La sovrapposizione dell’ondata di indignazione, indotta dalle rivelazioni di una delle ex dirigenti del social network, Frances Haugen, che da mesi forniva al “Wall Street Journal” elementi inediti per denunciare la programmata strategia di proliferazione di odio e discriminazioni, da parte della piattaforma di Menlo Park, si è combinata con la sequenza di “strani” incidenti che hanno gettato nel panico i circa tre miliardi di utenti della galassia di Mark Zuckerberg (Facebook, Instagram e WhatsApp). Una sovrapposizione che ha riportato all’ordine del giorno del pianeta l’invadenza e l’insostenibilità di un centro di comando delle nostre relazioni così concentrato e incontrollabile. 

Tra i due eventi, apparentemente, non c’è rapporto. Ma quanto svelato da Haugen riguarda proprio le conseguenze di quei processi tecnologici che hanno poi condotto al collasso dei giorni scorsi. La strategia, consapevole e programmata – questo l’aspetto inedito documentato dall’ex dirigente di Facebook –, di indurre micro-conflitti all’interno delle infinite bolle e comunità, che costituiscono l’universo del social (combinato con una discriminazione organizzata fra le diverse classi di utenti grazie al programma XCheck, che distingue privilegiati da plebi fra gli utenti digitali), mira esclusivamente alla massimizzazione dei profitti finanziari e al consolidamento del controllo diretto su ognuno dei singoli componenti della popolazione degli utenti del sistema.

Questa strategia si basa sull’unicità del centro di comando  – che per quel senso di assoluta impunità dei grandi samurai digitali è stata ironicamente chiamata dal gruppo Integrità civica, di cui appunto la Haugen era uno dei responsabili – per l’intera galassia e, in particolar modo, per i tre principali mondi che costituiscono Facebook: il social, in cui riversiamo le nostre relazioni sociali, Instagram dove si articolano i nostri linguaggi iconografici, e WhatsApp, il citofono globale che ci fa parlare istantaneamente. I tre sistemi organizzano aspetti diversi della nostra vita, componendo un identikit perfetto del nostro profilo operativo ed emotivo.

Di qui il potere di condizionamento che viene esercitato, a loro assoluta discrezione, dai collaboratori di Zuckerberg. Non a caso, al momento dell’acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook, si cercò di limitare questo dominio imponendo impegni espliciti, affinché dati e gestione delle diverse piattaforme dell’impero digitale rimanessero separati. L’integrazione fra questi è la base della denuncia di Haugen, ed è stata visibilmente anche uno dei motivi del lockdown della scorsa settimana. Sarebbe bene, infatti, rendere più decifrabile quanto è avvenuto al fine di prevedere interventi risolutivi da parte delle autorità istituzionali, ed evitare così che tutto sia solo occasione per l’ennesima inutile deprecazione del malcostume della Silicon Valley.

Per la prima volta, nella storia di Facebook, abbiamo assistito in pochi giorni a un singhiozzamento di tutte e tre le piattaforme operative del gruppo. Da quanto si è capito, si è trattato di un default per errore umano. Almeno questa è la spiegazione dei tecnici, che così illustrano l’accaduto: quando apri una delle nostre app e carichi il feed o i messaggi, la richiesta di dati dell’app viaggia dal tuo dispositivo alla struttura più vicina, che quindi comunica direttamente tramite la nostra rete dorsale a un data center più grande. È qui che le informazioni necessarie per la tua app vengono recuperate ed elaborate e inviate di nuovo, attraverso la rete, al tuo telefono.

Il traffico dati tra tutte queste strutture informatiche è gestito da router che determinano dove inviare i dati in entrata e in uscita. E nell’ampio lavoro quotidiano di manutenzione di questa infrastruttura, i nostri ingegneri hanno spesso bisogno di prendere parte della dorsale offline per la manutenzione, per esempio riparando una linea in fibra, aggiungendo più capacità o aggiornando il software sul router stesso.

Intanto, da queste essenziali descrizioni, abbiamo anche una minima idea di quella ragnatela che ci avvolge sia nella fase dell’input, ossia quando formuliamo le domande alla nostra app, sia per la parte di output in cui Facebook si impossessa di tutti i nostri dati, istante per istante, elaborandoli e combinandoli fra loro in maniera del tutto indebita e illegale. Infatti, nella connessione permanente fra i nostri device e i server di Facebook, come spiegano gli stessi ingegneri della piattaforma, si depositano continuamente e ossessivamente i nostri dati, che vengono poi elaborati e combinati con le informazioni estratte da altre piattaforme o siti web.

