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I due volti di Conte

Unitario o radicale?

22 Settembre 2026 Paolo Barbieri  747

Giuseppe Conte ha alzato la posta o ha fatto un passo diplomatico per andare incontro agli alleati? Non sono unanimi le letture sull’evento Nova 2026, che ha concluso in una due giorni a Milano un percorso durato mesi, fatto di incontri pubblici (che hanno coinvolto migliaia di persone, anche pezzi di società civile e di sinistra dispersa, non interna al Movimento 5 Stelle), riunioni a porte chiuse, limature di testi e votazioni finalizzate a produrre la bozza di programma che Conte proporrà al tavolo della coalizione di centrosinistra. Ha alzato la posta, a leggere gli umori sotterranei di alcuni ambienti di centrosinistra nei palazzi della politica, per le ripetute, radicali dichiarazioni di intransigenza sulla linea, in particolare sul punto – molto sensibile per il Pd – della guerra e delle forniture militari all’Ucraina. Per esempio quando ha parlato direttamente agli alleati avvertendoli: “Nessuno ci chieda di andare al governo a proseguire la politica di Meloni”; o quando ha quasi giurato ai suoi: “Non indietreggeremo di un millimetro!”.

Ma una lettura opposta non manca di buoni argomenti. Due dettagli, in particolare, meritano una riflessione più attenta. Il primo: nella bozza di programma, approvata dagli iscritti con percentuali non lontane dall’unanimità, il punto più delicato è il paragrafo 17, intitolato “L’Italia ripudia la guerra”. Sull’Ucraina il testo chiede, come fa praticamente da sempre il Movimento, “una svolta negoziale”, ma la frase “continuare a inviare armi significa allontanare la pace” non pone alcun termine ultimativo, non prevede una scadenza immediata. Nella discussione interna ai 5 Stelle, c’era chi chiedeva una posizione più netta, e chi proponeva di glissare sul punto rinviandolo al tavolo della coalizione. La soluzione trovata, lasciando nel vago tempi e modalità della svolta diplomatica (e del conseguente stop all’impegno di assistenza militare), ha il fine di evitare una marcia indietro troppo brusca in occasione del compromesso che i dirigenti contiani sanno di dover trovare con il Pd. Il secondo dettaglio: chiudendo la manifestazione milanese, l’ex presidente del Consiglio ha annunciato, accompagnandosi con il gesto teatrale di stracciare le carte dal podio, quali sono i provvedimenti immediati che adotterebbe una volta reinsediato a palazzo Chigi; ha citato in particolare le norme sulla giustizia, quelle sulla sicurezza finalizzate a reprimere “la protesta e il dissenso civico”, ma non i provvedimenti sugli aiuti militari a Kiev. Sono sfumature, dettagli appunto, ma in politica anche i silenzi a volte pesano.

E adesso? In pochissimi nel centrosinistra credono che Giorgia Meloni sia disposta ad arrivare a fine legislatura. Presto dovrà iniziare il negoziato programmatico con Pd, Alleanza verdi-sinistra ed eventuali centristi (il tema ormai, anche per i 5 Stelle, non è più “Renzi sì, Renzi no” ma “Renzi come”: quale spazio sarà riservato al leader di Italia viva). Su una cosa, al momento, Elly Schlein e Conte sembrano d’accordo: di andare a vedere le carte dell’altro attraverso le cosiddette primarie del “campo largo”, in cui, presumibilmente, definire meglio anche gli equilibri politici del programma elettorale comune. Sono contrari alle primarie quelli che non vorrebbero nessuno dei due alla guida del centrosinistra: da Romano Prodi ai cosiddetti moderati del Pd, e a una fetta cospicua di intellettuali e giornalisti-opinionisti più o meno di area. Questi ultimi, in particolare, puntano sull’ambiziosa post-renziana Silvia Salis, sindaca di Genova dalle grandi doti comunicative ma dalla limitata esperienza politico-amministrativa, che ha più volte chiarito che non prenderà parte alle primarie, casomai valuterebbe un’investitura a tavolino dai partiti del centrosinistra. Ma sono preoccupati dal rischio primarie anche quanti, fra i democratici, pur non essendo anti-Schlein, temono che perda nella sfida contro l’ex presidente del Consiglio, come del resto preconizza il più recente sondaggio pubblicato dal “Corriere della sera”, mettendo così a rischio la tenuta unitaria del partito fondato da Walter Veltroni. Testardamente unitari sì, ma se comanda Conte molti potrebbero perdere di vista la testardaggine. D’altro canto, non sono pochi a temere che, senza Conte alla guida della coalizione, un po’ di voti 5 Stelle possano finire nella voragine dell’astensionismo.

Certo è che il leader del Movimento 5 Stelle è già in campagna elettorale per la conquista della posizione del “candidato premier”, che la legge elettorale in corso di approvazione alla Camera (salvo ulteriori sorprese dell’ultimo minuto) impone di indicare. Tutta la costruzione di Nova, dall’allargamento nell’aprile scorso ai non iscritti disponibili a dialogare col Movimento, alla scenografia dell’evento milanese senza il simbolo del partito, alla richiesta di ribattezzare Alleanza per la Costituzione quello che finora è stato il “campo largo”, denominazione che più scialba non si può, è sembrata finalizzata al lancio di Conte come guida della coalizione.

Anche il testo del programma sembra puntare soprattutto alla conquista di un elettorato di sinistra, quasi una incursione sui pascoli di Avs, in parte anche del Pd. In realtà, la gran parte dei voti che Conte ha bisogno di recuperare sono quelli di chi si rifugia nell’astensione, ai quali ha fatto appello direttamente evocando i cupi scenari della dittatura dei tecnocapitalisti dell’era digitale: “C’è da salvare l’umano”, ha spiegato. Nei venti paragrafi del testo si parla dei temi dell’energia, del caro-bollette e del potere d’acquisto degli italiani, di sanità pubblica, di scuola pubblica, di asili nido, di diritto alla casa, di salario minimo, di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e di un “Reddito 2.0”. Non c’è la patrimoniale, che Conte considera uno spauracchio elettorale per il ceto medio, ma si chiede una maggiore progressività dell’Irpef e maggiori prelievi sulle rendite e sugli extraprofitti di banche, assicurazioni, industria bellica e grandi piattaforme digitali.

Sul piano dei diritti, il programma include matrimonio egualitario, legge contro l’omolesbobitransfobia, adozioni omogenitoriali e legge sul fine vita. Anche immigrazione e cittadinanza hanno un’impostazione sostanzialmente progressista: superamento della Bossi-Fini, ius scholae (ma non ius soli), corridoi umanitari e politiche di integrazione. Il Movimento nasce come partito trasversale, resta quindi la preoccupazione di parlare anche a un elettorato lontano da questi temi, cui sono dedicati passaggi su piccola e media industria, artigiani e professionisti, e, sul piano più legato alle tematiche care alla destra, la promessa di più forze dell’ordine, pattugliamenti, videosorveglianza e riqualificazione delle aree degradate.

La parola ora torna ai vertici dei partiti di centrosinistra. Nel Pd e nei 5 Stelle, a parole, sono tutti consapevoli che la via dell’alleanza è ineludibile: una nuova separazione, come nel 2022, significherebbe eternizzare, o quasi, l’egemonia delle destre e finire col trasformare profondamente anche il volto delle istituzioni repubblicane. Resta da vedere se questa consapevolezza sarà sufficiente a far trovare ai leader quel “punto di caduta” programmatico della cui esistenza sia Conte sia Schlein si dicono certi.

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