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Home » Articoli » I tormenti del Labour, tra psicodramma e crisi strutturale

I tormenti del Labour, tra psicodramma e crisi strutturale

Keir Starmer non si fa da parte dinanzi a un’opposizione interna frammentata. Ma l’intera vicenda è una conseguenza del grave malessere britannico, anche precedente alla Brexit

22 Maggio 2026 Agostino Petrillo  514

Com’era facile prevedere, il dopo elezioni amministrative si è rivelato una via crucis per il Partito laburista. La sconfitta pesantissima ha trasformato le sue acque, a lungo stagnanti, in un mare in tempesta. La situazione si sta facendo sempre più critica per Keir Starmer. Vero è che, già da alcuni mesi, la pressione sul leader dei laburisti stava crescendo, ma rimaneva sommersa, sottotraccia, con l’unica eccezione della richiesta di dimissioni avanzata a seguito della nomina di Peter Mandelson, collaboratore e amico di Jeffrey Epstein, ad ambasciatore negli Stati Uniti. Ora non solo la contestazione è divenuta palese, ma ha raggiunto livelli senza precedenti. Starmer si è però finora ostinatamente rifiutato di dimettersi. Non è chiaro se verrà estromesso, ma la crisi si sta aggravando.

Circolano i nomi dei possibili successori, tra cui spiccano due figure: il ministro della Sanità, Wes Streeting, che, per protesta nei confronti di Starmer, ha abbandonato la sua carica istituzionale, e Andy Burnham, carismatico sindaco di Manchester. Burnham è sceso in campo promettendo una trasformazione radicale del partito, che deve cambiare, “se vogliamo riconquistare la fiducia della gente”. Burnham, però, per potere concretizzare le sue aspirazioni alla leadership, deve superare una serie di ostacoli tecnici: infatti, non è un parlamentare, dato che per manovre interne, e forse per volontà dello stesso Starmer, ha lasciato il parlamento quasi dieci anni fa, dopo un tentativo fallito di diventare leader del partito. Il deputato laburista, Josh Simons, si è allora dimesso dal suo seggio a favore di Burnham. Il che vuol dire che Burnham può ora candidarsi per il seggio parlamentare lasciato libero, passaggio indispensabile per la successiva candidatura a primo ministro.

In un suo discorso al Great North Investment Summit, Burnham ha giustificato l’operazione dicendo che avrebbe utilizzato le elezioni suppletive come piattaforma per collegare le problematiche locali alla sua analisi di ciò che non ha funzionato nel Labour, nel suo rapporto con il Paese: “So che ciò che il mio partito ha offerto, in passato, non è stato sufficiente”, ha affermato. E ancora: “La perdita di fiducia degli elettori in tutto il Nord, molti dei quali un tempo ci consideravano il loro partito di riferimento, è colpa nostra e di nessun altro”.

Nel frattempo Wes Streeting, che è collocato stabilmente all’ala destra del partito ed è detestato dalla sinistra, ha fatto diverse uscite pubbliche, dichiarando che la Brexit è stata un errore, e che bisognerebbe chiedere di venire riammessi; mentre Burnham, più prudentemente, temendo di irritare alcuni dei suoi sostenitori, ha affermato di non volere riaprire il dibattito sull’adesione all’Unione europea. “A mio avviso, la Brexit è stata dannosa, ma credo anche che l’ultima cosa da fare ora sia riproporre quelle argomentazioni”, ha dichiarato, cercando di sottolineare che, la sua, è una posizione di sinistra ma molto moderata.

Burnham, come sindaco di Manchester, si è guadagnato la reputazione di leader concreto e pragmatico. A differenza di Starmer, è visto come un visionario audace e capace di iniziativa politica. È anche vero che il suo percorso è stato abbastanza ondivago, come ricordava un editoriale del “Guardian”, qualche giorno fa: il sindaco di Manchester, che ha 56 anni, è stato un consigliere di Tony Blair, e votò a favore della guerra in Iraq. Successivamente, si è spostato su posizioni di sinistra moderata come ministro ombra della Sanità. Dopo la disfatta laburista del 2015, lanciò la sua candidatura alla leadership, mentre lavorava in uno studio contabile legato all’evasione fiscale, attaccò la proposta di una tassa sulle proprietà immobiliari, definendola “unicamente vendicativa”, e si astenne sulla proposta di tagli ai sussidi avanzata dai conservatori. Così facendo, finì per consegnare la leadership laburista a Jeremy Corbyn.

