È già materia oscura per definizione, se poi si aggiungono le guerre interne delle tante camarille, allora la situazione dentro i servizi segreti si fa così ingarbugliata che capirci qualcosa è davvero difficile.

La questione delle bande interne – con il dovuto rispetto che si deve ai tanti funzionari e impiegati leali – è storia di sempre; l’Italia è il paese dei piccoli e grandi corporativismi e nel caso dei servizi nessuna riforma è mai riuscita a creare argini. Di certo sappiamo che il mondo dell’intelligence non dovrebbe avere nessun rapporto con la magistratura, se non tramite la mediazione della polizia giudiziaria: i contatti, invece, pare siano normali; anche il mondo della politica dovrebbe starne alla larga se non tramite il Comitato parlamentare sulla sicurezza della Repubblica, il Copasir –  un luogo nel quale noi comuni mortali non sappiamo assolutamente cosa avvenga, dettaglio che qui tralasciamo – mentre le nomine sono nelle mani del presidente del Consiglio. Ma il punto è che ovunque si farebbe di tutto per fare carriera e i servizi non sono da meno.

Di recente si era formata una cordata interna guidata da Gennaro Vecchione, ex capo del Dis – il Dipartimento informazioni per la sicurezza –, l’organo di coordinamento delle barbe finte. Vecchione si lega mani e piedi al suo caporeparto Marco Mancini. È incredibile che lo abbia fatto, ma è così. Trentasette anni nei servizi, Mancini è noto al pubblico dopo il servizio di “Report”, la trasmissione di Raitre che lo ha filmato in un autogrill mentre teneva una intensa conversazione con Matteo Renzi, ma non solo per questo. È figlio della nidiata di Umberto Bonaventura, ufficiale noto per tante faccende, tra cui la ripresa dell’inchiesta intorno all’uccisione del commissario Luigi Calabresi (fu lui a “sequestrare” nel 1988 il pentito Leonardo Marino per qualche giorno, poi lo consegnò ai magistrati con le sue accuse belle e pronte). Con loro c’era anche Giuliano Tavaroli, uomo intelligente, che finisce implicato insieme a Mancini nell’affaire Telecom dei dossieraggi del Sismi: non ne sappiamo niente, tutto si chiuse con il sigillo del segreto di Stato apposto da diversi governi. Finisce anche nel caso del rapimento illegale dell’imam milanese Abu Omar: e giù ancora segreto di Stato – per coprire qualche codicillo che ci lega in modo imbarazzante all’intelligence statunitense. Mancini è uno che non sa stare fermo: è super-attivo con la guida dei servizi di Nicolò Pollari – di cui dice “è un mio uomo”, tanto per capirne il tipo umano.

Lo scorso dicembre non incontra solo Renzi ma anche il capo della Lega Matteo Salvini e, con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, anche il ministro Luigi Di Maio. Tutto mentre sono nell’aria nuove nomine e lui aspira fortissimamente a quella di vicecapo del Dis. Un organo che ha un ruolo generale di coordinamento e che non può interferire nelle attività delle singole agenzie, ma che ha un suo notevole peso: tra le altre cose, esercita il controllo sulle attività di Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), attraverso l’Ufficio centrale ispettivo, e vigila sulla corretta applicazione del segreto di Stato e della documentazione classificata – poteri importanti, finanche decisivi in alcune circostanze. Dopo tutto quel via vai di incontri e salamelecchi, Vecchione è stato talmente sfrontato nel difendere il suo caporeparto Mancini davanti al Copasir che Draghi ha perso le staffe e ha deciso il blitz: via Vecchione, il cui mandato sarebbe scaduto il prossimo anno, arriva Elisabetta Belloni, l’ambasciatore (calme/i: rispettiamo la declinazione di genere del comunicato ufficiale di Palazzo Chigi) a capo della Farnesina, stimatissima trasversalmente e niente affatto estranea al mondo dell’intelligence: le ambasciate in tutto il mondo, con i loro addetti militari dal doppio incarico, sono il luogo eletto per la raccolta delle informazioni (che dovrebbe essere il mandato principale e diremmo esclusivo dei servizi). 

Mancini, spia emiliana amante delle lampade solari, del tennis e, ça va sans dire, delle donne, lavora nel settore ininterrottamente da trentasette anni: potrà l’ambasciatore Belloni mettere un po’ d’ordine? Vedremo. Mancini attualmente gestisce la cassa del Dis: roba importante, cifre non da poco, saprebbe come far fallire un’operazione, se volesse.

Di fronte a questo quadro poco serio, ma tragico, la classe politica si riduce a fare da claque: tutto il centrodestra, e non solo, ha esultato per la cacciata di Vecchione, uomo di Giuseppe Conte, e per l’arrivo di una fuoriclasse della diplomazia da cui ci si aspetta un riallineamento totale all’asse con Joe Biden. Basta con le amicizie ravvicinate con russi e cinesi, vuole il coro. Come se così si risolvessero i nostri interessi nazionali, soprattutto per un Paese come l’Italia, dalla posizione geografica tanto particolare da farne punto di attrazione per le spie di ogni dove (non abbiamo né risorse naturali né potenza militare, le altre due doti molto attraenti per l’intelligence). Piuttosto che di bande, insomma, avremmo bisogno di trovare una nostra chiave di stare al mondo, soprattutto in quel Mediterraneo allargato che ci vede così vicini e così inermi. Dovremmo sapere cosa fare con la Tunisia piegata dalla crisi economica, con la Libia distrutta, con i figli di quelle terre che arrivano violati sulle nostre coste, con l’autoritarismo dell’Egitto a cui vendiamo armi, con la Palestina umiliata e con l’aggressività della destra israeliana, con il Libano sempre sotto tiro, con la Siria invasa, con la Turchia imperiale di Erdogan. E come stabilire rapporti razionali con la grande madre Russia e con il gigante cinese? Faccende molto, troppo complicate per chi è uso alle claque.