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Il sindaco di Taranto: presto un tavolo per programmare la chiusura...

Già in questo momento l'ex Ilva non è competitiva, è decisamente pericolosa ed è una voragine per i conti pubblici. Non sarà il Consiglio...

Spunta la loggia Ungheria: nuovi arresti nella vicenda dell’Ilva

E adesso che dirà il segretario del Pd Enrico Letta sull’Ilva di Taranto? In altri tempi, non poi tanto lontani, bastava una sentenza del Consiglio di Stato, o una assoluzione in tribunale, per chiudere la partita. Insomma per continuare come se nulla fosse, sia pure appellandosi alla vigilanza ambientale. Ma proprio in queste ore due vicende apparentemente scollegate tra loro potrebbero imprimere un colpo d’accelerazione al destino della più grande acciaieria d’Europa.

La procura di Potenza, infatti, ha appena ottenuto arresti in carcere, ai domiciliari e misure interdittive per una associazione criminale finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, ai tentativi di aggiustare inchieste e processi. Due i personaggi chiave: l’ex procuratore di Trani e Taranto, Carlo Maria Capristo, oggi pensionato e solo per questo non finito in carcere, e l’avvocato Piero Amara, faccendiere già agli onori della ribalta per aver raccontato dell’esistenza della loggia Ungheria, una confraternita paramassonica, di cui abbiamo parlato su “terzogiornale” in questo articolo.

Taranto, in attesa della pronuncia del Consiglio di Stato

Un sogno per molti, un incubo per altri. La grande acciaieria potrebbe chiudere i battenti. La sentenza della Corte d’assise di Taranto almeno un merito l’ha avuto. Non si può più perdere tempo, mentire, fare false promesse. Il destino della più grande acciaieria d’Europa è segnato. I giudici hanno confiscato l’area a caldo. Se anche gli altri due gradi di giudizio lo confermeranno, gli altiforni dovranno chiudere. Insomma, il ciclo integrale di Taranto dovrà andare in pensione.

Ma la svolta potrebbe arrivare prima che si compiano i tempi lunghi della giustizia. Già nei prossimi giorni il Consiglio di Stato potrebbe confermare la sentenza del Tar che ha dato ragione al sindaco della città dei due mari che ha chiesto la chiusura dell’area a caldo.

Ilva, il ritardo della politica

L’Italsider, che poi sarebbe diventata l’Ilva, era un mostro potente e immortale. La famiglia Riva, industriali del Nord, nel 1994 comprò dall’Iri di Romano Prodi l’acciaieria più grande d’Europa, che produceva dodici milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Per loro fu un affare. E la fabbrica si impossessò della città. Riva assunse molti giovani operai, soprattutto della provincia allargata. E investì in attività finalizzate a un consenso sociale nella città.

Diecimila operai diretti e quattromila quelli delle ditte d’appalto. Sembrava un’acciaieria destinata a vivere a lungo, anche perché, fallito il sogno del quinto centro siderurgico di Gioia Tauro (1970), chiusa l’Italsider di Bagnoli (anni Ottanta), riconvertito il ciclo a freddo in Liguria (anni Novanta), rimaneva solo Taranto come acciaieria a ciclo integrale. Sembrava un destino segnato. I riflettori nazionali erano spenti su Taranto, se non quando salì alla ribalta il sindaco Giancarlo Cito, il leghista del sud.