Ora fa cenno di avere mutato orientamento, e dichiara a gran voce che la Gran Bretagna “è sulla strada sbagliata da quarant’anni”. Come dire che opera una brusca conversione rispetto alla fatale ispirazione thatcheriana, che ha finito per travolgere sia il Labour sia lo starmerismo nel medesimo fallimento. Si fa portavoce della necessità del “controllo pubblico”, citando in particolare i temi dell’energia, degli alloggi, dell’acqua e dei trasporti, anche se con ambiguità evidenti riguardo a quel che intende. Wes Streeting appare, per il momento, una sorta di seconda scelta rispetto a Burnham; è anche più giovane (43 anni) e meno navigato politicamente.

La schermaglia preventiva sul rientro in Europa, in ogni caso, dà l’idea della durezza dello scontro interno in corso: uno scontro giunto fino a toccare una questione accuratamente evitata per anni, come quella delle conseguenze della Brexit. Il possibile rientro in Europa rimane comunque lontano, anche perché gli esperti di Bruxelles hanno fatto sapere che il Regno Unito non verrebbe riammesso nell’Unione alle stesse condizioni di cui godeva un tempo. Georg Riekeles, ex consigliere della task force dell’Unione sulla Brexit, ha affermato di aspettarsi che gli Stati membri adottino un atteggiamento “molto caloroso e accogliente”, ma anche “risoluto”, nei confronti di un’eventuale richiesta di riadesione britannica, escludendo ogni forma di “eccezionalismo britannico”.

Intanto Starmer, sia pure sulla difensiva, ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di farsi da parte, qualora Burnham vincesse le elezioni suppletive, e si proponesse come alternativa, e anzi di volere partecipare alle prossime elezioni, prefigurando una potenziale e aspra battaglia per la leadership. La frammentazione dell’opposizione interna è la ragione di questa resistenza. Tra l’altro, Burnham deve ancora vincere, e le elezioni suppletive sono a Makerfield, nel seggio lasciato libero da Simons, dove il Labour si troverà ad affrontare una dura battaglia con Reform UK, che qui ha ottenuto un buon risultato nel 2024. Il partito di Nigel Farage dovrebbe annunciare il proprio candidato entro pochi giorni, e ha già diffuso spot pubblicitari attaccando Burnham, mostrato in caricatura alla frenetica ricerca di un seggio.

Al di là di ciò che sarà lo sviluppo delle diatribe interne, quel che rende la situazione del Labour particolarmente grave è il carattere cumulativo della crisi: non si tratta di un semplice rovescio di fortune elettorali, ma del convergere simultaneo di più elementi di crisi che si alimentano vicendevolmente: economici, istituzionali, di pubblica fiducia in un momento storico in cui, come già notavamo in un articolo precedente (vedi qui), l’intera architettura politica britannica consolidata si disgrega, e pare riconfigurarsi a velocità vertiginosa.

Sotto questo profilo, l’ostinata resistenza di Starmer è dettata, oltre che da motivi di orgoglio personale, anche dal timore che un cambio brusco di leadership possa gettare il Paese nel caos. I fallimenti del Labour rischiano di consegnare il testimone del governo nelle mani della destra nazionalista. In fondo, si tratta di una catastrofe annunciata: come abbiamo più volte documentato, la crisi politica dura, ininterrotta, dal tracollo del governo capeggiato da Liz Truss, nel 2022, che fu anche peggiore di quello attuale. I mercati hanno già sentito puzza di bruciato, la sterlina è scesa rispetto al dollaro, e il mercato delle obbligazioni britannico è sprofondato, spingendo il rendimento del debito a lungo termine ai livelli più alti dal 1998.Già prima della crisi, il costo del denaro cresceva, nel Regno Unito, più rapidamente che nelle altre grandi economie, e l’incertezza politica non fa che aggravare questo scarto. Se Starmer dovesse allargare i cordoni della borsa, e far crescere la spesa pubblica per recuperare popolarità, le cose potrebbero andare anche peggio.

Dal referendum sulla Brexit, i primi ministri britannici si sono succeduti senza sosta attraverso la famosa porta nera di Downing Street, numero 10. Se si conta Starmer, negli ultimi dieci anni, si sono già succeduti sei primi ministri, tanti quanti nei trentacinque precedenti; i maligni dicono che l’unico inquilino stabile, a Downing Street, è la mascotte locale, il gatto Larry. La crisi di governo in corso è l’ultimo capitolo, in ordine di tempo, di una vicenda cominciata ben prima, precedente anche alla stessa Brexit, che in fondo è stata la manifestazione più clamorosa di uno scollamento tra le élite e il resto del Paese, di un malessere che ha continuato a progredire senza trovare un partito in grado di operare una ricucitura. La crisi politica attuale potrà forse trovare una soluzione, ma quella più profonda del Regno Unito difficilmente sarà risolta solo da manovre a livello parlamentare.

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