Le figure degli “irregolari” probabilmente hanno fatto la storia della strategia della tensione senza che noi ce ne accorgessimo. Sono come anguille che sfuggono a ogni possibile presa. Paolo Bellini, oggi quasi settantenne, deve essere processato perché è stato il quinto uomo della strage del 2 agosto 1980, come ha chiesto la Procura generale di Bologna davanti al Gup Alberto Gamberi nell’udienza preliminare del primo febbraio del nuovo troncone del processo sui mandanti. Lui si professa innocente.

Il suo curriculum criminale, che in parte abbiamo già raccontato, è impressionante. Killer nero, latitante con passaporto brasiliano, aviere, ricettatore di opere d’arte rubate, suggerisce al boss mafioso Nino Gioè, incontrato in un carcere siciliano lontanissimo dalla sua residenza, la strategia terrorista dell’attacco ai monumenti storici, quella poi davvero attuata dalla cupola mafiosa di Cosa nostra, Bellini è il sicuro tramite di un tentativo dello Stato di riavere preziosissime opere d’arte: insieme a Totò Riina può assicurare il loro ritorno ma il boss alza il prezzo e non se ne fa niente. Il nome di Paolo Bellini è già sulle scrivanie degli inquirenti immediatamente dopo la strage del 2 agosto 1980. Una foto con la didascalia “estremista di destra” segnala la notevole rassomiglianza con l’identikit di un giovane visto allontanarsi precipitosamente dalla sala d’aspetto della stazione poco prima dell’esplosione. Alcuni testimoni confermano di averlo visto a Bologna poco prima della strage e addirittura un detenuto dice che il fratello di Paolo, Guido, poco prima di morire, gli confidò in carcere che Paolo aveva trasportato l’esplosivo usato proprio in quella maledetta strage…

Eppure non c’è niente da fare, le indagini si fermano, viene tirato fuori dai guai perché le autorità credono all’alibi fornito dal clan familiare: quel giorno era a Rimini a incontrare sua madre alle 9 e mezzo del mattino, impossibile che alle 10.25 fosse a Bologna. Ma il tempo, si sa, è galantuomo, se c’è chi gli dà una mano: poco tempo fa il pool dell’Associazione delle vittime della strage riesce a focalizzare l’attenzione su alcuni fotogrammi di un vecchio video girato da un passante, conservato tra vecchi reperti. Vedono un uomo con i baffi, lo guardano molto attentamente e notano una certa somiglianza con Bellini: sarà lui? Le perizie e il riconoscimento decisivo della sua ex moglie, Maurizia Bonini, lo inchiodano. Ma non solo. Tra i materiali raccolti, e sulla base dei quali la Procura generale bolognese chiede il processo, c’è anche una intercettazione ambientale realizzata nel lontano 1996 dai magistrati di Milano.

La cimice è piazzata dentro casa di Carlo Maria Maggi, il super capo di Ordine nuovo nel Triveneto, un pezzo da novanta, condannato come organizzatore della strage di Brescia. Maggi è a pranzo con la famiglia, il figlio gli chiede cosa ne pensi lui della vicenda della Stazione: “Nei nostri ambienti si sa, eravamo in contatto con il padre di questo aviere, si dice che lui portò la bomba alla stazione”, “e la Mambro e Fioravanti hanno fatto la strage di Bologna?”, insiste il figlio, e lui: “sì, sicuramente. Sono stati loro”. La conversazione strappata in casa Maggi è un tassello notevole di questo grande puzzle che pian piano si sta componendo e nel quale l’aviere Bellini sul piano operativo potrebbe essere centrale. Anche per i suoi rapporti con l’antiquario romano Sergio Vaccari, misteriosamente ucciso a Londra il 16 settembre 1982, cioè tre giorni dopo il famoso arresto del capo della P2 Licio Gelli a Ginevra.

Sempre in occasione dell’udienza del primo febbraio, la Procura generale, ricostruendo il percorso del denaro servito a finanziare la strage, ha parlato proprio di Vaccari, un personaggio intimo al contesto dell’eversione nera dell’epoca, legato a Agostino Vallorani, un altro antiquario, marchigiano, un bel negozio in Ledbury Road a Londra, a sua volta coinvolto insieme a Paolo Bellini in una inchiesta su un furto di opere d’arte – era stato il tramite tra Bellini e il maresciallo dell’Arma in quel maldestro tentativo di ritrovare i tesori rubati. Nel 2019 Vallorani mise a verbale che Paolo Bellini gli aveva detto di far parte di un gruppo incaricato di prelevare comunisti dalle loro abitazioni in caso di colpo di Stato. E cosa c’entra l’antiquario Vaccari ammazzato a Londra? È l’ultima persona ad aver visto in vita Roberto Calvi, il presidente del banco Ambrosiano che determinò, con le sue sconsiderate operazioni finanziarie, il crack dell’istituto: dall’Ambrosiano sarebbero usciti i soldi finiti nelle tasche di Gelli e da questi distribuite ai terroristi. C’è molta carne al fuoco. Flussi di denaro inspiegabili, le spericolate amicizie di Aldo e Paolo Bellini con Ugo Sisti, il contesto fascista, apparati sporchi, la Guerra fredda. Prossima tappa dell’udienza preliminare l’8 febbraio.

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