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Home » Interviste » “Gli imprenditori hanno smesso di fare industria. Conta solo la rendita finanziaria”

“Gli imprenditori hanno smesso di fare industria. Conta solo la rendita finanziaria”

Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil, interviene nel dibattito sull’aumento delle disuguaglianze, sui salari più bassi d’Europa e sulla regressione dell’economia produttiva. Interi stabilimenti vengono dismessi, le produzioni trasferite all’estero. E la conversione verso il militare è una bufala. Ci sono però anche segnali positivi, come il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, che ha reintrodotto una mini-scala mobile

27 Febbraio 2026 Paolo Andruccioli  1325

Sono anni che si discute di disuguaglianze, di fratture sociali, e nel dibattito c’è quasi unanimismo. Tutti si dichiarano contro l’aumento vorticoso dei divari sociali, ma pochissimi approfondiscono le cause di questo fenomeno, che riguarda tutte le società occidentali, mentre si ingigantiscono i divari: già nel 2020, la media delle remunerazioni dei primi dieci top manager, in Italia, era di 649 volte lo stipendio medio di un operaio, negli anni Settanta era di dodici volte. Sono dati noti, ma poi si replicano solo analisi descrittive. Una voce fuori dal coro è il libro Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze, a cura di Giacomo Gabbuti (Laterza 2025), che invece di riproporre una fotografia già nota, cerca di analizzare le cause, indagare sul perché succede tutto questo. Ne abbiamo parlato con Michele De Palma, segretario generale della Fiom.

Segretario, nel libro curato da Gabbuti, gli autori parlano di classi sociali che ancora esistono, pessima redistribuzione del reddito, strapotere della rendita e di regressione dell’industria. C’entrano qualcosa questi fenomeni con l’aumento delle disuguaglianze?

Assolutamente sì. Una delle cartine di tornasole di quella che è la situazione dell’aumento delle disuguaglianze è esattamente il fatto che, in Italia, i ricchi abbiano spostato il proprio interesse dall’industria e dal risultato del profitto, che nella produzione industriale è fatto di investimenti, di rischio, ma soprattutto di lavoro; è fatto di ricerca di sviluppo, di scommessa sui prodotti, creatività. Invece oggi la ricchezza viene vista solo come accumulazione della rendita. Abbiamo avuto un vero spostamento dall’industria alla finanza. E si è passati dalla speculazione finanziaria, in qualche modo legata all’economia reale, alla speculazione fine a se stessa, basata sulla rendita.

E questo che cosa ha comportato negli equilibri interni delle stesse società capitalistiche?

In questo modo stanno cambiando gli equilibri. Non solo si tengono bassi i salari, ma si sottraggono risorse al profitto in favore della rendita. In favore di quest’ultima c’è una sottrazione da tutte le altre voci dell’economia: si sottraggono risorse alla contrattazione, ma anche alla redistribuzione del reddito, con una fiscalità che premia la rendita rispetto al salario. Spesso parliamo di quanto paga di tasse un lavoratore e di quanto paga al fisco chi vive di rendita. Non c’è confronto. Tutto è sbilanciato a favore della rendita. In Italia, quasi quasi conviene non lavorare.

Da quello che dici mi pare che entri in crisi anche il vecchio paradigma del ruolo del capitale che produrrebbe crescita. Cos’è cambiato?

Oggi siamo a un salto. Questo capitale non vuole la crescita. Cioè, non si pone più il problema della crescita. Perché il capitale si poneva il problema della crescita quando era in dialettica con il lavoro. Oggi questo capitale distrugge, non crea, cioè, molto banalmente, perché è evidente che non si pone, diciamo così, l’obiettivo del lungo periodo della società dentro la quale tu vuoi costruire per poter vivere. Si punta tutto sul momento, sulla massima realizzazione nel momento in cui si realizza la speculazione finanziaria. Si tratta di un cambiamento profondo del ruolo stesso della finanza, che storicamente era nata come supporto dell’investimento industriale.

