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Tra bazooka e boomerang. Gli effetti della resa dell’Europa a Trump

Non è vero che è stata sventata una guerra commerciale e che non ci sarebbe stata alternativa. Ma la vittoria di Trump, per il popolo americano, è solo apparente. A pagare le spese dell’imposizione delle tariffe saranno anche i ceti popolari e i lavoratori statunitensi. I grandi affari sono invece quelli della finanza e dell’industria delle armi

1 Agosto 2025 Paolo Andruccioli  1421

Quanto peseranno i dazi di Trump sull’economia europea e in particolare sulla già traballante industria italiana? Circolano vari studi, attivati soprattutto dalle associazioni imprenditoriali, che, preoccupate di quello che sta per succedere, hanno ripreso perfino i rapporti con i sindacati per fare fronte comune e chiedere aiuti pubblici in attesa del ciclone. Tra i numeri che girano, c’è la cifra di circa 32 miliardi di dollari di “danni” che coinvolgerebbero principalmente i settori dei trasporti, l’agroalimentare, la meccanica e l’elettronica. Guardando all’Italia, secondo una previsione realizzata dallo Svimez, l’intesa potrebbe portare (comprendendo nelle tariffe anche il settore farmaceutico) a una riduzione del Pil pari a 6,296 miliardi (-0,3%) e a una diminuzione delle esportazioni che arriverebbe fino a 8,627 miliardi, cioè un -14%. Cifre dunque molto pesanti, tenendo presente che l’Italia è il secondo esportatore europeo negli Stati Uniti (67,3 miliardi di euro), dopo la Germania: 157,7 miliardi di euro.

Com’è ovvio quello che preoccupa maggiormente sono gli effetti sull’occupazione. Si stima, infatti, un calo delle unità di lavoro di 103.892, cioè un -0,4%. E, a fianco delle stime dello Svimez, arrivano anche i calcoli del Codacons sui possibili aumenti dei prezzi al dettaglio in Italia: l’accordo su dazi tra Usa e Unione europea potrebbe arrivare a pesare fino a 4,2 miliardi di euro sulla spesa delle famiglie.

Sono i numeri di una “guerra commerciale” che si è cercato di camuffare nel polverone della propaganda: Giorgia Meloni ha dichiarato più volte che la scelta dell’Europa avrebbe scongiurato una guerra commerciale devastante, e che comunque non ci sarebbe stata alcuna alternativa all’accordo siglato da Ursula von der Leyen. Doppia falsità: la guerra commerciale è in corso e le alternative all’inchino al bullo ci sarebbero state se l’Europa avesse avuto una visione generale mondiale, oltre le battute da bar sul “bazooka”. Tra l’altro, nessun politico europeo ha mai spiegato davvero in che cosa consistesse quest’arma letale. A un certo punto, si era capito che l’Unione avrebbe potuto usare il nuovo strumento anti-coercizione per colpire duramente le imprese americane, vietare gare pubbliche e ritirare brevetti. Ma le divisioni interne hanno bloccato quell’opzione. Alla fine, anche il pacchetto da 93 miliardi di euro di ritorsioni è arrivato troppo tardi, ed è svanito dietro la stretta di mano di una Ursula von der Leyen genuflessa al tycoon.

Tra i commenti critici, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, c’è ora l’imbarazzo della scelta. Da noi anche i quotidiani più moderati e vicini a quel che resta della borghesia industriale sono indignati. Dall’estero è arrivata la voce del “Financial Times”, prestigioso quotidiano economico-finanziario britannico, che in un editoriale ha parlato della disfatta europea, una partita persa senza essere combattuta. “Trump ci considera un parassita economico”, ha scritto il “Financial Times”. Di fronte a un approccio brutale e unilaterale, l’Europa ha risposto con le regole del fair play. “Noi giocavamo con le regole di Queensbury, lui era in una rissa di strada a New York”. Alla fine, la Commissione ha accettato ciò che Washington voleva fin dall’inizio. “Trump ha capito esattamente qual era la nostra soglia del dolore”, conclude un ambasciatore che viene citato nel pezzo del quotidiano.

“L’accordo è totalmente asimmetrico – ha scritto sul “Corriere della sera” Lucrezia Reichlin (Il grande cedimento, 29 luglio) – l’Europa non ottiene nulla, ad eccezione della promessa di non essere colpita ancora più pesantemente e su questo non c’è alcuna garanzia. Non ne esce meglio dell’ultra-conciliante Giappone e fa peggio di una economia molto più piccola e vulnerabile come il Regno Unito. Inoltre, il patto smaschera la ipocrisia di chi, a parole, difende il multilateralismo, ma, di fatto, accetta di siglare un accordo che viola le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). È un’intesa che mostra in modo inequivocabile la sua debolezza”. L’economista, nel suo commento, non ha trascurato il discorso dell’alternativa (che per Meloni sarebbe stata impossibile): “Si dice che l’alternativa a questo accordo capestro sarebbe stata una guerra commerciale distruttiva per l’economia europea. Ed è certamente vero che è troppo facile criticare senza valutare i costi dell’alternativa, ma sia una strategia pragmatica, perseguita con coesione e lucidità, sia una strategia radicale, basata su accordi con altri Paesi, avrebbero dato risultati migliori di questa disfatta”.

