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Home » Editoriale » Julian Assange verso l’estradizione negli Stati Uniti?

Julian Assange verso l’estradizione negli Stati Uniti?

14 Dicembre 2021 Stefania Limiti  1243

Eccoci davanti alla triste realtà: la retorica dei diritti umani – spesso piegata come un fuscello e pronta a far da bastone là dove serve ed è utile – proprio nella giornata che celebra i diritti umani, il 10 dicembre, si è infranta contro la persona di Julian Assange. Rinchiuso nel supercarcere londinese di Belmarsh, malato, colpito di recente da ictus, contro di lui l’Alta Corte di Londra ha scritto una pagina di cannibalismo giudiziario, ribaltando la sentenza di primo grado dello scorso gennaio che negava l’estradizione del whistlerblowing chiesta dagli Stati Uniti: ora Assange potrà finire nelle mani dei giudici statunitensi, che non vedono l’ora di vendicarsi di questo personaggio controverso, forse eccentrico ma decisamente una punta di lancia contro i governi che vengono meno al dovere di verità.

Secondo i giudici inglesi, gli Stati Uniti potranno garantire il massimo rispetto per la sua condizione di detenuto: dunque non ci sarebbe ragione di non concedere l’estradizione.  L’accusa contro di lui è quella di spionaggio, prevede una pena monstre fino a 175 anni per aver dato libera diffusione a documenti importantissimi e riservatissimi, tra i quali ricordiamo quelle carte del Pentagono che provano come l’impero americano si muova in giro per il mondo, svelando gli incredibili livelli di potere segreto detenuto dagli Stati Uniti e da molti altri governi.

Assange ha davvero colpito nel segno, imponendo, grazie alla forza intrinseca dei documenti resi liberi con il suo WikiLeaks, che i maggiori quotidiani mondiali li pubblicassero. Questo strano personaggio, che non ha trovato facili simpatie in Italia, Paese dei misteri per antonomasia, dovrebbe essere santificato dall’opinione pubblica e dall’intellighenzia – ma non è così, è invece guardato con diffidenza: rivelare tutti quei segreti? “fa il gioco dei russi!”, “non si mette in imbarazzo il potere!”, “non bisogna mai incrinare la credibilità dello zio Sam e della (Santa) Alleanza atlantica”.

Anche a sinistra si pensò così. Uno sporco calcolo, una grave responsabilità nei confronti di quest’uomo coraggioso la cui storia prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che i governi hanno bisogno di usare il segreto nel modo più spregiudicato nell’era della globalizzazione. Per questo gli Stati Uniti vogliono punirlo, e l’Inghilterra fa loro da sponda con una sentenza che non è orribile solo dal punto di vista dei diritti umani, ma anche sul piano meno assoluto della libertà di informazione, principio sacrosanto della Costituzione americana. Ricordiamoci che Daniel Ellsberg, l’uomo che svelò i Pentagon Papers (1967) e le porcherie della guerra del Vietnam, non fu condannato in quanto fu ritenuto rilevante il principio fondamentale della libertà di informazione stabilito dalla Costituzione americana. In quel caso non servirono a niente le manovre diversive del segretario alla Difesa McNamara. Per Assange invece no. 

@MarcoCinque su @pagineesteri paragona il caso Assange a quello di Leonard Peltier, leader dell’American indian movement, per via degli stessi metodi arroganti e truffaldini che, negli anni Settanta, permisero agli Stati Uniti di sottrarlo illegalmente al Canada e di sottoporlo a un processo farsa condannandolo ingiustamente a due ergastoli: pena che sta scontando ormai da più di quarant’anni. Se la vicenda di Peltier è la prova che i governi statunitensi hanno tradito sistematicamente i diritti dei nativi, così quella di Assange mostra come la democrazia sia beffata. Entrambi i casi raccontano dello strapotere degli specialisti in spionaggio della Cia, della legge usata come vendetta, dell’invalicabilità di quel muro che permette ad alcuni governi di violare ogni regola e ogni legge internazionale al fine di garantire sempre e solo i propri interessi.

Per questo non crediamo a una possibile linea morbida che potrebbe essere decisa da Biden: la sua portavoce alla Casa Bianca, Jennifer Psaki, ha detto che il presidente è “un sostenitore della libertà di parola e di stampa”, rispondendo a una domanda sulla possibilità di concedere la grazia. Intanto, l’ultima parola sulla estradizione e sulla sorte di Assange passa ora alla ministra degli Interni britannica, Priti Patel, nota per la sua linea dura. 

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Tagsestradizione Gran Bretagna Julian Assange Stati Uniti Stefania Limiti

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