• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Opinioni » Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola

Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola

Tra demagogia e ignoranza

28 Settembre 2026 Giorgio Graffi  607

Sul decreto legge che introduce un numero massimo di studenti stranieri per classe, già anticipato qualche giorno fa con grande enfasi da Giorgia Meloni, è intervenuta Stefania Tirini (vedi qui). Vorrei solo aggiungere alcune considerazioni, anche perché nel frattempo il decreto è stato approvato dal Consiglio dei ministri; mi baso sul resoconto riportato in “orizzonte scuola” (vedi qui).

Lo strumento del decreto legge è previsto “in casi straordinari di necessità e urgenza” (art. 77 della Costituzione). Ora, il decreto di cui parliamo non contiene solo le norme relative al numero massimo di studenti stranieri, ma anche altre, come la ridenominazione degli istituti tecnici in “Licei Tecnologici” e degli istituti professionali in “Licei Professionali” (tipico vino vecchio negli otri nuovi), che non paiono proprio riguardare “casi straordinari di necessità e urgenza”. Una regolamentazione del numero degli studenti stranieri per classe, invece, può anche essere considerata necessaria e urgente, ma il decreto ha visto la luce ad anno scolastico già da tempo cominciato, quando ormai tutte o quasi tutte le classi sono state formate. Un tempismo davvero eccezionale. In realtà, il decreto è inutile e di fatto inapplicabile, per i motivi già illustrati da Stefania Tirini e da altri, in primo luogo l’impossibilità di rispettare il limite del 30% degli alunni stranieri per classe in molte scuole. È evidente che non è stato predisposto per ottenere qualche risultato concreto, ma unicamente a scopi demagogici, come quasi tutti i provvedimenti del governo Meloni.

È chiaro che il decreto si basa su una serie di voluti equivoci. Da un lato, infatti, gli annunci di Meloni, che parlava di “studenti stranieri” e di “classi ghetto per i ragazzi italiani”, o qualcosa del genere, strizzavano l’occhio alle famiglie italiane dei quartieri in cui maggiormente si concentrano gli immigrati non italiani. Ma questo non ha niente a che fare con il problema della conoscenza o meno della nostra lingua: molti “cittadini stranieri” sono arrivati in Italia da bambini e il più delle volte l’italiano è la loro madrelingua (o una seconda madrelingua, oltre a quella dei genitori). Questo è, come vedremo, riconosciuto di fatto anche dal decreto. Ma alla demagogia del governo fa buon gioco gettare fumo negli occhi con lo slogan “difendiamo la nostra identità e la nostra cultura”. In molti casi, possono esserci immigrati di seconda o terza generazione che parlano perfettamente la lingua del Paese di arrivo e, ciononostante, assumono un atteggiamento di ribellione nei suoi confronti (le rivolte che periodicamente esplodono nelle banlieues parigine e in altre località della Francia lo testimoniano): ma questo è un problema politico di vasta portata che non si risolve certo fissando dei limiti alla composizione delle classi scolastiche. Anche il divieto di indossare il burqa a scuola (cioè di “presentarsi con il volto coperto”, come mi risulta che dica il decreto) è surreale: chi indossa il burqa in Italia? Ma anche qui si gioca sulla demagogia, sfruttando l’equivoco: pochi leggeranno la formulazione precisa del decreto, mentre molti confondono il burqa con il velo che copre i capelli, e che in effetti molte ragazze musulmane indossano. Quindi, quegli italiani maldisposti (a torto o a ragione) nei confronti degli immigrati musulmani sono indotti a credere che il decreto ne vieti l’uso, mentre di fatto non è così (né può essere diversamente, almeno per ora).

Ma è sotto l’aspetto della conoscenza dell’italiano che il decreto rivela la superficialità, per non dire l’ignoranza, di chi lo ha redatto. Anzitutto, è bene chiarire un punto: il raggiungimento di una buona conoscenza dell’italiano è un obiettivo assolutamente da perseguire, perché giova, in primo luogo, proprio agli immigrati, che così possono ottenere una conoscenza adeguata dei loro diritti e dei loro doveri. Le difficoltà di raggiungere tale obiettivo non sono però uguali per tutti, ma dipendono, in primo luogo, dall’età in cui si è giunti nel Paese di immigrazione.

È noto che l’acquisizione della lingua materna avviene secondo scansioni temporali precise, dovute al fatto che l’iniziale plasticità del nostro cervello tende sempre più a ridursi con il passare degli anni. In particolare, vari studi hanno mostrato che un bilingue perfetto, cioè una persona che ha padronanza completa di due o più lingue, deve averle acquisite entrambe entro l’adolescenza (eccezioni esistono, ma sono molto rare). Questo significa che l’acquisizione dell’italiano per uno straniero sarà tanto più facile quanto più precoce sarà stato il suo arrivo in Italia, e tanto più faticosa quanto sarà stato più tardivo, con l’adolescenza come discriminante fondamentale.

