
Il mondo non si fa mancare nulla. Così, mentre la guerra tra Russia e Ucraina è ben lungi dal vedere una fine ed è in pieno svolgimento il massacro di Gaza da parte dell’esercito israeliano (per non contare i vari conflitti armati in Africa), ecco che anche nel relativamente pacifico estremo Oriente (escluso il Myanmar), dallo scorso 24 luglio, si sono riaccese le ostilità tra Cambogia e Thailandia, con trentasei morti da entrambe le parti e oltre 360.000 sfollati. Phnom Penh avrebbe denunciato anche la violazione del proprio spazio aereo da parte di droni thailandesi e l’installazione di filo spinato nei pressi dell’oggetto del contendere: il tempio sacro cambogiano Hindu-Khmer, situato nei pressi di Prasat Ta Muen Thom, dove sono cominciate le ostilità.
In precedenza, ad accendere la miccia, era stata l’esplosione di due mine antiuomo, che avevano causato il ferimento di sei militari thailandesi. Evento che aveva provocato il ritiro di parte delle rispettive rappresentanze diplomatiche dei due Paesi. Mentre scriviamo, però, si sta aprendo uno spiraglio diplomatico: sotto la spinta degli Stati Uniti e della Cina, il primo ministro cambogiano, Hun Manet, e il suo omologo ad interim thailandese, Phumtham Wechayachai, hanno avviato dei colloqui nella residenza ufficiale del primo ministro malese, Anwar Ibrahim, a Kuala Lumpur. Vediamo se almeno questa guerra potrà conoscere la parola fine ponendo le basi per una pace “lunga e duratura”, come si usa dire spesso ipocritamente in questa terribile fase storica.
Tutto ebbe inizio nel 1907, quando esisteva ancora l’Indocina francese (Cambogia, Vietnam e Laos) e Parigi stabilì un confine tra Phnom Penh e Bangkok, mai accettato da quest’ultima, e comunque indefinito sia dal punto di vista giuridico che politico. La contesa riguarda un territorio di circa cinquemila chilometri quadrati, su un confine di 820 km tra i due Paesi. L’occasione per risolvere il problema si presentò nel 1953, quando la Francia uscì di scena, e ancora nel 1962, quando la Cambogia fece appello alla Corte di giustizia internazionale che, per intervenire, deve però essere riconosciuta dai Paesi in questione, tra i quali non compare la Thailandia. Malgrado ciò, la Corte assegnò formalmente il tempio a Phnom Penh, sebbene la controparte abbia continuato a contestare la decisione in quanto, secondo Bangkok, le mappe storiche utilizzate dall’organismo internazionale non riflettevano fedelmente gli accordi tra il Siam – nome sotto il quale andava allora la Thailandia – e la Francia coloniale.
Dopo anni di tregua, le armi sono tornate di scena nel 2008, quando l’ex colonia francese volle candidare a patrimonio Unesco il tempio citato. Anche in questo caso, scoppiò una guerra con vittime tra civili e militari. Dopo diciassette anni di pace, già lo scorso 28 maggio, nel “Triangolo di smeraldo”, ai confini con il Laos, ci sono stati nuovi scontri, le cui conseguenze hanno portato a una restrizione nei rapporti tra i due Paesi, con un limite reciproco nelle importazioni di materie prime (frutta, verdura, forniture energetiche e altro).
Come se non bastasse, quanto sta accadendo si inserisce all’interno dell’ennesima crisi politica thailandese, che conferma l’instabilità del Paese asiatico – aspetto che affronteremo più avanti –, e che questa volta ha visto protagonista Paetongtarn Shinawatra, prima ministra in carica, sospesa dalla Corte costituzionale. La donna avrebbe avuto, nel corso della guerra, una conversazione telefonica ritenuta troppo amichevole, vista la situazione, con l’ex premier cambogiano Hun Sen, esprimendogli anche delle critiche nei confronti di un comandante di pattuglia al confine. Parole che hanno provocato proteste di piazza a carattere nazionalista. Al suo posto, è arrivato il già citato premier ad interim, con poteri limitati quando servirebbe, invece, un esecutivo forte in grado di gestire il conflitto.
Secondo Paola Morselli, ricercatrice presso l’Ispi (Istituto studi di politica internazionale), “le origini del conflitto vanno ricercate nella complessa storia coloniale della regione. Nel XIX secolo, la Cambogia fu assorbita nel protettorato francese dell’Indocina, mentre la Thailandia, all’epoca nota come Siam, riuscì a conservare la propria indipendenza attraverso un delicato equilibrismo diplomatico con le potenze europee. Tra il 1904 e il 1907, Francia e Siam firmarono una serie di trattati per delimitare i rispettivi confini, segnando una demarcazione lungo la catena montuosa dei Dângrêk. Tuttavia – segnala la ricercatrice – le mappe disegnate dai cartografi francesi non sempre riflettevano in modo coerente il contenuto degli accordi, generando ambiguità sulla demarcazione e sulla sovranità di alcune aree di frontiera che, ancora oggi, sono alla base delle dispute”.
