Pace, ambiente, lavoro, mutualismo, beni comuni, difesa del diritto all’aborto, ma anche difesa del reddito di cittadinanza e progettazione di azioni di solidarietà verso tutte quelle persone deboli che potrebbero perderlo, con le nuove regole introdotte dal governo Meloni. Contrasto alla proposta di autonomia differenziata del governo, perché spaccherebbe l’Italia e aumenterebbe le già pesanti diseguaglianze, soprattutto in campo sanitario. Totale contrarietà alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina, richiesta di misure fiscali specifiche per il lavoro del “terzo settore”, sostegni e interventi per il caro bollette che ha colpito anche i circoli, rafforzamento delle aree interne e delle azioni culturali nei territori marginali. Sono stati questi i temi principali contenuti nei 47 ordini del giorno approvati dall’Assemblea congressuale dell’Arci, chiusa ieri (4 dicembre) a Roma, dopo tre giorni di lavoro (con lo slogan “Per uscire da un incubo non basta svegliarsi. Bisogna sognare più veloce”). Fondata a Firenze nel 1957, e cresciuta costantemente in questi anni, circa cinquecentomila iscritti (che stanno risalendo, dopo la botta della pandemia che aveva falcidiato il tesseramento), 3800 circoli diffusi su tutto il territorio, anche nelle aree interne più sperdute, oggi l’Arci è la più grande associazione laica operante in Italia.

Il nuovo presidente

Il Congresso nazionale della storica associazione della società civile italiana – attiva, oltre che nel campo del mutualismo e della solidarietà, anche in quello dei diritti civili (ricordiamo per esempio la vicinanza con l’associazione cugina dell’Arcigay) – ha eletto il suo nuovo presidente: Walter Massa, genovese, 50 anni appena compiuti, con una grande passione per la montagna e il Genoa, e soprattutto un lungo percorso nell’Arci, iniziato negli anni Novanta da socio e poi da animatore di circolo. A livello nazionale, Massa ha ricoperto, dalla metà degli anni Duemila, diversi incarichi nazionali: è stato responsabile infanzia e adolescenza e, grazie all’esperienza più che ventennale nel campo dell’immigrazione e dell’asilo, dell’inclusione e dell’accoglienza, ha svolto il ruolo di responsabile nazionale per l’immigrazione e l’asilo, quello di coordinatore della rete di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, oltre a essere stato componente della presidenza nazionale Arci per più di un decennio. Ma la caratterizzazione più importante di Massa riguarda le attività sul territorio, essendosi dedicato, tra le altre cose, alle tematiche connesse all’inclusione lavorativa delle fasce deboli, con particolare attenzione all’immigrazione,al tema dellavoro nell’accoglienzae allacostruzione di un modello nazionale di accoglienza diffusa e in piccoli numeri, anche come consulente di diverse amministrazioni pubbliche. “Cura e prossimità – ha detto Massa in occasione del suo primo intervento da presidente – sono state la priorità di questi mesi pre- e post-pandemici, e dovranno essere il motore che ci guiderà anche nel prossimo futuro. Abbiamo un compito difficile da svolgere che è quello legato a una lotta serrata alla solitudine delle persone che produce paura, intolleranza ed egoismo. Mettiamo in campo la forza della nostra creatività e la certezza del nostro radicamento territoriale. L’Arci che non si è mai fermata, neppure nel periodo del lockdown, riparta da qui. Con la serenità ritrovata in questi mesi e con il coraggio che non le è mai mancato”.

Il ritorno del mutualismo

“Abbiamo riscoperto il mutualismo – dice Massa –, la nostra battaglia è contro la solitudine, in un Paese attraversato dalla paura”. Nei discorsi di tanti delegati e del neopresidente riemerge, infatti, il concetto di “cura”. “Possiamo essere la cura di questo Paese” – ha spiegato il presidente, che ci tiene a ricordare un po’ di storia: “Siamo nati e cresciuti nel Novecento come case del popolo e società di mutuo soccorso. Agivamo dove c’era una comunità. Invece ora si tratta di ricostruire le comunità. È un cambio di paradigma straordinario. Non si tratta di garantire la socialità, bensì di costruirla”. Ed è anche ovvio, e conseguente da questi discorsi, il nesso con la riprogettazione di una idea di cambiamento che la sinistra politica fa tanta fatica a rimettere in campo. Ma è un tema, quello del rapporto tra l’azione delle organizzazioni che operano nella società e i partiti, tra l’ambito del “sociale” e la sfera della politica vera e propria, che dovremmo trattare a parte, con approfondimenti specifici. Si tratta, infatti, di una questione basilare oggi, anche alla luce della grande trasformazione tecnologica che ha stravolto gli assetti novecenteschi. Ma all’Arci non si fa solo filosofia. L’ambito è piuttosto quello della filosofia e dell’etica applicate.

