Le lancette del tempo vanno fermate, in Libia. La data delle nuove elezioni – il 24 dicembre prossimo – si avvicina paurosamente, e il rischio che la Libia imploda è reale. Insomma, tra Natale e Capodanno, potrebbe riesplodere una violentissima guerra civile. Andare al voto, sembrava una decisione ragionevole, in grado di stabilizzare il Paese, dopo dieci anni di guerra civile latente, con centinaia di morti su ambedue i fronti, e una pericolosissima presenza di eserciti, consiglieri, mercenari, armi provenienti da governi stranieri.

Si sperava, con le elezioni, di poter superare le incomprensioni e le divisioni. Certo, dopo dieci anni da “separati in casa”, i vari capi tribù, capi clan, capi delle milizie, si sono abituati ciascuno a gestire una fetta di potere. Rinunciarvi non è facile, soprattutto quando non sono profonde e ben radicate le ragioni, i valori, gli ideali di una comunità nazionale, quando l’appartenenza a uno Stato-nazione non è avvertita come dovrebbe.

Del resto, la Libia è stata fondata appena nel Settecento. E solo il colonnello Muammar Gheddafi ha provato a cementare le sue diverse anime e territori, oltre che con le royalties del petrolio, con una nuova costituzione, il famoso “libro verde”, che teneva insieme islam e principi socialisti.

Cirenaica, Fezzan e Tripolitania sono legate oggi anche da vincoli clanici e familiari, ma la loro separazione dalla rivoluzione del febbraio del 2011 è una suggestione per il ritorno al passato.

La presenza di eserciti, consiglieri, mercenari stranieri non è una occupazione. Tutti sono stati chiamati dalle tribù, dalle milizie, dai potentati locali. Russi, francesi o arabi, così come sono stati chiamati possono essere invitati ad andarsene. Ma la fragile democrazia libica, oggi inesistente, avrà comunque bisogno di essere sostenuta. Un ruolo fondamentale avrebbero dovuto svolgerlo le Nazioni Unite, ma da dieci anni si sono alternati inviati speciali che hanno strumentalizzato il loro incarico per altri fini. Anche quello in carica, Jan Kubiš, si sta rivelando una figura opaca.

Siamo, oggi, in un cul de sac. Il motivo reale è la spaccatura profonda tra il parlamento di Tobruk e il Consiglio di Stato finito in mano ai Fratelli musulmani, con il presidente Khaled al-Mishri. Con una forzatura che si sta rivelando “suicida”, il parlamento di Tobruk – senza consultare il Consiglio di Stato, così come deciso nell’accordo politico – ha approvato due leggi che fissano le elezioni del nuovo presidente della Libia per il 24 dicembre prossimo. Un mese dopo, invece, il 24 gennaio, si voterà per il rinnovo del parlamento.

Ora, mettiamo il caso che il 24 dicembre sia eletto il nuovo presidente della Libia, chi garantisce che il nuovo eletto non annulli le successive elezioni parlamentari? Tra i tanti candidati che si dovrebbero presentare alle elezioni della vigilia di Natale, ci sono il generale Khalifa Haftar (Cirenaica) e il figlio di Gheddafi, Saif, ricercato dal tribunale internazionale dell’Aia e dalla giustizia libica, oggi rintanato ad al-Zintan e protetto dalle milizie locali.

Questi sono giorni in cui si sta decidendo chi resterà con il cerino in mano. Anzi, come evitare che il rinvio delle elezioni non sia vissuto come un tentativo di conservare il potere da parte dell’attuale classe dirigente.

Non è un mistero che da Tripoli a Sebha e a Bengasi, stia prendendo corpo, nel caso in cui saltino le elezioni, l’ipotesi di formare un governo di coalizione nazionale, in cui abbiano un ruolo principale i protagonisti della scena politica di questi anni.

Un governo di coalizione nazionale in un Paese in cui non c’è una leadership nazionale riconosciuta ma un gruppo di notabili rappresentanti del proprio territorio. Come se stessimo parlando di sindaci che vengono eletti in un’assemblea nazionale.

Gli americani, come ha dimostrato la vicenda afghana, non aspirano ad avere un ruolo attivo nella crisi libica. I russi si sentono rappresentati dai mercenari privati (gruppo Wagner) pagati dagli Emirati arabi uniti (a sostegno del generale Haftar).

I francesi vogliono le elezioni a dicembre, convinti che l’ex ministro dell’Interno di Misurata, Fathi Bashagha, loro uomo, possa vincerle. I turchi appoggiano lo schieramento dell’ex presidente Fayez al-Serraj, mentre l’Italia deve cercare di riconquistare il terreno perso. Roma aveva sulla carta grandi possibilità di diventare un alleato della Libia democratica nata dopo la rivoluzione del 2011. Ha perso tutti gli appuntamenti della storia.

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