L’altro elemento che è necessario analizzare è il fatto che abbiamo conosciuto un capitale, sempre nella sua forma occidentale, cioè americana, che provava a essere forza regolativa del mondo con la globalizzazione. Ma oggi quel modello è collassato su se stesso. La crescita non è più progressiva nel senso di un’economia che facilita l’inclusione delle persone. Siamo al contrario in presenza di un processo regressivo oggettivo, una devastazione. Al posto di investire nell’innovazione, per creare un equilibrio tra ambiente e produzioni, siamo di fronte alla dinamica esattamente inversa, come abbiamo visto con la sconfitta del Green Deal in Europa. Aumenta solo la concentrazione delle ricchezze, come ci spiega benissimo l’ultimo rapporto Oxfam sulle disuguaglianze nel mondo. Il punto politico di questi dati è che la concentrazione estrema delle ricchezze mette in discussione la democrazia.

In questo quadro, evidentemente, lo sconfitto è il lavoro. Come si reagisce a questi fenomeni globali?

Il protezionismo, il nazionalismo e il corporativismo sono i tre pilastri della società e delle élite che, in questo momento, comandano nella società in cui siamo. Nella discussione del libro curato da Gabbuti, io ho introdotto una domanda provocatoria: dobbiamo riflettere sul fatto che finora ci siamo concentrati sull’aumento della povertà. Il punto è che abbiamo sbagliato a concentrarci sulla povertà. Il nostro problema non sono i poveri, il nostro problema sono i ricchi. Un dibattito su questo punto si sta riaprendo anche negli Stati Uniti, in particolare per merito dei democratici, che hanno posto questioni molto interessanti. Si deve affrontare il problema della concentrazione monopolistica delle piattaforme e delle informazioni, perché proprio la concentrazione si trasforma in potere politico. Troppo potenti, troppo concentrate. Che poi il potere finanziario è anche troppo potere sull’informazione. Il potere finanziario, il potere economico sulla cultura, e così via, dominano la scena politica e quindi la democrazia.

A proposito di democrazia, vogliamo ricordare che la Fiom, in Italia, ha fatto sempre una battaglia per difendere la democrazia nella società e in fabbrica. Oggi il vostro mestiere è diventato ancora più difficile…

Sì, è vero, è una situazione difficile, ma continuo a pensare che il sindacato debba essere la coscienza dei lavoratori, e che quindi oggi si deve partire da un elemento chiaro: dalla sconfitta del 1980. Una sconfitta che non è mai diventata una presa di coscienza né del sindacato, né dalla rappresentanza politica del mondo progressista e democratico, né tanto meno è stato un elemento di presa di coscienza del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. Dobbiamo chiederci che cosa ci ha consentito di continuare a fare sindacato, di poter mantenere una soggettività, nonostante le crisi industriali, le rivoluzioni industriali, i tanti cambiamenti a cui stiamo assistendo, uniti alla perdita, anche da parte della politica, del riconoscimento del ruolo del lavoro, in particolare del lavoro industriale.

Ebbene, in tutta questa temperie, quello che ha consentito ai metalmeccanici di essere ancora una soggettività che è in grado di poter svolgere il proprio ruolo è la capacità di contrattare. Lo dimostra l’ultimo rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, che molti studiosi vedono come un nuovo modello contrattuale in grado di combattere l’inflazione. Quel modello contrattuale oggi è rappresentato dai metalmeccanici, perché noi abbiamo una struttura contrattuale che ci consente di prendere più dell’andamento dell’inflazione, di avere una clausola di salvaguarda, nel caso in cui l’inflazione programmata dovesse essere superata da quella reale. Quindi, diciamo così, abbiamo una mini-scala, una scala mobile dentro il nostro sistema contrattuale, e questa è una particolarità specifica dei metalmeccanici. Abbiamo avuto una grandissima partecipazione al voto per il referendum, abbiamo rinnovato il contratto dopo quaranta ore di sciopero, e il voto di più di ottantamila lavoratori, in più sul rinnovo del contratto nazionale, il contratto è passato col 93,5%.

