Gli spazi dell’architettura carceraria – che, come scriveva Michel Foucault in Sorvegliare e punire (1975), sono costruiti sul controllo interno, articolato e puntuale dei corpi, più che sulla sorveglianza esterna – si stanno restringendo sempre più. Celle chiuse, spazi ristretti e sovraffollamento: questi i dati che emergono dal “Rapporto dell’Osservatorio di Antigone” del 2025, presentato il 19 maggio, frutto di centodue visite svolte in tutta Italia. Monitorando le condizioni di detenzione, raccogliendo dati quantitativi e qualitativi, e confrontandosi con il personale penitenziario, sono emersi i numeri di un modello pericolosamente esplosivo.
Si riscontra un aumento delle presenze, dall’inizio del 2026, di quasi mille persone (una media di 234 al mese, contro gli 89 del 2025), e un’impennata di quasi il doppio delle persone, nell’anno 2025, a fronte di una capacità regolamentare diminuita di 35 posti, tra il luglio 2025 e l’aprile 2026, nonostante gli annunci del governo sul recupero di 1.400 posti. Non è solo il numero di ingressi a crescere, ma anche la durata delle pene, dovuta all’introduzione, da parte dell’attuale governo, di oltre 55 nuovi reati, 60 nuove aggravanti e 65 inasprimenti sanzionatori: il che rende ancora più insopportabile la carenza di spazio vitale nel lungo periodo.
Il tasso di affollamento si attesta su una media del 139,1%, con alcuni casi critici. In otto istituti – tra cui Lucca, Foggia, Grosseto, Udine e Latina – si supera infatti il 200%. Non stupisce, quindi, che tra il 2018 e il 2024 siano stati oltre trentamila i ricorsi accolti dai tribunali di sorveglianza per trattamenti inumani o degradanti, che riguardano, per lo più, proprio l’indisponibilità dello spazio minimo riconosciuto (tre metri quadrati a persona). Secondo quanto riportato dai volontari di Antigone, oltre il 60%, tra detenute e detenuti, trascorre ormai l’intera giornata in cella, a causa delle circolari ministeriali che hanno smantellato i modelli di custodia aperta, di cui il carcere di Bollate a Milano era uno degli esempi più virtuosi. A peggiorare la condizione, sono aumentati del 171% i provvedimenti di isolamento disciplinare, nonostante la mancanza di spazi e le strutture fatiscenti. Tra i paradossi evidenziati nel rapporto, c’è quello del frigorifero. Ogni spazio nelle carceri è ormai interamente occupato da persone detenute, eppure, nelle circolari ministeriali dell’aprile 2026, si legge che i frigoriferi devono essere spostati dai corridoi delle sezioni in inesistenti stanze dedicate. Questo tipo di strette burocratiche dimostra uno scollamento tra la gestione ministeriale dall’alto e la realtà della vita in carcere.
In questo quadro, si innescano pericolosi circoli viziosi. La militarizzazione, la chiusura e il sovraffollamento, con la progressiva perdita di misure alternative (-5,1% di detenzione domiciliare nel 2025), portano inevitabilmente a frizioni, sia tra la polizia penitenziaria e i detenuti (le aggressioni al personale sono cresciute del 12,4% in un anno), che tra i detenuti; qui le aggressioni sono aumentate vertiginosamente, tra il 2021 e il 2025 (+73%). Aumentano anche i suicidi e gli atti di autolesionismo. “Ormai non fa più notizia, ma in carcere si continua a morire: a quando una politica che finalmente prenda in considerazione la sofferenza e la disperazione che si nasconde dietro quelle mura?” – ha dichiarato il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasia, a fine aprile, dopo la morte dell’ennesimo detenuto a Rebibbia. L’uomo, 36 anni, nato a Roma, di origini nordafricane, si è impiccato con un lenzuolo nel bagno della cella. Era a Rebibbia dal 7 ottobre 2023, con fine pena il 12 giugno 2032, per reati di estorsione e violazione della legge sugli stupefacenti.