Cosa significa questo dal punto di vista dell’organizzazione scolastica? Che il figlio di immigrati stranieri che comincia a frequentare la scuola italiana dalle elementari o prima (la “scuola dell’infanzia”) avrà più o meno gli stessi ritmi di acquisizione del figlio di italiani e che quello che arriverà all’età di iscrizione alla scuola media avrà qualche difficoltà in più, mentre chi arriva oltre i 14 o i 15 anni si troverà di fronte a difficoltà ben maggiori.

Il decreto legge tiene conto di queste differenze, ma soltanto in parte. Infatti, il tetto del 30% riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Non poteva essere diversamente, se si voleva salvare un minimo di ragionevolezza. Ma, dato quanto osservato sopra, anche un bambino che arriva in Italia tra i 6 e i 10 anni può essere inserito in una normale classe senza particolari problemi né per lui né per i suoi compagni italiani. Nei casi (possibili) in cui problemi del genere dovessero presentarsi, potrebbero essere facilmente risolti con un supporto adeguato. (Su questo punto torneremo più avanti).

Per quanto riguarda gli altri ordini di scuole, il decreto mette insieme medie inferiori e superiori, stabilendo che il limite si applica agli studenti non italiani “che non abbiano frequentato con esito positivo il sistema nazionale di istruzione per almeno tre anni”. Quindi dovrebbe riguardare i ragazzi arrivati in Italia in età dagli 11 ai 19 anni circa, cioè sia prima sia dopo l’adolescenza. Ovviamente, l’adolescenza non ha limiti temporali esattamente definiti, perciò non si può dire con certezza quando possono cominciare le difficoltà più gravi con l’apprendimento dell’italiano. Dipenderà dai singoli casi, e qui la questione dell’aiuto linguistico si pone certamente in termini diversi che alle elementari. Ma è alle scuole medie superiori (o “secondarie di secondo grado”, in burocratese) che il problema è spesso drammatico.

Vorrei riferire un piccolo aneddoto. Nel novembre scorso, la Fondazione Lincei per la scuola organizzò un convegno, “L’italiano sui banchi”, dedicato all’insegnamento dell’italiano. Al termine dei lavori, quando tutti noi “esperti” avevamo tenuto le nostre dotte relazioni, un’insegnante di un liceo scientifico romano chiese la parola e disse: “Nella mia classe è stata iscritta una ragazza ucraina che non parla né italiano né inglese e io non ho nessun sostegno linguistico. Cosa posso fare?”. Nessun insegnante dotato di coscienza professionale può trascurare un caso del genere, e questo può assorbire tutte o quasi le sue energie, a scapito di tutti gli altri suoi compiti didattici. Se questo vale per una sola persona, a cosa serve il limite del 30%? In una classe di venti alunni, i casi problematici di questo tipo potrebbero essere sei, con le conseguenze facilmente immaginabili. Il limite stabilito dal decreto non serve dunque a nulla o quasi: per le scuole elementari, il problema dell’acquisizione dell’italiano si pone solo in maniera relativa, e quindi è inutile; nelle medie inferiori, da solo non risolve niente; nelle medie superiori, non serve semplicemente a niente.

Il vero problema è provvedere alle difficoltà linguistiche dei ragazzi immigrati, tramite personale qualificato e opportunamente distribuito. In base a quanto osservato sopra, ci sarebbe bisogno di docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano a ragazzi di madrelingua straniera in tutte le scuole in cui questi ragazzi sono iscritti, in numero diverso a seconda che si tratti di elementari, medie inferiori o medie superiori: probabilmente, in una scuola elementare sarebbe sufficiente, in vari casi, anche uno solo di questi docenti; in una media, ce ne vorrebbero di più; in una media superiore, ancora di più, in certi casi, forse, anche uno per classe.

Ora, cosa prevede il decreto? A quanto, pare che “per gli istituti in cui il superamento del tetto risulterà inevitabile, vengono stanziati fondi dedicati al potenziamento della lingua italiana”. Quindi, in una scuola elementare dove il numero dei bambini immigrati che non hanno frequentato “almeno due anni di scuola dell’infanzia” è superiore al 30%, ma che, per i motivi esposti sopra, potrebbero avere (e non tutti) qualche difficoltà con l’italiano, ci sarebbe un adeguato supporto. Nei casi invece come quello della ragazza ucraina, di cui si parlava sopra, se il numero di alunni con problemi simili non superasse il 30% degli iscritti, per lei e per i suoi insegnanti si applicherebbe solo il titolo di un film con Totò e Peppino: “Arrangiatevi!”.