A causa dell’acceso nazionalismo che caratterizza le rivendicazioni dei due Paesi, soluzioni di buon senso facilmente raggiungibili – come una gestione comune di certi territori o una ridefinizione dei confini – appaiono molto complicate. Chi potrebbe essere più accreditato nel ricoprire un ruolo di mediatore tra le parti in causa? Intanto, ricordiamo che entrambi i Paesi fanno parte dell’Asean (Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico) che ha dei poteri molto limitati, anzi faremmo meglio a dire nessuno, sul fronte politico, perché uno dei punti più importanti dello statuto sottolinea la “non ingerenza nei confronti degli Stati membri”. Lo ha dimostrato la crisi esplosa nel 2021 in Myanmar, dove l’Asean non è stata in grado di proporre un piano per fronteggiare la crisi umanitaria.
In ambito geopolitico, l’imposizione di importanti dazi contro i Paesi dell’estremo Oriente rende debole la posizione degli Stati Uniti in quell’area geografica. Proprio per fronteggiare il protezionismo americano, Paesi come il Giappone, la Corea del Sud e il Vietnam, stanno cercando altri interlocutori, in primo luogo ovviamente la Cina, che considera la stabilità una priorità contro scenari bellici economicamente controproducenti. La Cambogia è molto vicina al Dragone e la Thailandia, da sempre legata agli Stati Uniti, sta però cercando un’interlocuzione con il potente vicino. È molto probabile che il ruolo principale, nell’eventuale raggiungimento della pace tra i due contendenti, lo avrà Pechino.
I due Paesi buddisti hanno alle spalle un passato drammatico. In particolare, la nazione khmer, negli anni Settanta, fu coinvolta prima nel conflitto tra il Vietnam e gli Stati Uniti, i quali per colpire le basi dei vietcong in territorio cambogiano provocarono tra i cinquecentomila e i seicentomila morti; e poi, nel 1975, dall’arrivo dei khmer rossi che liberarono il Paese dalla dittatura di Long Boret. Il gruppo armato di ispirazione maoista instaurò, com’è noto, un regime comunista fondamentalista che aveva al centro del suo programma politico la valorizzazione delle campagne contro la corruzione delle città. Un’idea di Paese messa in atto con una violenza brutale e paranoica, attuando di fatto un “auto-genocidio” – come lo chiamò Primo Levi –, che provocò la morte di una cifra imprecisata di persone, da un milione e mezzo a tre milioni. Nel 1979, l’arrivo delle truppe vietnamite mise fine al delirante regime sostenuto dalla Cina e dalla Thailandia, ma anche dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna in chiave antivietnamita e antisovietica. Da quarant’anni a questa parte, il Paese è stato governato da Hun Sen, già esponente dei khmer rossi poi divenuto dissidente del regime e diventato membro del Partito comunista vicino ai vietnamiti. Sen ha governato – da padre padrone della Cambogia – tra il 1985 e il 1993, e ancora dal 1998 al 2023, alla testa del Partito popolare cambogiano, sostituito in seguito dal figlio Hun Manet.
La storia della Thailandia è decisamente meno cruenta, ma comunque caratterizzata da una forte presenza dei militari che, dal 1932 – anno del passaggio dalla monarchia assoluta a quella costituzionale –, si sono resi protagonisti di ben sei colpi di Stato, dal 1932 fino all’ultimo del 2014, con decine di morti tra gli oppositori. In oltre novant’anni di storia, a Bangkok e dintorni, tre sono stati i protagonisti della scena politica: appunto l’esercito, i vari governi più o meno democratici che si sono succeduti, e una società civile molto avanzata capace di battersi sul fronte dei diritti civili.
Le economie dei due Paesi sono particolarmente dinamiche. La Cambogia ha conosciuto nella fase pre-pandemica tassi di crescita anche del 7%, e si colloca ora al terzo posto tra le economie della regione. La Thailandia, Paese più moderno e sviluppato del vicino, sta conoscendo una situazione di maggiore stallo economico per diverse ragioni, non ultima appunto la continua instabilità politica. Malgrado tutto, resta pur sempre una delle economie più forti nel Sud-est asiatico. Un aspetto che potrebbe essere un motivo sufficiente per indurre i due avversari a più miti consigli, mettendo in secondo piano la contesa basata su aspetti nazionalisti. E si sa, il nazionalismo in nessun luogo del pianeta ha mai portato fortuna.