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Due volti dell’Irlanda

Solidarietà con i palestinesi ma capitalismo senza scrupoli

23 Luglio 2025 Vittorio Bonanni  908

L’Irlanda è solidale con la Palestina e, al tempo stesso, si sta trasformando in una calamita di capitali in quanto è uno dei dieci “paradisi fiscali” globali. Si tratta di due aspetti molto diversi, che tuttavia hanno cambiato l’immagine dell’isola, più conosciuta vuoi per le guerre, che l’hanno contrapposta nei secoli all’Inghilterra, vuoi per essere diventata, nel corso degli scorsi decenni, una meta turistica, virtù recentemente minata dalla forte crescita del costo della vita.

L’amicizia con il popolo arabo più sfortunato dell’area mediorientale non è affatto una novità, come potrebbe sembrare se ci si limitasse a un approccio limitato all’oggi. La risposta sul perché Dublino sia stato il primo Paese a riconoscere lo Stato palestinese, già nel 1980, ben tredici anni prima degli accordi di Oslo che ponevano le basi per la nascita di un’entità statuale palestinese, e l’ultimo a concedere a Israele, nel 1993, l’apertura di una rappresentanza diplomatica, non sta nel profondo cattolicesimo della popolazione irlandese (che potrebbe far pensare a un approccio antisemita), ma nella comune sofferenza delle due popolazioni, vessate da una parte dalla brutale occupazione britannica durata, in Irlanda, fino al 1921, e dall’altra da quella israeliana, a partire dal 1948.

Sette anni dopo, nel 2000, l’Irlanda ha aperto un ufficio di rappresentanza a Ramallah, mentre l’Autorità nazionale palestinese istituiva un’ambasciata a Dublino. A suggellare l’amicizia, va segnalata la presenza della Palestina nell’Unione per il Mediterraneo, un organismo economico del quale fanno parte i Paesi dell’Unione più quindici delle sponde mediterranee orientale e meridionale. Un anno prima, nel 1999, il taoiseach – in gaelico capo del governo irlandese – Bertie Ahem incontrò l’allora presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Yasser Arafat, a Gaza, e con lui visitò il campo profughi di Jabalia. Nel 2009, l’allora primo ministro, nonché leader di Hamas, Ismail Haniveh incontrò il capo del Sinn Fein Gerry Adams, in un contesto in cui tutti i Paesi occidentali consideravano terroristica l’organizzazione islamista. Un approccio a nostro avviso sbagliato, che ha ostacolato ogni possibile trattativa.

Il 22 maggio 2024, nel bel mezzo delle operazioni militari dello Stato ebraico a Gaza, successive alla strage di Hamas del 7 ottobre 2023, l’Irlanda riconobbe lo Stato palestinese, insieme alla Norvegia e alla Spagna, mentre, nello stesso anno, Israele chiudeva la propria ambasciata a Dublino. Il riconoscimento della Palestina ha avuto però un percorso lungo. Nel 2011 c’era già la disponibilità, da parte del governo irlandese, di mettere in atto questa importante decisione, ma solo all’interno di una iniziativa più ampia da parte dell’Unione. Dopo tre anni, entrambi i rami del parlamento – Camera alta e bassa – invitavano all’unanimità l’esecutivo a procedere nella direzione di un riconoscimento dello Stato palestinese, evento che però, come abbiamo visto, si verificherà solo nel corso dell’attuale genocidio in atto nella Striscia.

La determinazione del governo irlandese, nell’ostacolare le azioni illegali israeliane, fu ben visibile il 6 ottobre scorso, quando alla richiesta dell’Idf (Israel Defense Force) di evacuare le postazioni dei peacekeepers irlandesi presenti nella missione Onu Unifil – istituita nel lontano 1982 e più volte rinnovata –, nel corso degli scontri tra l’esercito dello Stato ebraico e i miliziani libanesi di Hezbollah, la risposta fu un secco “no”. Com’è noto, i militari dell’Unifil svolgono una missione di pace, che non prevede affatto la partecipazione a combattimenti, né da una parte né da un’altra.