Il livello di comicità dei due grandi comici napoletani è però raggiunto (e forse superato) dal decreto quando prevede che i genitori immigrati i cui figli hanno problemi con la nostra lingua sono obbligati a seguire corsi gratuiti (almeno questo) di italiano, pena sanzioni pecuniarie nel caso non lo facciano. Forse chi ha avuto questa brillante idea pensa che i genitori “incriminati” comincino così a parlare italiano con i propri figli, o almeno ad aiutarli a superare le loro difficoltà linguistiche. Una volta fu chiesto a Noam Chomsky se le nuove teorie linguistiche potevano innovare i metodi di insegnamento delle lingue straniere. La sua risposta fu lapidaria: “La verità in questo campo è che circa il 99% dell’insegnamento consiste nel fare in modo che gli studenti si sentano interessati nella materia, l’altro 1% ha a che fare con il metodo” (Linguaggio e problemi della conoscenza, il Mulino, 1991, p. 176). Ora, che interesse possono avere dei genitori costretti a forza a seguire delle lezioni di italiano, in molti casi dopo una lunga e dura giornata di lavoro? Il risultato di questi corsi sarà pari a zero. Inoltre, come già detto, più aumenta l’età, più aumenta la difficoltà di acquisizione di altre lingue (come molti di noi hanno sicuramente sperimentato): l’italiano di questi genitori sarebbe sicuramente ancora più povero di quello dei loro figli, con i quali continuerebbero a parlare la loro lingua di origine.

In realtà, la logica che sta alla base di questa idea dei corsi obbligatori di italiano non è solo comica, ma anche perversa: non ci si preoccupa di insegnare la nostra lingua a tutti quelli che hanno scelto il nostro Paese per vivere e lavorare, ma solo a quelli tra loro che ci sembrano essere all’origine di un problema. Invece, se si tratta di persone che accettano di lavorare senza tutele e senza contratto, perché la loro ignoranza dell’italiano non gli permette di opporsi a questo tipo di sfruttamento, tanto meglio così.

Se a tutti i cittadini stranieri che arrivano in Italia in età adulta si imponesse di seguire un corso di italiano, questa potrebbe essere un’idea, ma spiegando loro che si tratta di un aiuto per una loro migliore presa di coscienza dei loro doveri e dei loro diritti; aiuto che però dovrebbe essere offerto dallo Stato sempre gratuitamente e con personale qualificato. Il problema si pone in modo pressoché analogo per i ragazzi che arrivano in Italia passata l’adolescenza, e che vengono inseriti (giustamente) nelle classi corrispondenti alla loro età, ma mai o quasi mai con un supporto linguistico adeguato. Per quanto riguarda le nostre scuole, docenti specificamente formati per l’insegnamento dell’italiano ai ragazzi non di madrelingua sono indispensabili nelle scuole medie superiori e possono essere utili, in qualche caso, anche alle elementari e alle medie. Purtroppo, a quanto risulta, sono poche le scuole in cui sono attivi corsi di sostegno linguistico per non italofoni, il più delle volte assegnati a docenti certamente volonterosi, ma privi di ogni formazione in materia. Naturalmente, per raggiungere gli obiettivi qui auspicati (assolutamente necessari, se si vuole davvero provvedere a un’integrazione reale e non solo a chiacchiere) c’è bisogno di grossi investimenti pubblici, anche se questo va contro la dottrina neoliberista del “taglio alle spese” così cara alla nostra pseudo-sinistra e felicemente adottata dall’attuale governo, formato da partiti a parole così attenti alle esigenze popolari.

587
Archiviato inOpinioni
Tagsdecreto legge Giorgio Graffi governo meloni immigrazione scuola tetto stranieri

Articolo precedente

La grande paura: gli espropri a Berlino

Articolo successivo

Ex Ilva, il gioco dell’oca

Giorgio Graffi

Articoli correlati

Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie

Pensioni, promesse e tradimenti

Quote, la scuola ridotta a un numero

Ex Ilva, ancora in attesa

Dello stesso autore

Due guerre in stallo: fino a quando?

Guerre parallele

Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra

Ecco a voi Israele, baluardo della democrazia in Medio Oriente

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Pensioni, promesse e tradimenti
Paolo Andruccioli    29 Settembre 2026
No alle primarie, in Francia come in Italia
Rino Genovese    25 Settembre 2026
Quote, la scuola ridotta a un numero
Stefania Tirini    23 Settembre 2026
Ultimi articoli
Tsipras ci riprova: l’obiettivo è vincere
Vittorio Bonanni    2 Ottobre 2026
Lula o Bolsonaro figlio? Il Brasile al bivio
Claudio Madricardo    1 Ottobre 2026
Vannacci in Calabria
Paolo Barbieri    30 Settembre 2026
Per chi suona la campana a Madrid
Agostino Petrillo    29 Settembre 2026
In Marocco i giovani disertano le urne
Luciano Ardesi    29 Settembre 2026
Ultime opinioni
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
La Francia vieta i social agli “under 15”
Stefania Tirini    27 Luglio 2026
Ultime analisi
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Sul declino industriale dell’Occidente (2)
Vincenzo Comito    14 Settembre 2026
Ultime recensioni
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA