribuenti italiani più ricchi, per affrontare le sfide impellenti del nostro tempo, come il contrasto alle crescenti disuguaglianze economiche e sociali e la lotta ai cambiamenti climatici”.

Il tema è spinoso dal punto di vista politico. In Italia, per esempio, parlare di “patrimoniale” evoca subito paurosi spettri perfino a sinistra. Ma, dal punto di vista dei numeri e degli equilibri sociali ed economici, la tassazione delle grandi ricchezze e la lotta all’evasione sono centrali. Solo nel corso del 2020 (in piena pandemia) gli Stati dell’Unione europea hanno perso 93 miliardi di euro di mancata riscossione dell’Iva, di cui almeno un quarto per frode. E l’Italia è stata la peggiore con un ammanco di 26 miliardi di euro. Seguono la Francia (14 miliardi) e la Germania (11 miliardi).

Una tassa del 2% sulle fortune dei super-ricchi, da cui ricavare il gettito necessario per finanziare istruzione, sanità, transizione verde. È dunque questa la proposta che l’economista Gabriel Zucman, studioso molto noto per gli studi sui paradisi fiscali e l’evasione delle multinazionali, ha ribadito la scorsa settimana, presentando a Roma il Global Tax Evasion report dell’Eu Tax Observatory di cui è direttore. “Le persone molto facoltose – spiega – hanno aliquote individuali comprese tra lo zero e lo 0,5% della loro ricchezza, meno di tutte le altre fasce di popolazione”. Zucman, professore associato di politica pubblica ed economia a Berkeley, e autore di un libro importante sull’evasione fiscale scritto a quattro mani con Emmanuel Saez (Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, Einaudi 2019), insiste su un concetto semplice: l’evasione fiscale attuale e la minima percentuale di tassazione imposta alle grandi ricchezze alla lunga non sono sostenibili. Di qui, l’idea di introdurre un prelievo patrimoniale minimo a livello globale: basterebbe colpire i circa tremila miliardari esistenti nel mondo, e con un’aliquota contenuta (2%), per generare oltre duecento miliardi di ricavi erariali aggiunti ogni anno.

Nel corso del convegno, dedicato alla presentazione del Rapporto, Zucman, che ha risposto anche alle obiezioni dei rappresentanti dell’Ocse e di Banca d’Italia sull’opportunità di parlare di patrimoniali, ha anche lanciato una provocazione politica. In attesa di raggiungere un accordo tra tutti i Paesi, secondo il giovane economista (37 anni, parigino, assistente del famoso Piketty, l’autore del Capitale del XXI secolo), si potrebbe anche procedere unilateralmente: “L’Italia per esempio potrebbe decidere che dal prossimo anno tasserà i miliardari, senza esenzioni e scappatoie”.

L’obiezione è immediata: non c’è il rischio che i paperoni si sottraggano trasferendosi all’estero o nascondendo le ricchezze? Su questo punto, Zucman risponde che per affrontare la situazione aiuta molto lo scambio automatico di informazioni bancarie, che negli ultimi anni ha consentito di ridurre notevolmente l’evasione offshore. Quanto alla possibile fuga (che tra l’altro già avviene da anni), l’economista ha chiarito che consentirla è solo questione di scelte politiche: “Al momento, quando i miliardari si trasferiscono in un paradiso fiscale, diciamo in Svizzera, smettiamo di tassarli. Ma invece potremmo decidere che qualcuno che è diventato molto ricco in Italia e si sposta in un Paese a bassa tassazione, l’Italia continuerà a tassarlo per cinque, dieci o quindici anni. Possiamo cambiare le regole”.

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