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La Francia in alto mare nella lotta contro il Covid

Oltralpe la pandemia non si riesce a contenere nonostante il Paese provenga da un lockdown rigoroso e abbia messo in campo dentisti e veterinari

16 Aprile 2021 Agostino Petrillo  1183

Gabriel Attal vede nero: “La terza ondata è tutt’altro che superata”, così ha dichiarato il 14 aprile il portavoce del governo francese, constatando mestamente che: “Malgrado qualche segnale incoraggiante (…), il picco dei ricoveri non è stato ancora raggiunto”. Difficile dargli torto: mentre il calendario delle riaperture promesso da Emmanuel Macron si fa ancora attendere, gli indicatori della pandemia non accennano che debolmente a calare in tutto il paese, e rimangono bloccati su cifre elevate in alcune regioni, in cui la pressione sugli ospedali è ancora fortissima. Per il governo è un colpo molto duro, dato che l’ultimo lockdown era stato introdotto a fine marzo, con la speranza che il sommarsi di quarantena e vaccinazioni di massa facesse rientrare i contagi e le vittime.

La Francia viaggia su cifre più o meno analoghe a quelle italiane, con circa trecento morti al giorno e un numero di contagiati addirittura superiore al nostro. Macron dovrebbe, tra stasera e domani, incontrare un pool di esperti per decidere la scansione e stabilire i protocolli delle riaperture, ma esita, e pare quasi certo un rinvio della riunione. Per ora è stato lasciato trapelare che sarà concessa verso metà maggio una limitata riapertura dei ristoranti e di alcune attività culturali. La partita è evidentemente di portata gigantesca, e il presidente si gioca sulla questione una parte non secondaria di una popolarità da tempo in declino. La Francia viene da una chiusura pressoché totale, interrotta solo in maniera estremamente cauta per il weekend pasquale, con spostamenti limitati a un raggio di dieci km. Per una più generale ripresa delle attività si parla di metà giugno, sempre sperando che il caldo porti un miglioramento della situazione sanitaria. Gli studenti, per ora parcheggiati nelle “vacanze primaverili” che vanno dal 12 al 26 aprile, dovrebbero rientrare in presenza verso i primi di maggio, per quanto riguarda le scuole materne e le elementari, rimanere in remoto fino a data da stabilirsi per la scuola media e superiore.

Nel paese è grande l’esasperazione e serpeggia l’invidia per gli inglesi che ormai “sono tutti al bar” come titolava Le Monde del 12 aprile. Forse è questo il motivo per cui fonti vicine a Macron affermano freddamente che il calendario delle riaperture sarà stabilito “unicamente tenendo conto dell’andamento delle vaccinazioni, anche se i tassi di contagio rimanessero alti”. Come dire che si è ormai pronti a pagare un prezzo altissimo in vite umane pur di riavviare l’economia e riguadagnarsi il favore della opinione pubblica.

Ma sul fronte dei vaccini si procede ancora in ordine sparso, nonostante la campagna sia stata ufficialmente aperta il 26 dicembre e siano stati arruolati alla bisogna anche dentisti e veterinari. Per ora si viaggia su un modesto numero di trecentomila vaccinati al giorno e il primato va alla Corsica con oltre il 10% di abitanti che hanno completato il ciclo vaccinale, mentre la regione parigina è ferma al 6%. Dato che si è finora proceduto prevalentemente per classi di età, il 65% degli ultrasettantacinquenni ha in ogni caso ricevuto almeno una prima iniezione. Il balletto internazionale fatto di stop and go su AstraZeneca e Johnson & Johnson ha certamente frenato la campagna, e le affermazioni roboanti di Macron a fine marzo, secondo cui si sarebbe dovuto vaccinare “mattina, mezzogiorno e sera” nei megacentri appositamente allestiti fino a raggiungere l’ambizioso obiettivo delle cinquecentomila persone al giorno, sono rimaste in buona parte mero flatus vocis. Alla luce degli ultimi eventi incerto appare anche il destino del centro realizzato a Marcy L’Etoile, in cui era prevista la produzione, da parte di Sanofi, del vaccino Johnson, e che avrebbe dovuto fornire dodici milioni di dosi al mese a partire dall’autunno prossimo.

A complicare le cose, ci si è messo anche il Ramadan, cominciato martedì 13 che, nonostante gli appelli lanciati da alcuni intellettuali di fede islamica tra cui Mohammed Moussaoui – figura di rilievo, presidente del Conseil français du culte musulman, che ha dichiarato: “la vaccinazione non ha nulla a che fare con la rottura del digiuno” –, rischia di rallentare le operazioni, almeno per quanto riguarda la componente della popolazione islamica di più stretta osservanza. Va anche rilevato che altre voci si sono espresse in senso contrario alla rottura del Ramadan, e che una certa resistenza alla vaccinazione, e una residua incredulità nei confronti del Covid-19, sono vive nel paese anche a un livello più generale. Basterebbe ricordare la folle marcia dei “Puffi blu” in cui cinquemila persone vestite da puffo sfilarono a Parigi, a pandemia già cominciata nel marzo 2020, e i riots settimanali dei gilet gialli, proseguiti per qualche tempo senza curarsi troppo del Coronavirus. I social media francesi pullulano di no-vax che inneggiano alla “libertà vaccinale” e si rimbalzano l’un l’altro lo slogan mon corps, mon choix, “il mio corpo è una mia scelta”. Spesso i gruppi no-vax hanno anche caratteristiche anti-sistema, e le loro radici sono da ricondursi a un mix di libertarismo e sfiducia nello Stato.

Nel complesso la marcia della Francia verso una immunità almeno temporanea appare ancora lunga, e le riaperture finora prospettate sono gravide di incognite. Nel frattempo si sono completamente interrotti i voli da e per il Brasile, dopo che la “variante brasiliana P1” ha spaventato gli specialisti, poiché pare che AstraZeneca sia scarsamente efficace nel prevenirla. La decisione non è stata particolarmente gradita dall’entourage di Jair Bolsonaro, e la decisione potrebbe aggiungere altri guai a quelli già esistenti, trasformando una questione sanitaria in una querelle politico-diplomatica.

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TagsAgostino Petrillo covid Emmanuel Macron Francia no-vax Ramadan vaccini

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