Da quando è cominciato il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, Tel Aviv non ha mai smesso di bombardare Gaza e di eseguire omicidi mirati. Anche all’interno delle popolose aree abitate, causando spesso numerose vittime civili. Dal 10 ottobre 2025 – giorno dell’entrata in vigore dell’accordo mediato da Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti – gli attacchi israeliani hanno ucciso più di 1400 palestinesi. Anche le esecuzioni sommarie di dirigenti e funzionari di Hamas non si sono mai fermate, e gli attacchi continuano, dopo quasi un anno dal cessate il fuoco, a colpire uomini del movimento nelle abitazioni, nelle automobili e sulle motociclette. Martedì scorso, all’alba, tre missili hanno colpito un appartamento nel quartiere al-Nasr di Gaza City, uccidendo Izz al-Din al-Bik, 48 anni, comandante della Brigata Nord delle Brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas.
Fonti ufficiali ne hanno confermato la morte, e quattro dirigenti del movimento, interpellati separatamente da “Asharq Al-Awsat”, hanno ricostruito il suo percorso nell’ala militare, spiegando che aveva assunto la guida della brigata dopo l’uccisione di Ahmed al-Ghandour, nel novembre 2023. È il terzo comandante territoriale di primo piano ucciso in meno di tre settimane. L’11 settembre, le stesse Brigate al-Qassam hanno annunciato la morte di Mohammed Abdel Salam al-Yazouri, comandante della Brigata di Khan Younis e membro del consiglio militare superiore. Quattro giorni dopo, un altro attacco israeliano ha ucciso Nael Abu Obeid, indicato da Tel Aviv come comandante della Brigata di Rafah.
La campagna di uccisioni mirate non riguarda soltanto chi dirige le unità armate. Il 23 settembre, un missile ha centrato un’automobile a Khan Younis, ammazzando Osama Abu Khater e Mohammad Abu Elwan. Israele ha definito Abu Elwan un “alto responsabile finanziario” di Hamas, sostenendo che l’obiettivo dell’operazione fosse impedire al movimento di ricostruire le proprie forze. Ma i vertici militari e di governo israeliani sanno bene che ogni nome eliminato apre immediatamente il processo di nomina del successore. A maggio, Izz al-Din al-Haddad e Mohammed Odeh erano stati uccisi a dieci giorni di distanza. Israele li aveva presentati in successione come vertici delle Brigate al-Qassam; Hamas ne ha confermato le morti, ma ha smesso di comunicare chi prende il posto dei comandanti eliminati. Una fonte interna ha spiegato al quotidiano libanese “Al-Modon” che si tratta ormai di una scelta precisa: nessun nuovo responsabile militare deve essere annunciato pubblicamente. La stessa fonte racconta di una struttura molto diversa da quella precedente alla guerra. I collegamenti sicuri del braccio armato sarebbero stati in gran parte distrutti, le comunicazioni radio interrotte, e ogni brigata lavorerebbe su direttive generali, lasciando ai battaglioni e ai gruppi una maggiore autonomia nelle emergenze. Non significa che la catena di comando sia scomparsa, ma che Hamas sta provando a renderla meno visibile proprio mentre Israele concentra intelligence e bombardamenti su chi la compone.
In effetti, nonostante gli omicidi mirati, il gruppo palestinese riesce in qualche modo a tenere elezioni generali e locali. Dalle urne di Hamas emerge un movimento composito, tutt’altro che monolitico, con diversità di vedute difficili da scorgere dall’esterno. Khalil al-Hayya è diventato presidente dell’ufficio politico soltanto a luglio, con un risultato strettissimo. Secondo fonti interne, citate da “Al-Modon”, nel primo turno diversi componenti del Consiglio generale della Shura hanno consegnato scheda bianca, chiedendo criteri che superino le appartenenze regionali. Al secondo voto, al-Hayya avrebbe battuto l’ex leader Khaled Meshaal 35 a 34. Persone vicine al vincitore parlano, invece, di due voti di differenza ma, in ogni caso, nessun plebiscito. E lo stesso starebbe accadendo in questi giorni a Gaza, dove l’elezione del nuovo capo politico locale del movimento si è fermata ancora sulle schede bianche.
A contendersi l’incarico, sono Ali al-Amoudi e Nizar Awadallah. Al-Amoudi è dentro la Striscia, è stato a lungo tra gli uomini più vicini a Yahya Sinwar e – dopo essere stato liberato nello scambio per Gilad Shalit del 2011 – lo ha accompagnato durante buona parte della sua attività politica. Negli ultimi mesi, ha già gestito gran parte degli affari dell’ufficio politico a Gaza; eppure proprio lui, secondo fonti vicine al movimento sentite da Al-Araby Al-Jadeed, è stato uno dei dirigenti che più hanno spinto, dall’interno, per accettare la roadmap sul disarmo proposta dal Board of peace (Bop), oltre che per riportare Hamas alle elezioni legislative palestinesi. Awadallah appartiene, invece, alla generazione dei fondatori: vicino ad Ahmed Yassin e Abdel Aziz al-Rantisi, guidò segretamente l’ufficio politico tra il 2004 e il 2007 e partecipò alle trattative per lo scambio che nel 2011 portò alla liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, catturato a Gaza nel 2006, in cambio di oltre mille prigionieri palestinesi. Nel 2021 costrinse Sinwar a più votazioni prima di perdere contro di lui la leadership di Gaza. Viveva storicamente a Gaza City, ma le fonti di Asharq Al-Awsat lo collocano oggi fuori dalla Striscia. Hamas, del resto, ha sempre dovuto tenere insieme leadership di Gaza e diaspora, ala politica e militare, settori più pragmatici e posizioni più rigide. International Crisis Group considera proprio questo equilibrio uno dei problemi centrali della trattativa sul disarmo: una concessione giudicata eccessiva, da una parte del movimento, potrebbe mettere sotto pressione la coesione interna. Ma è la stessa Hamas, guidata oggi da al-Hayya, ad aver accettato, il 30 luglio, la concessione più ampia sulle armi dalla propria nascita.
La roadmap in quindici punti, concordata con i mediatori – Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia –, prevede infatti che le armi pesanti, i depositi, gli impianti di produzione e le infrastrutture militari vengano progressivamente messi fuori uso e posti sotto il controllo del Comitato nazionale palestinese che dovrebbe amministrare Gaza. Non dovrebbero essere consegnati a Israele né a soggetti non palestinesi. Il passaggio sulle armi leggere resta più complesso e affidato a trattative successive. Ma il punto decisivo dell’intesa raggiunta a fine luglio era un altro: il disarmo doveva procedere insieme al ritiro graduale dell’esercito israeliano, dopo il completamento degli impegni ancora inevasi della prima fase, l’ingresso dell’amministrazione tecnocratica e il dispiegamento della forza internazionale. “Il ritiro deve avanzare in parallelo con la messa fuori uso delle armi”, aveva spiegato allora l’inviato del Board of peace, Nickolay Mladenov.
Donald Trump festeggiò immediatamente quello che definì un accordo “storico” per il disarmo di Hamas. Israele no. Già nei primi giorni, funzionari di Tel Aviv fecero sapere che non lo avrebbero riconosciuto. Poi, il 3 agosto, Netanyahu incontrò Mladenov e l’inviato statunitense Aryeh Lightstone, e pose una condizione diversa: nessun ritiro e nessuna cessazione delle operazioni prima del completo disarmo di Hamas e della distruzione dei tunnel. Secondo International Crisis Group, dopo quell’incontro, lo stesso Bop cambiò rapidamente posizione e Mladenov cominciò a sostenere, pubblicamente, che Israele si sarebbe ritirato soltanto dopo passi verificati sulla consegna delle armi. Il 9 agosto, Netanyahu respinse apertamente il documento in quindici punti, nonostante la roadmap traducesse in meccanismi concreti il quadro più generale del piano Trump già accettato da Israele.
Il negoziato sul disarmo era arrivato dopo un’altra rinuncia importante. Il 6 luglio, Hamas ha annunciato lo scioglimento del governo che amministrava la Striscia, formalmente attraverso la dissoluzione del Comitato di emergenza che coordinava i ministeri, dichiarandosi pronta a trasferire le funzioni civili all’amministrazione tecnocratica palestinese (Ncag) guidato da Ali Shaath. I funzionari pubblici sono però rimasti ai loro posti, per continuare a fornire i servizi, e la nuova amministrazione non è ancora riuscita a prendere il controllo del territorio. Tantomeno a entrare a Gaza: Tel Aviv continua a negare i “permessi” d’entrata ai funzionari, cosa che secondo la stampa internazionale irriterebbe non poco gli Stati Uniti. Ma lo stesso Donald Trump – che fa rapire e uccidere capi di Stato e leader religiosi, oltre a minacciare occupazioni e dazi a mezzo mondo – non riesce a costringere un piccolo Paese come Israele, alleato di ferro, ad accettare i suoi piani di controllo su Gaza.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Tel Aviv ha lanciato su Gaza operazioni militari spietate, con l’obiettivo di distruggere Hamas. Dopo quasi tre anni di bombardamenti, sono più di 74mila i palestinesi uccisi, 175mila i feriti. Gaza è diventata un cumulo di macerie e quasi l’intera popolazione di due milioni di persone vive da sfollata, senza abbastanza cibo, acqua, medicine, senza rifugi sicuri né sanità adeguata. Oggi Israele occupa direttamente tra il 65 e il 70% di Gaza, ma, nonostante tutto, Hamas continua a esercitare il proprio potere nelle aree popolate rimaste fuori dal controllo di Tel Aviv.