Torino, welfare di prossimità

Le esperienze torinesi sono cresciute, nell’ultimo decennio. Oggi l’Arci assiste (senza richiedere documenti o Isee) circa duemila famiglie: il che vuol dire circa cinquemila persone che si rivolgono ai circoli perché sono in difficoltà economiche o in condizioni di emarginazione estrema. “Si tratta di tanti immigrati – spiega Andrea Polacchi dirigente dell’Arci piemontese – ma anche di tanti nostri connazionali che vivono una situazione di crisi. Persone che non hanno lavoro o che sono state licenziate. E noi li accogliamo nei nostri circoli e cerchiamo anche di sostenerli nella ricerca del lavoro o nel disbrigo di varie pratiche burocratiche. Per noi mutualismo e assistenza non si esauriscono nella organizzazione delle mense, che pure ovviamente sono importanti, anzi vitali, per chi non ha altra alternativa per mangiare. Il nostro è un vero e proprio welfare di prossimità”.

Una delle caratteristiche fondanti dell’azione dei circoli Arci riguarda la battaglia culturale e politica contro lo stigma. “Noi cerchiamo di avere un rapporto diretto con chi ci chiede solidarietà – dice ancora Polacchi – e non stigmatizziamo nessuno, come invece si tende sempre a fare scaricando tutti i problemi sociali sui poveri e i disoccupati. Non chiediamo neppure nulla in cambio e cerchiamo anche di stare insieme alle persone per combattere la solitudine. Non a caso ci chiamiamo ‘Il pane e le rose’”. Ma chi frequenta questi circoli? Chi chiede solidarietà e assistenza? “Si tratta di immigrati arrivati in Italia nei modi più disparati, ma si tratta appunto anche di tantiitaliani, che fino a qualche tempo fa si potevano ritenere persone normali. Spesso si tratta anche di lavoratori qualificati, che però ora hanno perso il lavoro e non riescono a ritrovarlo essendo magari ultracinquantenni”. I circoli Arci di Torino e Piemonte non lavorano ovviamente in modo isolato. Sono invece in sintonia e collaborazione con il sistema pubblico dell’assistenza sociale sul territorio.

“NonnaRoma”, non solo anziani

Un’altra esperienza ormai molto conosciuta, e con forti analogie con l’Arci torinese, è quella di “NonnaRoma”, nata nel 2017 nella capitale. Il nome dell’associazione è già tutto un programma. Si tratta di un’attività di mutualismo e aiuto diretto alle persone anziane (ma non solo anziane). Attualmente “NonnaRoma” riesce a sostenere e seguire 2500 famiglie. Ovvero circa diecimila persone che vivono nel bisogno, spesso estremo. L’assistenza che si fornisce è totalmente gratuita,e le esperienze più importanti si sono sviluppate nella zona di via Palmiro Togliatti e nel quartiere Bastogi (zona Aurelio). L’associazione è attiva anche contro gli sfratti e nella difesa legale degli inquilini cacciati dalla propria abitazione. Anche in questo caso il “target” sociale coinvolge sia immigrati, sia italiani in difficoltà economica. Per gli immigrati – ci dice il presidente e storico volontario, Alberto Campailla di “NonnaRoma” – abbiamo organizzato anche servizi di sportello per aiutare queste persone nella richiesta dei permessi di soggiorno o di tutto il resto della documentazione. Le attività di questa associazione romana non si possono inquadrare solo come attività culturali o semplicemente ricreative. “NonnaRoma” è qualcosa di diverso e qualcosa di più.

Era nata nell’atmosfera alla “Goodbye Lenin” del circolo “Sparwasser”, dove si andava a bere una buona birra. In quell’anno era successo che, a Casal Bruciato, Casa Pound aveva organizzato la solita mobilitazione contro una famiglia rom che aveva ottenuto una casa popolare. È stata proprio “NonnaRoma”, in quell’occasione, a fare un appello per la solidarietà con la famiglia aggredita, appello a cui risposero varie associazioni e movimenti: Opera nomadi, Ketané, Intifada, il circolo Arci di Pietralata, i movimenti di lotta per la casa. Ma risposero anche i partiti: Sinistra italiana, Partito democratico, in lizza per le elezioni europee.

Il Banco alimentare

Anche in questo caso, soprattutto con l’esperienza del Banco alimentare per i più poveri, il principio fondante è mutualistico, ci si è rifatti alle origini del sindacato. Hanno cominciato organizzando il banco alimentare nel V Municipio di Roma, dove si registrano i redditi più bassi della capitale. Il cibo è necessità, ma anche mezzo e fine della socialità. Comunione e veicolo di conoscenza dei problemi. La lista degli utenti si forma con la collaborazione dei municipi, cercando di comporla con un 50% di italiani e 50% di immigrati. Nell’attesa di prendere il pacco di generi alimentari, le persone si conoscono fra loro, scoprono i problemi comuni. Il Banco funziona così: un sabato ci si sistema davanti o dentro un supermercato o un mercato (a seconda del permesso ottenuto), si informa la cittadinanza, si chiede a chi sta andando a fare la spesa di comprare qualche prodotto in più: pasta, riso, fagioli secchi o in scatola, tonno, omogeneizzati, latte a lunga conservazione, biscotti. Poi c’è il lavoro di magazzino e di organizzazione dei pacchi. Il sabato successivo si organizza la distribuzione.