La democrazia non è data mai per scontata, e implica conflitto. Oggi però il conflitto è preso di mira dalle nuove leggi sulla sicurezza. Rischiano anche i lavoratori che lottano?

Noi pratichiamo la democrazia perché pratichiamo il conflitto. Ma la situazione è preoccupante. Lo abbiamo visto con lo sciopero e le manifestazioni a Bologna, con i blocchi sulla tangenziale. Ora, in base alle nuove norme, alcuni dei nostri dirigenti sindacali sono sotto inchiesta, da parte della magistratura, grazie al decreto “sicurezza”. Ma il risultato di quelle mobilitazioni è stato positivo: siamo riusciti in un anno e cinque mesi a rinnovare il contratto nazionale, e a ottenere un andamento del salario che sicuramente è superiore all’andamento dell’inflazione strutturalmente. La democrazia va praticata in maniera radicale, cioè non soltanto col voto, ma anche proprio con la corresponsabilità con i lavoratori del sindacato. Sono elementi che dovrebbero produrre una riflessione anche a sinistra. La democrazia è l’unico strumento che ti consente di vincere, ma, se vinci, vinci insieme, se perdi, perdi insieme. Si tratta poi anche di cambiare quella che si chiama la “narrazione”, la rappresentazione della realtà. In certi dibattiti televisivi, senti ancora che sono gli imprenditori i veri protagonisti della crescita. In realtà, nella mia esperienza di questi anni, ho visto che sono stati quasi sempre i lavoratori a salvare le fabbriche, le hanno difese loro, non gli imprenditori. Sono i lavoratori il vero valore aggiunto che è cresciuto per ora lavorata molto più del costo del lavoro. Per chiarire il grado di responsabilità sociale degli imprenditori, basta vedere quello che vuole fare John Elkann, la cui unica ansia è vendere tutto… E poi c’è da sfatare anche un altro mito, quello dell’imprenditore privato. Ma chi sono questi imprenditori privati? Rifacendoci a una descrizione di Mariana Mazzuccato, vediamo che la grande industria è ancora nelle mani delle società partecipate dallo Stato. (E poi ci sono i grandi fondi finanziari stranieri, quasi sempre americani). Ma l’imprenditore privato italiano dove sta? In questo quadro il lavoro è umiliato, e i giovani devono fuggire all’estero per trovare condizioni lavorative decenti.

Un’ultima domanda complicata. In questo clima di corsa al riarmo, si parla della possibile conversione di alcuni stabilimenti metalmeccanici civili in produzione militare. Che ne pensi?

A volte, quando sento certi dibattiti televisivi o leggo i giornali, rimango stupito perché vedo un delta significativo tra la realtà e quello che si dice. Uno mi dice: “guarda che c’è la transizione dall’automotive al militare”. Al militare? Me la potrei cavare con una battuta: provate voi a far passare un carro armato su una linea di montaggio della Panda. Non si ha idea di quello di cui si parla. Certo, su un camion militare si può montare un motore come su un camion civile, si possono produrre rondelle e bulloni che vanno bene per tutto. Ma tutto questo non c’entra niente con la riconversione di cui si vagheggia. La riconversione non è una soluzione alla crisi industriale. E lo dimostra il fatto che industrie belliche straniere, come la tedesca Reinhmetall, stanno chiudendo stabilimenti in Italia per delocalizzarli.

Se vogliamo essere seri e guardare alla realtà industriale effettiva, dobbiamo comprendere che sarebbe più facile la transizione dall’endotermico all’ibrido e dall’ibrido all’elettrico. Infine, vorrei dire che quando si parla di riarmo non si parla affatto di modello europeo di sicurezza, né tanto meno di rilancio di una vera industria europea. Ci sono consorzi industriali specializzati nelle produzioni militari che sono in conflitto continuo tra loro (come si è visto con la storia del nuovo caccia). E quando si parla di acquisto di armi per l’Europa, si trascura di dire che l’Unione europea, con i soldi del riarmo, andrà ad acquistare soprattutto armamenti stranieri. Quasi sempre americani. Allora di che stiamo parlando?

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