L’ala armata del movimento è disposta al disarmo, ma sa bene che, se la consegna delle armi dovesse avvenire prima del graduale ritiro israeliano, la Striscia sarebbe abbandonata alla guerra civile e al regolamento di conti tra famiglie. E soprattutto alla violenza senza controllo delle milizie e bande palestinesi, che collaborano e sono protette da Israele. Già oggi effettuano raid, uccisioni, terrorizzano la popolazione e consegnano con la violenza gli “ordini di evacuazione” di Tel Aviv alla popolazione inerme. In assenza di gruppi armati, utilizzerebbero gli equipaggiamenti di cui li ha riforniti Israele per scatenare il caos e tentare di prendere il controllo dell’intera Striscia. Non è un caso che i funzionari di Hamas abbiano più volte indicato proprio queste bande come una delle ragioni per cui il movimento intende conservare le armi leggere, fino a quando una nuova forza palestinese non verrà schierata. I futuri agenti di polizia sono anche stati selezionati – vagliati dalla stessa Tel Aviv –, ma Israele nega loro il passaggio in Egitto necessario per l’addestramento previsto dal piano trumpiano. Nell’accordo firmato da Hamas e Stati Uniti, si legge che il disarmo dovrà riguardare anche le milizie. La roadmap prevede addirittura un “accordo di pace sociale” per impedire vendette, violenze interne, dimostrazioni armate e regolamenti di conti. In una Striscia dove le armi sono diffuse anche tra famiglie e clan, lasciare un vuoto tra il ritiro di una forza e l’ingresso dell’altra significa aprire un problema che va molto oltre il destino delle Brigate al-Qassam.
E nel momento in cui ha deciso di consegnare le armi, la posizione politica diventa particolarmente importante per conservare la presenza. Da qui la scelta di partecipare alle elezioni legislative palestinesi previste per il 28 novembre, vent’anni dopo il voto del 2006, vinto dal movimento. Questa volta Hamas non sembra intenzionata a presentarsi da sola. Husam Badran, alto dirigente di Hamas di base in Qatar, aveva annunciato, in agosto, la volontà di correre “nella più ampia coalizione nazionale possibile”, e più di recente ha confermato la formazione di un’alleanza che comprende Hamas, Jihad e il blocco di Mohammed Dahlan, l’ex dirigente di Fatah cacciato dalla Striscia proprio da Hamas nel 2007, oggi consigliere negli Emirati. L’obiettivo dichiarato è costruire una lista nazionale, eventualmente composta anche da indipendenti.
Esiste però un ostacolo rappresentato dalla legge elettorale varata allo scopo da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), capo dell’Autorità nazionale palestinese. La legge elettorale palestinese impone da tempo a tutti i candidati di riconoscere l’Olp come “unico rappresentante legittimo del popolo palestinese”. Gli emendamenti approvati nel 2026 hanno rafforzato la condizione, chiedendo anche l’adesione al suo programma politico e nazionale. Hamas non fa parte dell’Olp, e Badran ha già respinto quella che definisce l’imposizione preventiva di condizioni politiche alle forze che vogliono presentarsi.
L’ultimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research registra un crollo evidente di Hamas rispetto al 2025, ma non un travaso equivalente verso Fatah. Tra i gazawi che dichiarano di voler votare, Hamas raccoglie il 34%, Fatah il 30% e le altre liste, insieme, il 27%. Dieci mesi prima, Hamas era al 49%. Ma, nello stesso sondaggio, il 65% degli intervistati nella Striscia afferma che la lotta armata non è riuscita a proteggere i palestinesi né a porre fine all’occupazione, e ha invece contribuito alla distruzione di Gaza, mentre il 62% continua a rifiutare il disarmo di Hamas prima del completo ritiro israeliano. Due dati che possono convivere: il giudizio sull’esito della guerra non coincide necessariamente con quello sulla consegna unilaterale delle armi. Il rilevamento, comunque, va maneggiato con cautela. Sono state intervistate 1.270 persone in tutto, e soltanto 440 nella Striscia, distribuite in quarantaquattro località.







