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Home » Editoriale » Inps e pensioni, la ricetta che uccide il paziente

Inps e pensioni, la ricetta che uccide il paziente

12 Maggio 2023 Paolo Andruccioli  1144

Le promesse elettorali della destra al governo sono un’eco lontana. Le pensioni erano uno dei pezzi forti delle ricette salvifiche del partito di Giorgia Meloni e della Lega di Matteo Salvini, che da anni si è autonominato unico vero difensore dei lavoratori, contro i professori che hanno scritto le riforme. Obiettivo strombazzato: la cancellazione della legge Fornero, che ha portato l’Italia al primo posto nella graduatoria europea dell’età pensionabile: la Francia è in rivolta per i 64 anni, noi siamo a 67 da tempo.

E invece, una volta varcata la soglia di Palazzo Chigi, di tutte quelle promesse non è rimasto niente e le pensioni – messe prudentemente nel dimenticatoio – tornano d’attualità solo per lo “scandalo” del commissariamento del presidente Inps, Pasquale Tridico che, tra due settimane, dovrà lasciare la sua poltrona in netto anticipo con la scadenza naturale del mandato. C’è chi pensa che la decisione del governo sia tutta politica, essendo Tridico un lascito delle scelte dei 5 Stelle, e allo stesso tempo uomo del salario minimo (lo ha ribadito lui stesso in un recente workshop sulle diseguaglianze). Non sappiamo se i maligni abbiano ragione. Non abbiamo prove dell’intenzione vendicativa. Sappiamo, però, che l’allarme lanciato dal presidente uscente ha una sua precisa ragion d’essere, e le cose che ha dichiarato, a proposito del “buco dei conti” dell’Inps, non sono affatto inventate o utilizzate come arma di autodifesa. Pensiamo, al contrario, che quelle affermazioni dovrebbero essere ascoltate con grande attenzione, come si ascolta il ticchettio di una bomba a orologeria.

Vediamo di che si tratta. L’Inps per il 2023 prevede di chiudere il bilancio con un risultato negativo per 9,7 miliardi, dopo il dato positivo di 1,8 miliardi del 2022. Su un andamento così negativo pesano l’inflazione e la riduzione dell’occupazione. Si parla di 22 miliardi di “esborso” nel 2023 per l’indicizzazione delle pensioni, a cui non corrisponde un analogo adeguamento delle retribuzioni. Si crea così un gap tra le entrate contributive e la spesa per prestazioni. La spiegazione di questo fenomeno è molto semplice. Da una parte, i conti dell’istituto nazionale di previdenza vengono appesantiti dalla rivalutazione delle pensioni in essere. Le pensioni, infatti, a differenza dei salari, possono ancora contare su una sorta di scala mobile che prevede un adeguamento parziale dei cedolini rispetto alla corsa dei prezzi. In questi ultimi anni, la rivalutazione non è mai stata un problema, perché l’inflazione è rimasta sempre contenuta su percentuali minime o comunque a una cifra. Con la pandemia, e gli effetti della guerra in Ucraina, i prezzi sono però impazziti e – tra carrello della spesa e bollette – l’inflazione è tornata sulla scena con una prepotenza che continua a preoccupare i massimi vertici delle istituzioni finanziarie europee e mondiali. La legge italiana prevede un aggiustamento del valore delle pensioni che ovviamente deve essere finanziato. E sono soldi in più da trovare.

L’altro aspetto riguarda l’occupazione che, da un lato, diminuisce e, dall’altro, diventa sempre più precaria, basata sul lavoro povero. Lo stesso presidente dell’Inps ha parlato di un milione di posti di lavoro persi, e dell’ingresso nel mercato del lavoro di lavoratori con contratti precari e con basse retribuzioni, mentre il gap, ovvero la differenza tra le retribuzioni dei giovani e quelle degli anziani è arrivato ormai al 19%. Com’è noto, le pensioni si finanziano, nel sistema “a ripartizione”, solo con i contributi versati dalle aziende e dai lavoratori attivi. Più si restringe la base contributiva, meno risorse ci sono per le casse dell’Inps. Ad aggravare la situazione, c’è anche il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Gli impiegati, gli insegnanti, i medici che sono andati in pensione non sono stati sostituiti, e la base contributiva pubblica si è ristretta anno per anno. Da qui l’allarme su un possibile “maxi buco” di cassa dell’Inps su cui gravano anche tutte le altre casse, compresa ovviamente quella dei pubblici. Detto per inciso: la situazione delle casse dei lavoratori pubblici è stata appesantita anche dalle scelte politiche di convenienza che hanno introdotto privilegi elettorali, come l’aumento degli scatti per i militari prossimi alla pensione.

