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Sánchez non ci sta

È di sabato 12 novembre la “Dichiarazione congiunta sui flussi migratori dei ministri dell’Interno di Italia, Malta, Cipro e del ministro della Migrazione e dell’asilo della Grecia”. I quattro Paesi del Mediterraneo, definiti da vari giornali “asse del Sud”, ritengono “increscioso e deludente” il meccanismo di ricollocazione degli immigrati all’interno dell’Unione europea, dal momento che l’impegno del 10 giugno 2022 – sottoscritto dai Paesi su base volontaria e temporanea – coprirebbe solo “una frazione molto esigua del numero effettivo di arrivi irregolari” nel corso dell’anno. Tale accordo – si legge nella nota – si sarebbe dimostrato inefficace nell’alleviare la pressione migratoria sui Paesi dell’Unione più esposti. Il comunicato dei quattro si occupa anche e soprattutto del lavoro delle Ong, il cui operato si svolgerebbe al di fuori dello “spirito della cornice giuridica internazionale sulle operazioni di search and rescue, che dovrebbe essere rispettata”. In qualche modo, si auspica una stretta sull’azione delle Ong, definite “navi private”, affinché “rispettino le pertinenti convenzioni internazionali e le altre norme applicabili”.

Pronta e ferma la risposta del governo Sánchez che, evidentemente, non intende essere parte di alcun “asse del Sud”: la Spagna, infatti, pur condividendo “con i suoi partner mediterranei la necessità di istituire un meccanismo per un’equa distribuzione delle responsabilità tra i Paesi dell’Unione, in materia di migrazioni, e lo ha sempre difeso sia all’interno della Med5 sia nei Consigli dei ministri dell’Interno, non può però sostenere proposte che premierebbero i Paesi che non rispettano i loro obblighi in termini di diritto marittimo internazionale, e che andrebbero a discapito di quelli che, come la Spagna, rispettano i loro obblighi internazionali e salvano vite con risorse pubbliche”.

Troppi immigrati? Perché il Nord Europa si difende

Che cosa accade a Stoccolma e Copenaghen sul fronte immigrati? È in atto una forte frenata nelle avanzatissime politiche di accoglienza e integrazione di cui si vantavano la Svezia e la Danimarca? Sì, è così. I partiti socialdemocratici, tornati a governare nelle due capitali, hanno corretto energicamente da qualche tempo le proprie politiche sul tema. Come mai e perché? Vale la pena contestualizzare il problema prima di parlare di “stretta autoritaria” o, peggio, di perdita della tradizionale civiltà scandinava e socialdemocratica.

La Svezia ha poco più di dieci milioni di abitanti, di cui un milione e duecentomila sono immigrati regolarmente registrati. In realtà sono molti di più, e comunque oltre il 10% del totale della popolazione, barriera ritenuta compatibile per non creare scossoni sociali e procedere a politiche inclusive. È poi indubbio che negli ultimi vent’anni i Paesi scandinavi abbiano assorbito, in percentuale, più immigrati che gli altri Paesi europei. Inoltre, le società del Nord Europa sono ritenute assai democratiche e accoglienti, ma sociologicamente compatte: religione maggioritaria protestante, valori etici condivisi, parità uomo/donna raggiunta, alta natalità grazie alle politiche sociali.

L’Europa e lo scandaloso silenzio sugli innocenti

Quello che sta per chiudersi è l’anno del silenzio sugli innocenti. L’Europa che guarda dall’altra parte, che prova a combattere contro il virus, che si ritrova impantanata tra i “no vax e i “no pass”, non ha neanche la capacità di fare la voce grossa contro la Polonia, che alza muri per impedire che i profughi, i senza patria, gli immigranti possano entrare in quella che fu la culla della civiltà, l’Europa appunto. Sono disperati fantasmi strumentalizzati dalla Bielorussia, corpi violentati dal freddo e dalla fame, e sono ancora lì, in questo tenebroso Natale, alla ricerca di una solidarietà negata. Solo una voce si è alzata in loro difesa, una voce forte e chiara. Ed è quella del pellegrino papa Francesco, che da Lesbo e da Cipro si è interrogato sulla fine della civiltà e della democrazia in questo nostro nuovo mondo.

È l’Europa che stenta a prendere corpo, a diventare un soggetto politico forte in un mondo che, crollati i muri, è diventato multipolare e sta costruendo nuove barriere. Cina, Russia, Usa, le grandi megalopoli arabe si contendono risorse e territori. Il mercato, e non solo. E l’egemonia si gioca su questo, non sulla diplomazia, sulle relazioni internazionali, sullo spauracchio degli eserciti e delle armi di distruzione di massa.