Ne è convinto anche lo storico dell’economia Vincenzo Comito, secondo cui l’alternativa alla disfatta era a portata di mano. Che cosa avremmo potuto fare noi europei di fronte al bullo? “Semplice, resistere, dire no a tutto. Che cosa avrebbe potuto fare a quel punto il presidente americano?”. La strategia migliore sarebbe stata quella dell’isolamento e della ricerca di altri accordi con altre aree del mondo, prima di tutto con la Cina, come hanno già fatto altri importanti Paesi. Ora invece, dopo il cedimento, l’Europa sarà costretta a comprare armi americane e pagare il suo gas (tra l’altro come arriverà nel continente?) a prezzi molto più alti di quelli che si pagavano per il gas russo. In Italia e in Europa non ci si rende conto – insiste Comito – della grande trasformazione economica mondiale in pieno corso. Il Pil del cosiddetto Sud del mondo rappresenta ormai quasi i due terzi del Pil mondiale. Gli investimenti cinesi nel cambiamento climatico sono ormai quasi il 50% degli investimenti globali. Con il sì a Trump si concede un regalo all’industria delle armi a stelle e strisce e alla finanza di Wall Street, visto che anche i soldi dei lavoratori europei, attraverso i fondi di investimento e i fondi pensione, andranno ad abbeverare la speculazione finanziaria governata dalle big americane.

Per un altro economista, Mario Pianta, la bandiera bianca dell’Europa contro Trump avrà conseguenze ancora più pesanti degli effetti sul rallentamento delle produzioni. “La subalternità agli Stati Uniti – ha scritto Pianta sul “manifesto” del 29 luglio – porta l’Europa ad abbandonare il modello economico, la strategia ecologica, la sovranità politica: diventiamo una lontana periferia dell’impero”. A questo punto non ci sarà alcuna contromisura europea. Anzi, la lista delle concessioni europee è infinita: i Paesi Ue compreranno energia dagli Usa (tutta fossile, soprattutto gas naturale liquefatto) per 750 miliardi in tre anni, aumentando del 50% gli acquisti annuali (erano di 450 miliardi nel 2024); compreranno materiali per le centrali nucleari; realizzeranno investimenti industriali per 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti – soprattutto nell’auto e nella farmaceutica – per produrre oltreoceano quello che viene ora esportato; compreranno armamenti americani per centinaia di miliardi di dollari, nel quadro degli 800 miliardi di euro dei piani di riarmo europeo. Fatti i conti, tra dazi versati al Tesoro di Washington e altri trasferimenti, l’Unione europea si impegna a pagare a Trump, in pochi anni, un importo dell’ordine del Pil italiano, di 2.400 miliardi di dollari. Trump non fa altro che creare disordine internazionale e “caos sistemico”, per affermare il diritto del più forte e imporre tributi ai Paesi satelliti.

Poi c’è la parte che riguarda il boomerang. Ne parla Tommaso Monacelli su “lavoce.info”: “Imporre un dazio del 15% sulle importazioni da una delle economie più avanzate, diversificate e competitive del mondo, come l’Unione europea, significa aumentare del 15% il prezzo di quei prodotti per chi li acquista negli Stati Uniti. In pratica, è una tassa aggiuntiva a carico dei consumatori americani e delle imprese americane che importano”. È difficile dunque interpretarla come una “vittoria di Trump”. “Quando due economie complesse e interdipendenti, come gli Stati Uniti e l’Europa, alzano barriere commerciali reciproche, non ci sono vincitori, ma solo perdenti. Si riduce la concorrenza, aumentano i prezzi e, potenzialmente, si rallenta la crescita. L’efficienza del mercato viene compromessa, con una riduzione di benessere reciproca. Certamente, i dazi americani sulle esportazioni Ue non sono una vittoria per l’Europa. Ma di certo non lo sono nemmeno per gli Usa”.

Quella di Trump è però sicuramente una vittoria dei più ricchi. “La recente riforma fiscale dell’amministrazione Trump, il cosiddetto Big Beautiful Bill – citiamo ancora Monacelli –, ha fortemente ridotto le tasse sui redditi alti e sulle imprese, generando un forte disavanzo nei conti pubblici americani. Una parte di quel disavanzo sarà compensata proprio con l’aumento delle entrate doganali grazie ai dazi. In sostanza, si sono ridotte le imposte per le fasce più alte della popolazione e le grandi corporation, aumentando al contempo la pressione fiscale – seppure indiretta – sui consumatori americani e sulle imprese americane che importano beni dall’estero. E quando questi rincari si riflettono nei prezzi al consumo, l’inflazione agisce come una tassa regressiva: colpisce tutti, ma in modo più pesante chi ha redditi più bassi”.

Ci sono poi altri vincitori, oltre ai ricchi americani. I produttori di armi. Lo spiega bene un altro economista esperto di globalizzazione, Emiliano Brancaccio, che ha indagato negli ultimi mesi sulle dinamiche del riarmo europeo. “La vera spiegazione del riarmo europeo è un’altra – sostiene Brancaccio –, per lungo tempo i Paesi Ue hanno agito da vassalli dell’impero americano. Dove l’America muoveva le truppe, lì si creavano occasioni di profitto per aziende statunitensi in primo luogo, ma subito dopo anche per imprese britanniche, francesi, tedesche, italiane. Dall’Est Europa, all’Africa, al Medio Oriente, così l’imperialismo atlantico ha agito per decenni. Ma nel momento in cui la crisi del debito forza l’impero americano a ridimensionare l’area d’influenza e a caricare di dazi anche i vassalli, il problema delle diplomazie europee diventa uno solo: progettare un imperialismo autonomo, in grado di accompagnare la proiezione del capitalismo europeo verso l’esterno con una potenza militare autonoma. Ancora una volta, Draghi riconosce il punto. Macron, Merz e Meloni non lo ammettono apertamente, ma l’obiettivo è quello”.

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