Ma in fondo tutte queste cose sono ancora marginali rispetto al problema principale della tenuta – o sostenibilità – del sistema previdenziale nel suo complesso. Nel Forum organizzato da “terzogiornale” (vedi qui e qui) l’economista Maurizio Franzini ha rilanciato due questioni centrali. Da una parte, secondo Franzini (ma anche secondo altri studiosi di pensioni e welfare), sarebbe necessario ripensare il sistema di finanziamento delle pensioni rimasto ancorato a uno schema lavoristico fordista ormai superato. In particolare, si propone di costruire un nuovo sistema previdenziale basato non più esclusivamente sulla contribuzione diretta di chi lavora. Essendo un diritto, le pensioni dovrebbero essere a carico della contribuzione, ma anche della fiscalità generale in un nuovo patto sociale che permetta la sostenibilità economica e sociale del sistema pubblico. L’altro elemento fondamentale riguarda le retribuzioni. Nella situazione attuale stiamo creando, già da oggi, un esercito di pensionati poveri nel prossimo futuro. Si tratterebbe, quindi, di introdurre nuove forme di previdenza, come per esempio una pensione di garanzia per i giovani e per tutti coloro che hanno contratti poveri, che non permettono la possibilità di accumulare contribuiti previdenziali sufficienti.

Purtroppo la politica, da qualche anno, è cieca. Si pensa quasi sempre al tornaconto elettorale, o a rendere omaggio ai poteri economici dominanti. Il futuro e la giustizia sociale (non parliamo dell’eguaglianza) sono cose da sognatori. Tutte le scelte sono legittime, ma la cosa più grave è che la malattia si affronta con ricette non solo sbagliate, ma addirittura controproducenti. È come se, per abbassare la febbre del paziente, si somministrassero sostanze che la alzano. C’è un rischio di buco nelle casse dell’Inps? Mancano le risorse? E che cosa si fa? Si tagliano i contributi per abbassare il cuneo fiscale. Con l’illusione di dare qualche soldo in più in tasca del lavoratore, riducendogli i contributi da versare, in realtà gli si sta tagliando la pensione futura. Nessuno si preoccupa della tenuta dei sistemi pubblici; tutti rincorrono il miraggio della riduzione della pressione fiscale e contributiva. Si tratta di un vero paradosso e di una trappola: invece di aumentare i salari di oggi, che sono tra i più bassi in Europa, per costruire pensioni decenti, si prepara il taglio delle pensioni di domani.

Il bluff dei partiti sulle pensioni dovrebbe, a questo punto, essere evidente anche per le decisioni politiche che si stanno prendendo o sono state già prese. Alla Camera, tanto per fare un esempio in tema di pensioni, sono state bocciate le mozioni delle opposizioni sul ripristino della misura piena di “Opzione donna”, lasciando in piedi quindi la stretta del governo che la limita per il 2023 alle donne in situazione di svantaggio (licenziate, disabili o impegnate nella cura di persone disabili gravi). L’altra notizia riguarda il solito gioco delle tre carte. Le misure introdotte dal governo su assegno unico e tutela assicurativa degli studenti e degli insegnanti sono state finanziate attraverso l’ennesimo taglio al fondo destinato ai lavoratori precoci. L’altra faccia del grande bluff riguarda poi il “condonismo” (che meriterebbe un discorso a parte). Non ci sono le risorse anche perché migliaia di euro mancano all’appello per il mancato versamento dei contributi da parte delle aziende. E cosa si fa? Si condona. Evasione fiscale ed evasione contributiva sono gli altri due ticchettii della bomba a orologeria.

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Tagscuneo fiscale governo meloni Inps Paolo Andruccioli Pasquale Tridico pensioni retribuzioni riduzione contributi

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