L’esecutivo, che aveva promesso la moltiplicazione dei pani e dei pesci, è costretto a fare i conti con una corsa dei prezzi che non si ferma e si cerca di edulcorare con la propaganda. Palazzo Chigi balbetta e non riesce a produrre altro che un “decreto trasparenza”, con norme anti-furbetti, mentre si prepara un tetto massimo al prezzo dei carburanti in autostrada. Si tenta di ridurre l’impatto anche psicologico dell’inflazione (che com’è noto non è democratica e colpisce soprattutto i più deboli) elargendo buoni benzina per i lavoratori privati, ma si tratta di voucher che scadranno il 31 marzo. Il testo varato ieri (10 gennaio) prevede anche l’obbligo per gli esercenti di esporre, accanto al prezzo dei carburanti erogati, dei cartelli con il prezzo medio nazionale di diesel e benzina, che sarà comunicato giornalmente dal ministero dell’Ambiente. Nel frattempo, per evitare una voragine insostenibile nelle entrate fiscali, si confermano le accise, e si mette nel dimenticatoio il taglio introdotto da Mario Draghi sul prezzo dei carburanti. Per uscire dall’angolo, il governo non trova di meglio da fare che scatenare la caccia ai furbetti, cercando di minimizzare sugli effetti dell’inflazione. Su questo girerà presto in rete un video di Giorgia Meloni, urbi et orbi.

Insomma, la barca del governo non sembra poter navigare in acque tranquille, come avevano sperato i partiti che hanno vinto le elezioni e occupano ora i posti di comando. È probabile che il consenso elettorale (drogato dal peso fortissimo dell’astensione) non sia sufficiente nei prossimi mesi a tenere alti i sondaggi. Servono politiche all’altezza di una crisi che, come ha confermato anche la presidente della Bce, Christine Lagarde, rischia di diventare permanente. D’altra parte, permacrisis è stata scelta come la parola dell’anno 2022 dal prestigioso dizionario Collins. E qui, da noi, il risveglio dal sogno significa inflazione alle stelle: aumentano i prezzi di benzina e gasolio (e non è solo questione di speculazione), aumenta il prezzo del latte e del pane, riempire il carrello nei supermercati equivale a un taglio di stipendio.

Intervistato da un importante quotidiano nazionale, il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, parla apertamente di improvvisazione al governo. Se i prezzi non caleranno e la mitica promessa del taglio delle tasse non si dovesse concretizzare, è probabile che gli italiani si arrabbieranno anche con la destra che hanno votato. Magari, per ora, c’è attesa e incredulità. Non sarà un fenomeno immediato, ma il consenso potrebbe essere eroso nei prossimi mesi. Al massimo due anni, prevede il sociologo.

Ma in Italia ci accontentiamo di poco. “Tutto sommato un aumento del prodotto interno lordo dello 0,4% può essere un risultato accettabile, perché il momento è difficile, e già riuscire a galleggiare è un risultato di cui dobbiamo accontentarci”. Lo ha dichiarato in una intervista televisiva il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blanciardo. Ma se il Pil (che poi non può essere più considerato un indicatore attendibile dello stato di salute di un’economia) va a rilento, l’inflazione è veloce e si prevede un ulteriore aumento del 5,1%, sempre “se le cose non peggioreranno” – precisa il capo dell’Istituto centrale di statistica.

Non è dunque solo questione di “furbetti” del distributore. “L’inflazione – spiega Blanciardo– è uno dei grandi temi del momento e indubbiamente il problema esiste. Abbiamo chiuso l’anno con l’11,6% e questo ultimo dato è impressionante, siamo a livelli veramente preoccupanti”.

Un po’ di ottimismo arriva dagli economisti della Bce, che pronosticano, per l’anno appena cominciato, una crescita molto forte dei salari nella zona euro sotto la spinta delle richieste sindacali per recuperare, almeno in parte, la drastica caduta del potere d’acquisto causata dall’inflazione. Ma se questa previsione potrà valere per gli altri Paesi, in Italia la situazione è drammatica. Allo storico divario tra i salari e gli stipendi italiani, e quelli degli altri Paesi europei, ora a peggiorare le cose arrivano la batosta finale del caro-prezzi sopra le due cifre e lo stallo del mancato rinnovo di contratti collettivi: sono circa 6,8 milioni (su 12,8) i lavoratori del settore privato che hanno un contratto scaduto al 31 dicembre scorso. Tradotto, significa che la metà dei dipendenti dei settori privati riceve retribuzioni bloccate da anni e che scontano la perdita del potere d’acquisto negli ultimi due anni. Ma anche per gli altri lavoratori europei le prospettive non sono affatto rosee, visto che sono sempre gli stessi economisti della Bce a prevedere, dopo un incremento delle retribuzioni del 5,2% nel corso del 2023, una nuova stasi nel periodo successivo dovuta alle pressioni al ribasso che influenzeranno nuovamente la crescita salariale a causa del rallentamento economico e dell’incertezza sullo sfondo della guerra russa in Ucraina. La pandemia salariale – di cui ha parlato spesso il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini – non passerà facilmente, e non sarà certo sconfitta con la propaganda.