Ma la domanda è: perché, in pochi giorni, più volte, questi talenti della tecnologia, quali sono indiscutibilmente gli ingegneri di Zuckerberg, hanno manomesso un sistema così vitale, i cui errori sono costati svariati miliardi di dollari alle casse sociali? Probabilmente non è estraneo a quanto è accaduto il fatto che WhatsApp sta mutando forma diventando gestibile, autonomamente dal telefonino, anche su computer. Uno sdoppiamento che ne aumenterà la funzionalità e soprattutto la rapacità nel sequestrare i nostri dati.

È evidente che questa coincidenza ci dice tre cose: la prima è che il centro di comando fra Facebook, Instagram e WhatsApp è unico e concentrato in pochissime mani in California; il secondo punto riguarda, di conseguenza, l’ammissione, contrariamente a quanto assicurato, dell’unificazione della raccolta ed elaborazione dei dati provenienti fra le tre piattaforme – cosa fatta da tempo, e su questo si stanno già realizzando forme inedite di profilazione e pressione digitale sugli utenti; il terzo punto è quello più delicato, su cui istituzioni e soprattutto comunità sociali dovrebbero reclamare un intervento radicale: siamo in un regime per cui la proprietà di Facebook pianifica, a sua assoluta discrezione, senza obblighi di condivisione e di informazione, cambi sostanziali al modello di algoritmi e di attività computazionale dei sistemi che comportano una trasformazione qualitativa e quantitativa dell’operatività dei sistemi stessi e della loro finalità nell’arbitraggio di ogni nostra attività. È il punto da rendere visibile, e su cui ora concentrare il fuoco, per evitare che tutto finisca in gloria.

Si tratta di definire procedure e modalità che impongano a ogni titolare di sistema di calcolo automatico, che interferisca su comportamenti e relazioni, di rendere anticipatamente condivisibile ogni modifica al proprio algoritmo. Questo è il principio di base che potrebbe rendere la potenza dell’intelligenza artificiale, che si basa sul machine learning, ossia sulla capacità esponenziale di un dispositivo di imparare e autoaggiornarsi, di poter essere trasparente, condiviso e negoziabile. Senza codificare questo principio, e tradurlo in esperienze negoziali che portino le piattaforme a essere monitorate e contrattate da altre piattaforme di funzione pubblica, la progressione della potenza di calcolo travolgerà tutti e tutto.

Su ciò qualcosa di interessante si sta muovendo in Europa, come dimostrano le attività della commissione specifica del parlamento europeo dove due deputate, la verde Alexandra Geese e la socialdemocratica Christel Schaldemose, stanno istruendo una proposta di intervento che pone proprio i principi per rendere inevitabile questa procedura negoziale.

In questa visione, diventerebbero aggredibili anche le denunce che sono apparse sul “Wall Street Journal” riguardo a quelle che non sono occasionali malversazioni ma strutturali  strategie predatorie e speculative di Facebook, come spiegano dettagliatamente Luca Poma e Giorgia Grandoni, che analizzano proprio i singoli capitoli della denuncia di Haugen, collegandoli con i comportamenti concreti del sistema di Zuckerberg. Siamo a un passaggio di fase, a un vero tornante non più compatibile con la vita ordinaria e la vitalità democratica. Si tratta di controbilanciare un potere che sta tracimando, assegnando a pochi individui una capacità di interferenza e condizionamento senza precedenti.

Da questo punto di vista bisogna dare forma a un protagonismo sociale per cui i sindacati, le comunità tecnologiche, le università e le città, che sono i soggetti che intervengono concretamente su questa materia, animino un movimento che reclami – non solo a livello istituzionale ma sociale – una prassi continua negoziale che renda il calcolo materia di condivisione e di emancipazione collettive. Questo sarebbe il vero epilogo delle denunce di Haugen sul “Wall Street Journal”, rovesciando in questo modo il segnale per cui proprio il giornale del più coriaceo potere finanziario si trova oggi ad agitare la bandiera della libertà contro i monopoli digitali.

 

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