La solidarietà nei riguardi dei palestinesi è trasversale a tutto lo schieramento politico. Dall’attuale taoiseach Micheál Martin al suo predecessore Simon Harris, rispettivamente leader del Fianna Fàil e del Fine Gael, entrambi di centrodestra. Stessi toni da parte di Ivana Bacik, esponente autorevole dei laburisti, che ha definito quello che sta accadendo a Gazaun Armageddon: termine che proviene dal Vecchio Testamento e significa “catastrofe”. Inoltre, Dublino non ha mai sospeso gli aiuti alla Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, definita da Israele un covo di terroristi.

Il 12 maggio scorso,il vice primo ministro irlandese, e ministro degli Affari esteri e della Difesa, Simon Harris, aveva invitato Bruxelles a rivedere l’accordo di partenariato con Israele, e due mesi dopo, esattamente il 15 luglio, l’Irlanda prendeva parte a un summit di trenta Paesi, a Bogotà, per coordinare le iniziative contro l’occupazione israelianadella Palestina, tra le quali un impegno a fermarla entro il settembre 2025, in seguito alla dichiarazione della Corte internazionale di giustizia che ha definito appunto illegale l’occupazione. Obiettivo che, con tutta evidenza, non sarà raggiunto, ma che ha comunque un forte valore simbolico. Ed è una risposta, inoltre, alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro la funzionaria dell’Onu Francesca Albanese, relatrice speciale per i territori occupati, accusata da Washington di avere promosso le azioni della Corte penale internazionale contro gli stessi Stati Uniti e Israele (vedi qui ).

Queste prese di posizione hanno come correlato l’embargo totale sulle armi attuato in Europa dalla Spagna, dal Belgio, dall’Olanda, e appunto dall’Irlanda. Paesi che stanno valutando, inoltre, di attuare il blocco degli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani nei territori occupati. E ora i ministri degli Esteri di ventotto Paesi, tra cui l’Irlanda, chiedono l’immediato cessate il fuoco a Gaza.

Dicevamo, però, anche dell’altro volto dell’Irlanda, legato alla trasformazione dell’isola in un paradiso fiscale. Dublino, nello scorso ottobre, “ha scavalcato le Bahamas per diventare il nono paradiso fiscale più importante al mondo – informa la testata economica online “MarketScreener” – secondo una classifica stilata dal gruppo di pressione Tax Justice Network, che si batte per la trasparenza fiscale. La prima apparizione dell’Irlanda nella top ten globale – ancora secondo il sito di proprietà Reuters – la colloca accanto a Paesi come le Isole Vergini britanniche, che sono in cima alla lista, e i Paesi Bassi, dopo essere salita dall’undicesimo posto del precedente rapporto del 2021”.

Secondo Nessa Ni Chasaide, dell’Università irlandese Maynooth Dublino, anziché eliminare il proprio regime da paradiso fiscale lo ha semplicemente modificato, mantenendo intatto il regime che consente ancora alle “aziende internazionali di detrarre il valore della proprietà intellettuale dai profitti per pagare meno tasse”. Questa grande mole di denaro, che arriva nelle casse di Dublino, non ha costruito una società felice. “Nonostante questa grande crescita economica e la diminuzione della disoccupazione, un problema endemico del Paese – informa “First online”, testata economica e finanziaria –, molti cittadini sentono di essere tagliati fuori dai benefici della prosperità. Un sentiment già molto diffuso in Europa che ha prodotto un terremoto politico e favorito l’ascesa delle destre radicali. Gli irlandesi – continua il giornale diretto dall’ex giornalista del “Sole 24ore”, Franco Locatelli –, tuttavia, hanno saputo resistere al fascino di queste ultime (Ireland First, The National Party e The Irish People, ndr), e il Paese continua a essere guidato da una coalizione centrista, che è uscita sostanzialmente confermata dalle elezioni di fine novembre”.

Insomma, i neofascisti l’Irlanda se li è risparmiati, e tuttavia prendere atto che un Paese dell’Unione europea sia diventato parente prossimo delle Isole Vergini, e dunque meta ambitissima di enormi capitali “legali” o illegali che siano, è deprimente: un’ulteriore dimostrazione di come il vecchio continente sia diventato terra per ricchi, e quindi una società di forti disuguaglianze sociali (oltre che di guerrafondai dipendenti dagli Stati Uniti di Trump). All’Irlanda fa onore la grande sensibilità nei confronti dei palestinesi – ma questo non basta per considerarlo un Paese virtuoso.

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