“Si sa da molto tempo che la prigione non rieduca” – scriveva Foucault – “e che, in una misura assai larga, essa fabbrica i delinquenti”. A riprova della sua tesi, il filosofo francese, nel 1975, si rifaceva a una stima dell’epoca, che vedeva rientrare in carcere il 38% di coloro che uscivano di prigione. Ecco, oggi in Italia, per oltre il 60% dei detenuti, il carcere non è che una porta girevole. Sebbene l’art. 27 della Costituzione preveda la “rieducazione del condannato”, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2025, solo il 40% delle persone entra in cella per la prima volta. Un fallimento su tutta la linea.
E se la microfisica del controllo si accanisce sugli adulti, è nel circuito della giustizia minorile che si consuma la frattura più profonda, per quanto riguarda la rieducazione e il reinserimento (come abbiamo già scritto qui). Quell’Italia a cui l’Europa guardava come a un modello di eccellenza, per la capacità di anteporre l’educazione alla punizione, è stata bruscamente archiviata dal “decreto Caivano” del settembre 2023, che ha convertito il sistema alla logica del puro contenimento. I numeri raccolti da Antigone fotografano il collasso di questo paradigma: al 30 aprile 2026, i venti Istituti penali per minorenni (Ipm) ospitavano 581 giovani detenuti, registrando un balzo vertiginoso del +52,5% rispetto alla fine del 2022 (l’ultimo anno pre-decreto). Una pressione che estende il controllo penale all’intera gioventù marginalizzata, con i ragazzi a carico dei servizi minorili esplosi in un triennio, da 13.658 a 17.027 (+24,6%).
L’allarmante aumento delle presenze non è figlio di una maggiore attitudine giovanile alla delinquenza, ma della selettività e della durata della reclusione. La permanenza media in cella è salita, dai 145 giorni del periodo pre-pandemico, ai quasi 180 del 2025. Lo spazio si restringe, il tempo si dilata, e i legami – preziosi nell’età evolutiva – si spezzano: sono infatti quasi raddoppiati i trasferimenti forzati e punitivi di neomaggiorenni verso le strutture per adulti. E se, tra gli adulti in carcere, oltre il 30% è di origine straniera, la percentuale è più alta per i minorenni: negli Ipm rappresentano il 46% degli ingressi. Sebbene rappresentino solo il 23,14% dei giovani presi in carico globalmente. In mancanza di una rete sociale sul territorio, l’architettura carceraria diventa l’unica risposta: punendo così la marginalità prima ancora del reato. Al suo interno, si consuma inoltre un preoccupante slittamento verso la medicalizzazione chimica: per sedare il disagio e le tossicodipendenze, nate dalla vita di strada, si ricorre sempre più spesso a un utilizzo spropositato di psicofarmaci.
Di fronte a questa emergenza, la risposta dello Stato si è limitata alla sola espansione della capienza carceraria. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, sono stati aperti in tutta fretta tre nuovi Ipm – all’Aquila, a Lecce, a Rovigo – spesso in edifici inadeguati, con aree inagibili e spazi angusti, che hanno già innescato le prime proteste dei ragazzi. A questo attivismo edilizio fa da contraltare il disinvestimento economico sulle politiche di recupero: tra il 2024 e il 2025, l’investimento per la giustizia minorile e di comunità ha subìto un taglio netto del 4,5%, e i bilanci del triennio 2026-2028 confermano un ulteriore decremento dell’1,1%. Lo Stato rinuncia a finanziare la riabilitazione, ma investe nelle mura che rinchiudono. È in questo scenario di crisi profonda che sono emerse le pesanti inchieste giudiziarie per le presunte torture e violenze sistematiche negli Ipm Beccaria di Milano e Casal del Marmo a Roma. Per rispondere all’emergenza, Antigone, Libera e Defence for Children Italia hanno promosso gli stati generali della giustizia minorile: un percorso partecipato, che vede oltre quattrocento esperti impegnati in sei tavoli tematici per elaborare, entro il novembre 2026, proposte di riforma radicali da presentare a governo e parlamento. L’obiettivo è strappare i ragazzi a una logica di puro contenimento, restituendo alla giustizia minorile la sua originaria missione educativa. Se in carcere si entra, si deve avere la possibilità di uscirne.