In Italia, l’aumento del costo della vita (che pure riguarda tutta l’Europa e anche gli Usa) pesa di più, perché negli ultimi trent’anni i salari, invece di salire, nel migliore dei casi sono rimasti stagnanti e spesso sono diminuiti. Da tempo, la Cgil ha avanzato delle proposte che hanno l’obiettivo di rendere meno povero il lavoro e tutelare il potere di acquisto di lavoratori e lavoratrici. La prima cosa che bisognerebbe fare è rinnovare subito i contratti superando l’Ipca come parametro di riferimento per gli adeguamenti salariali, visto che non tiene conto dell’aumento dei prodotti energetici.

E poi c’è una proposta specifica che è stata consegnata alla presidente Meloni durante l’incontro con i sindacati sulla manovra di bilancio: tagliare il cuneo fiscale e riattivare il fiscal drag. Lo ha spiegato in una intervista Gianna Fracassi, vicesegretaria generale della Confederazione di Corso d’Italia: “Insieme al fiscal drag, chiediamo anche il taglio del cuneo contributivo di cinque punti, così da dare una mensilità in più ai lavoratori in questa fase così difficile”. E per quanto riguarda il drenaggio fiscale, la sindacalista ha spiegato il concetto: “L’indicizzazione introduce una sorta di automatismo nella revisione delle detrazioni e facilita anche il rinnovo dei contratti nazionali, evitando che gli aumenti siano invisibili o non convenienti per il lavoratore”. Proprio per questo, la Cgil propone di rispolverare un decreto del 1992 e andare a indicizzare tutte le detrazioni da lavoro percepite dai dipendenti (anche pubblici). Oltre al taglio del cuneo contributivo, la Cgil propone di prendere, a riferimento per il rinnovo dei contratti, l’indice dell’inflazione Foi per famiglie di operai e impiegati e non l’Ipca, che non tiene conto della componente energetica.

Se i salari rimangono al palo e i prezzi crescono, almeno potremmo avere buone notizie sul fronte dell’occupazione? E invece no, crescono le nuvole anche su questo fronte. L’occupazione torna infatti a diminuire: sempre l’Istat vede un’inversione di rotta, con un calo dei lavoratori stabili e un aumento degli inattivi. Il mercato del lavoro perde, in un mese (nel novembre scorso), 27mila occupati (-0,1%): i più colpiti sono le donne e la fascia tra i 35 e i 49 anni. Rispetto a ottobre, i dipendenti fissi calano di 94mila unità (-0,6%), mentre quelli a termine aumentano di 60mila (+2%) e gli autonomi di 6mila (+0,1%).

E mentre un sondaggio realizzato dall’Osservatorio Futura, per conto della Cgil, mostra una crescita dello scetticismo dei lavoratori italiani nei confronti dell’Europa, e un aumento delle distanze economiche con i colleghi degli altri Paesi, l’Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro, ha presentato a Roma il suo “Rapporto mondiale sui salari 2022-2023”. E anche in questo Rapporto, per noi, non va per niente bene. In Italia si conferma la tendenza all’erosione di lungo periodo dei salari reali, mentre l’impatto della pandemia prima, e ora dell’inflazione, spinge il nostro Paese in fondo a ogni classifica, globale o europea. L’Oil ricorda che, nella prima metà del 2022, “per la prima volta in questo secolo”, i salari reali sono diminuiti su scala mondiale (-0,9%). Ma in Italia l’impennata inflazionistica li ha erosi con una riduzione di quasi sei punti percentuali nel 2022, ossia più del doppio rispetto alla media Ue. Esaminando un arco di tempo più lungo (2008-2022), i ricercatori dell’Oil rilevano che in sole tre economie avanzate del G20 (Italia,Giappone e Regno Unito) “i salari reali hanno registrato livelli inferiori nel 2022 rispetto al 2008”. L’Italia, però, “registra la decrescita maggiore, pari a 12 punti percentuali”, un crollo che ha intaccato “in modo sostanziale il potere d’acquisto delle famiglie negli ultimi quindici anni”.