Dal porto di Genova transitano le merci più diverse, tra cui, pare ormai assodato, anche armi. Potrebbero e dovrebbero preoccuparsene l’Autorità portuale o le Dogane, ma queste istituzioni non sembrano crucciarsene particolarmente. La dimensione etica dei traffici interessa in maniera estremamente selettiva anche i quotidiani locali, che informano regolarmente del ritrovamento di carichi illeciti che vanno da animali esotici impagliati a griffe contraffatte fino a container pieni di cocaina, ma raramente indagano su prodotti che provengono da mercati del lavoro dominati dallo sfruttamento minorile e dalla violazione dei diritti umani, e poco emerge sui traffici di armi e esplosivi. Le Dogane per lo più rifiutano di fornire dati al riguardo anche se la legge 185/90 regola severamente questo tipo di traffici, e si suppone quindi che dovrebbe esistere una qualche forma di controllo pubblico su di essi.

Stridente contraddizione per una città che ha sempre avuto un’anima profondamente antimilitarista e di sinistra. Basterebbe ricordare che la Mostra Navale Bellica, esposizione di strumenti di morte, che si teneva a Genova regolarmente negli anni Ottanta ed era visitata da militari di mezzo pianeta, non si fece più dopo una serie di manifestazioni e lotte partite nel 1984 e culminate in occasione dell’edizione della mostra del 1989, che vide scontri e proteste giungere fin sotto i locali in cui si teneva la fiera delle armi.

Il tema si è riproposto all’opinione pubblica recentemente a proposito di navi battenti bandiera saudita e ritenute trasportare armi che vengono impiegate nella spaventosa guerra che sta dilaniando lo Yemen. Il sospetto di un traffico di armi che si serve della flotta dell’Arabia per traghettare morte ha suscitato inquietudine in città e riprovazione negli ambienti militanti che hanno inscenato dimostrazioni davanti al GMT – Genoa Metal Terminal.

Tra le navi che fanno regolarmente scalo al GMT ci sono infatti le Bahri saudite, universalmente note perché specializzate nel trasporto di armi ed esplosivi dai porti del Nord America e dell’Europa verso quelli del Medio Oriente e dell’India, e recentemente denunciate dai movimenti pacifisti in tutto il mondo appunto perché riforniscono gli eserciti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti impegnati nella guerra civile yemenita. I lavoratori portuali genovesi hanno spesso contestato l’attracco di queste navi ogni qual volta si è sparsa la voce della presenza di carichi militari; ma la direzione di GMT non solo non ha mostrato alcuna sensibilità sulla questione, ha anzi accusato i portuali di sabotare la “normale” attività del porto e anche minacciato rappresaglie nella forma di possibili licenziamenti che deriverebbero da una riduzione del lavoro. È stato fatto loro osservare che la compagnia di navigazione Bahri non è certo il solo cliente di GMT, che nel 2019 ha avuto utili netti per quasi cinque milioni di euro, e che i portuali chiedono unicamente che siano bandite le armi dirette verso teatri di guerra. Tuttavia GMT continua a respingere anche le richieste provenienti dal sindacato, preoccupato per la sicurezza dei lavoratori e della tutela della popolazione che vive nella zona prospiciente il porto.

Nel 2019 l’azione dei portuali genovesi che avevano bloccato, con uno sciopero che ha avuto vasta adesione e massiccio sostegno in città, un carico di armamenti su una nave della flotta saudita Bahri diretto in Yemen, nave già in precedenza respinta anche dai dockers di Le Havre, è assurta a notorietà internazionale quando papa Francesco ha commentato: “In un porto è arrivata una nave piena di armi che doveva andare nello Yemen, e noi sappiamo cosa succede nello Yemen. I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi!”. Le lotte hanno dato anche altri risultati: è stato condannato il capitano del cargo Bana battente bandiera libanese che trasportava carri armati, individuato dai lavoratori e poi bloccato nell’aprile 2020, che ha patteggiato tre anni nel febbraio 2021.

Il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali continua a battersi per mettere fine alla circolazione delle navi in questione, sollecitando controlli che si sono però rivelati di difficile realizzazione dato che la merce a bordo è secretata. Un messaggio inviato dalle Autorità agli addetti ai controlli lo scorso 4 marzo, nel momento in cui transitava la ennesima nave Bahri, lo dice chiaramente:

“… dall’avvio del traffico nel 2019 la merceologia è ignota anche a noi e credo sia coperta da segreto per questioni di sicurezza o accordi nazionali o sovranazionali a noi ignoti. Il traffico è autorizzato e consentito dalle Autorità e dalle Convenzioni internazionali. Per noi tanto basta, fatte salve le fattispecie legate alle operazioni portuali strettamente connesse”.

Ci sono state recentemente anche delle misure repressive: quando una Bahri approda la polizia presidia il terminal, e si impedisce ai portuali di controllare la pericolosità dei carichi. A fine febbraio la Digos ha avviato un’indagine sui membri del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, in prima linea nello sciopero del 2019, e che da allora ha continuato a propugnare un’idea di porto etico, arms free, come in altri porti europei. Cinque lavoratori del Collettivo sono attualmente indagati dalla procura di Genova per associazione per delinquere finalizzata a reati che vanno dalla resistenza all’accensione di fumogeni, al lancio di oggetti pericolosi, fino all’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti. Ai membri del Collettivo vengono contestate non solo le manifestazioni e i presidi contro le navi della flotta Bahri, ma anche azioni antifasciste con blitz davanti alle sedi di Casapound, Forza Nuova e Lealtà azione, che sarebbero consistite – secondo l’avvocato difensore Laura Tartarini – sostanzialmente in scritte e portoni sigillati con la colla. L’attività di monitoraggio da parte dei lavoratori portuali non si è però interrotta: il mese scorso sono riusciti nuovamente a immortalare con riprese fotografiche una nave che recava blindati destinati all’esercito saudita. In città la sensibilità sul tema è alta e sono attese reazioni dal mondo della politica e del sindacato.