I nomi di Joe Manchin e Kyrsten Sinema non diranno granché a chi segue prevalentemente la politica italiana, eppure le loro posizioni politiche sono destinate a influire in modo significativo sull’economia degli Stati Uniti (e di conseguenza su quella globale). È quindi di un certo interesse il fatto che la Commissione elettorale federale abbia documentato di recente come i due senatori democratici, fra i principali “frenatori” rispetto alle politiche espansive lanciate dal presidente Joe Biden, abbiano raccolto più soldi nel trimestre giugno-settembre rispetto a qualsiasi altro trimestre in un anno senza elezioni. A questa pesca miracolosa hanno contribuito, in modo decisivo, le imprese della grande finanza e le industrie farmaceutiche, del petrolio e del gas, almeno secondo il “Financial Times” – non proprio un bollettino trotzkista –, che li definisce “relativamente conservatori” (mai sentita una definizione del genere dalla stampa italiana per esponenti del nostro centrosinistra con posizioni affini).

Ma quali sono le benemerenze che hanno fruttato tanto favore a Manchin e Sinema? Nel campo democratico sono i due principali oppositori della manovra finanziaria di Biden denominata “Build Back Better”. Entrambi hanno chiesto tagli per ridurre il costo del piano da 3,5 trilioni di dollari (3500 miliardi, nella definizione americana), che prevede ingenti investimenti in assistenza all’infanzia, sanità pubblica e programmi per combattere il cambiamento climatico. I due “esercitano un’influenza smisurata”, sempre secondo il “Financial Times”, in un Senato degli Stati Uniti diviso 50-50 tra democratici e repubblicani.

La politica economica della Casa Bianca è tenuta sotto schiaffo dall’ostruzionismo dei repubblicani, che ha già portato a un accordo solo temporaneo (fino a inizio dicembre) sull’innalzamento del tetto del debito, senza il quale l’amministrazione rischia una grave crisi di insolvenza. Il capo dell’opposizione al Senato, il repubblicano Mitch McConnell, aveva sfidato i democratici ad approvare il provvedimento con la cosiddetta procedura di “riconciliazione”, che consente l’approvazione di provvedimenti fiscali e di spesa con la maggioranza semplice, aggirando l’eventuale ostruzionismo dell’opposizione; procedura ufficialmente sgradita ai democratici perché consentirebbe ai repubblicani di aggirare la responsabilità per il debito che è già maturato.

Ma la stessa procedura, adottata invece per il piano di interventi sociali dell’amministrazione americana, richiederà comunque il voto di Manchin e Sinema per passare. E la resistenza della destra democratica sta mettendo a rischio, secondo molti osservatori, l’intera agenda economica del presidente Biden. Il quale, di fatto, nelle discussioni con i suoi consiglieri e con i parlamentari più influenti ha individuato un nuovo spazio di oscillazione per il suo social package, fra 1,9 e 2,22 trilioni. Una situazione che ha portato Nancy Pelosi, la speaker democratica del Congresso, a sottolineare che “se ci sono meno dollari da spendere, ci sono delle scelte che devono essere fatte”. Scelte, quindi, non tagli lineari: alcuni programmi probabilmente non saranno finanziati affatto.

Ma cosa prevedeva il piano originale di Biden e per cosa la grande industria e la grande finanza manifestano in denaro sonante l’affettuosa gratitudine documentata dagli uffici del Congresso? Nemmeno i cittadini statunitensi ne sanno granché: solo il 10%, secondo un sondaggio della Cbs, ne conosce a sufficienza i contenuti, il 29% non ne sa nulla.

La Casa Bianca definisce l’agenda Build Back Better “un piano ambizioso per creare posti di lavoro, tagliare le tasse e abbassare i costi per le famiglie dei lavoratori, il tutto finanziato rendendo più equo il sistema fiscale e facendo pagare la giusta quota ai più ricchi e alle aziende più grandi”. In Italia simili intenzioni – per quanto al momento solo dichiarate – sarebbero probabilmente etichettate dalle associazioni imprenditoriali e dalla grande stampa come prodotto di vecchie ideologie, negli Stati Uniti riflettono un dibattito politico e accademico meno miserabile.

Ecco alcuni dei punti della proposta Biden: fondi per le famiglie che iscrivono i bambini di tre e quattro anni all’asilo (fino a tredicimila dollari l’anno di risparmi); due anni di community college gratuito per tutti, per fornire una istruzione superiore a quanti non possono permettersi di continuare con regolari studi universitari; estensione di Medicare e Medicaid, i programmi pubblici per le cure agli over 65 e alle famiglie meno abbienti; negoziati fra governo e case farmaceutiche per ridurre i prezzi dei medicinali (che negli Usa sono determinati dalle industrie e mediamente due volte e mezzo più costose che nel resto del mondo, come rileva questo rapporto: https://www.rand.org/news/press/2021/01/28.html); assegni familiari aumentati fino al 50% del valore per sottrarre alla povertà cinque milioni di bambini; tre giorni di permesso per lutto e dodici settimane di congedi parentali per i lavoratori (diritti a oggi non previsti dalla legge negli Stati Uniti); finanziamenti per la costruzione o la ristrutturazione di oltre un milione di alloggi ad affitto calmierato e per mezzo milione di case da vendere per la fascia bassa del mercato; infine, incentivi per l’auto elettrica e per la conversione energetica di aziende e comunità locali.

“Le coperture!”, chiederebbe inquieto il classico ospite da talk show all’italiana. Ebbene, mentre da noi le forze politiche di maggioranza e di opposizione – con qualche marginale eccezione parlamentare o extraparlamentare a sinistra – fanno il coro ripetendo l’antico e generico ritornello del taglio delle tasse, Biden pensa di cancellare, almeno in parte, gli interventi del suo predecessore Donald Trump a favore di ricchi e imprese: ripristinando l’imposta di successione, aumentando quella sul reddito d’impresa dal 21% al 26% (prima di Trump, l’aliquota era del 35%) e portando la tassazione sulle plusvalenze finanziarie dal 20% al 25%.

Difficile non tornare con il pensiero al boom di generose donazioni dal mondo della finanza e dell’industria a favore di Manchin e Sinema. Soprattutto, impossibile non pensare che la sterilizzazione degli interventi sociali negli Stati Uniti rischi di essere solo il primo passo di una frenata generalizzata nel rilancio del ruolo pubblico generato dalla crisi del Covid-19; una frenata che rischia di investire l’intera economia occidentale, dopo gli scossoni imposti dalla pandemia e le timide aperture al debito comune europeo (sia pure con i pericolosi condizionamenti in materia di “riforme” legati al Pnrr) e a una politica meno prigioniera, rispetto al passato, dei dogmi dell’austerità.

Nella foto i senatori democratici Kyrsten Sinema e Joe Manchin