Siamo già alla terza udienza, quella tenuta oggi. Il processo sui mandanti della strage di Bologna si era aperto una decina di giorni fa, il 16, con la plateale entrata in scena di uno dei principali accusati, Paolo Bellini, primula nera del terrorismo parastatale (per le forti protezioni di cui ha goduto per tutta la sua vita). Quel giorno Bellini, ex Avanguardia Nazionale, assassino del militante di Lotta Continua Alceste Campanile, ex collaboratore di giustizia, amico dei boss di Cosa nostra, e presunto quinto attentatore presente in stazione la mattina del 2 agosto 1980, è arrivato nel tribunale bolognese bestemmiando, cioè dicendo di sentirsi come Sacco e Vanzetti. La sua difesa – avvocati Manfredo Fiormonti e Antonio Capitella – è tutta centrata sulla sua estraneità, nonostante ci sia quel video amatoriale girato in superotto da un turista nel quale la sua ex moglie ha riconosciuto proprio Bellini; naturalmente lui contesta tutto, sulla base di una perizia antropometrica non depositata agli atti, quindi non visibile alle altre parti. La difesa ha “sparato” subito contro quel vecchio superotto, chiedendo una perizia immediata del filmato e l’immediata discussione del caso, derogando all’ordine con cui di solito vengono prodotte le prove in dibattimento: mossa che ha acceso subito lo scontro con la Procura generale, che si è opposta alla richiesta, spiegando che il filmato non è l’unico elemento di prova a carico di Bellini. Mossa infine respinta dalla Corte che disporrà un’autonoma perizia dopo aver sentito i consulenti di parte.

Paolo Bellini è al centro di un sistema stragista ed è chiaro il tentativo di far crollare le accuse per far venire giù l’impianto: i legali di Bellini hanno provato anche a sostenere l’esistenza di un misterioso teste che nel 2019 ha inviato a tutte le Digos d’Italia un rapporto chiedendo se qualcuno riconoscesse nel video Bellini: risposta negativa. Peccato che il rapporto “riguardava un’altra persona, non il soggetto che riteniamo fosse Bellini”, ha detto in aula il procuratore generale Umberto Palma (che sostiene l’accusa insieme al procuratore Nicola Proto e all’avvocato generale Alberto Candi). E ancora: Bellini non era a Bologna quella mattina; ma i registri dell’albergo lo provano. Insomma, la battaglia è aperta e la posta in gioco è alta.

Il nuovo filone del processo promette lo showdown sui mandanti, se la Procura generale, cioè l’accusa, riuscirà a provare che la strage fu finanziata dalla loggia P2 e compiuta da componenti dell’estrema destra: Nar, ma anche Terza Posizione e Avanguardia Nazionale. Ancora non sono state scoperte le carte, in senso proprio, cioè i documenti che proverebbero l’impianto accusatorio che si dice siano assai interessanti e sostanziosi. Per ora si conosce solo il “Documento Bologna”, di cui molto si è parlato, quello trovato in possesso di Licio Gelli e che indica passaggi di denaro giudicati significativi ai fini di provare il ruolo della P2 e di alcuni uomini chiave, come vi abbiamo già raccontato su terzogiornale.

Ma quel documento sarebbe solo l’antipasto. Sarà interessante comprendere il coinvolgimento di Avanguardia Nazionale e del suo capo Stefano Delle Chiaie, amico dei dittatori sudamericani e “manovrato da un servitore molto infedele dello Stato” (parole del procuratore generale), cioè Federico Umberto D’Amato, presunto organizzatore, mandante e finanziatore della strage, legatissimo a Licio Gelli da cui aveva ricevuto fondi in nero sottratti al Banco Ambrosiano. Anche se una certa narrazione piuttosto deludente, a voler essere buoni, tenti di presentare in diversa luce la natura dei rapporti tra Delle Chiaie e D’Amato, sostenendo che non ci siano prove ma solo testimonianze dei legami tra i due: le vecchie sentenze sulle stragi di Milano e Brescia, acquisite agli atti, contribuiranno a una ricostruzione che speriamo ci porti fuori dalle secche di una verità a metà: quella dei neofascisti Mambro, Fioravanti e Ciavardini (in primo grado si aggiunge Cavallini) che avrebbero fatto tutto da soli. 

Avanti dunque con le udienze: le parti civili hanno chiesto di ascoltare 214 testi, mentre 184 sono stati quelli indicati dalla pubblica accusa, gran parte dei testimoni coincidevano. I testi dei procuratori generali sono stati tutti accolti, mentre alcuni dei nomi indicati dalle parti civili non sono stati ritenuti essenziali ai fini del processo. Il processo procederà per aree tematiche, e si inizierà ad affrontare il contesto storico e politico che precedette l’attentato. Poi risponderanno alle domande in aula, tra gli altri, Massimo Carminati, l’ex Br Adriana Faranda, e ancora Maurizio Abbatino, elemento di spicco della Banda della Magliana, l’ex generale del Ros Mauro Mori, il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, la segretaria di Licio Gelli, Nara Lazzarini, e molti altri. Siamo solo all’inizio.     

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