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Regressione

Questa la parola chiave per comprendere in cosa consista, in Italia, la centralità della rendita. E se non fossimo più nel capitalismo ma in qualcosa di peggio?

27 Febbraio 2026 Agostino Petrillo  871

La “retta di regressione” è un concetto fondamentale in statistica e analisi dei dati, che rappresenta la relazione tra due variabili. La menzioniamo, forse a sproposito, solo perché il termine è evocativo, e leggendo l’agile libretto Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze, curato da Giacomo Gabbuti, a cui fa riferimento Rino Genovese (vedi qui), non ci si può sottrarre all’idea di un arretramento complessivo, di una regressione lineare del Paese, che dura da decenni. Dal testo emerge con chiarezza che non solo il nostro Paese è diventato molto più disuguale, al suo interno, di quanto non fosse negli anni Settanta, ma che è diventato anche più povero a livello internazionale, scendendo vertiginosamente nelle graduatorie e nelle classifiche.

I numeri, sia pure impressionanti, non spiegano però il perché di questo spostamento, e soprattutto non dicono in che modo l’intensificarsi delle disuguaglianze economiche sia andato a braccetto con il restringersi dell’orizzonte politico e con il declino culturale. Il libro tiene fuori la questione delle politiche, che esula dagli obiettivi e dall’approccio degli autori. Eppure, la questione della politica riaffiora a ogni pagina, in quanto ciò che è avvenuto non è stato certo ineluttabile, ma il frutto di decisioni e di scelte politicamente motivate, andate dall’affidare la gestione delle infrastrutture a poche grandi famiglie, fino a proteggere la rendita in tutte le sue forme. Rendite finanziarie, rendite da risorse naturali, rendite da proprietà intellettuale, rendite da piattaforme, rendite da contratti, rendite da infrastrutture e, infine, rendite da terreni. Proprio le rendite da infrastrutture e da terreni hanno alimentato gli “spiriti animali” e l’istinto parassitario dei rentier finanziarinel nostro Paese, se non altro perché inesorabilmente attratti dai profitti di monopolio e dagli asset in crescita. Ovunque si presentasse un’opportunità, gli aspiranti rentier si sono precipitati a sfruttarla. Si sono così moltiplicate strategie di accumulazione, in cui centrale diviene l’avere piuttosto che il fare.

Fondamentali, per la narrativa sottesa all’emergere di un capitalismo legato alla rendita, sono i decenni di privatizzazioni. Ma sei i partiti di destra sono evidentemente i cattivi di questa storia, la sinistra non è stata certo innocente nel favorire la rendita. In particolare, le infrastrutture (per esempio i monopoli “naturali” delle ferrovie o delle telecomunicazioni) e i terreni sono stati venduti, nell’ambito delle riforme neoliberiste, a prezzi ben inferiori al valore di mercato, rappresentando un affare per i rentier e un furto per i contribuenti, e nessun partito ha finora detto una parola né mosso un dito sulla questione della cattura del valore fondiario, che è diventato una delle principali calamite per gli investitori, e ha finito per convogliare nel settore immobiliare credito e investimenti, lasciando a secco la manifattura (arretrata paurosamente). Fenomeni di cui la Milano attuale è l’emblema. È politica la decisione di puntare tutto sulla rendita urbana (che tecnicamente non sarebbe nemmeno rendita, come ricordava Keynes) invece che sull’impresa ad alto valore aggiunto. È politica la scelta di far crescere a dismisura i prezzi delle case a fronte di una domanda che non potrà mai incontrarsi con l’offerta. Ed è politica economica lasciare tutta l’edilizia nelle mani dei fondi speculativi, finanziando con risorse pubbliche industrie e settori languenti.

Difficile non vedere che, se si spalanca la porta alla speculazione e al guadagno facile, si scoraggiano il rischio e l’impresa industriale. Si è scelto consapevolmente, negli ultimi anni, di privilegiare, in maniera sempre più sfrontata, un ristretto blocco sociale di famiglie di redditieri a scapito di settori dinamici e innovativi, col bel risultato della fuga dei giovani qualificati e dei ricercatori che hanno espresso il loro disappunto “votando con i piedi” e andandosene. E il blocco degli intoccabili continua a paralizzare il Paese. Rino Genovese accenna, a questo proposito, all’ipotesi “neofeudale”, che vede aprirsi una divisione sempre più netta tra le diverse componenti della società; e viene alla mente quanto diceva McKenzie Wark nel suo Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire (Nero Edizioni 2021): se non fossimo più nel capitalismo ma in qualcosa di peggio?

La questione può apparire assurda: diciamo che ci troviamo ancora nel capitalismo, in un capitalismo certamente orribile, estremo e neoliberale; in un capitalismo che ha abbandonato il compromesso imposto dai movimenti operai del Ventesimo secolo, e procede a briglia sciolta nella sua corsa. Ma chissà poi se c’è mai stato un capitalismo compiuto in Occidente. Forse è stata solo un’illusione che ha impedito di vedere non soltanto il crescere delle disuguaglianze nel capitalismo, come ha mostrato Thomas Piketty, ma anche il suo stesso regresso in aree che continuiamo a definire goffamente “Sud del mondo”; ci ha impedito di vedere il crescere della dipendenza del capitalismo da processi di lavoro coatto, da forme di sfruttamento e pratiche di oppressione non capitalistiche, e ha distolto la nostra attenzione dal modo in cui i processi capitalistici, a lungo diretti verso l’esterno – attraverso il colonialismo e l’imperialismo –, stanno ripiegando su di sé verso il loro centro originario, in modi che non sono più capitalistici in senso stretto.

Sotto il profilo delle forme anomale di capitalismo, l’Italia degli ultimi anni pare essere il Paese che meglio si attaglia all’ipotesi del capitalismo rentier, avanzata da Brett Christophers in un saggio di qualche anno fa (Rentier Capitalism: Who Owns the Economy, and Who Pays for it? – Verso, London 2020). Un capitalismo che, come si diceva, riguarda l’avere piuttosto che il fare; un fenomeno legato al potere e al privilegio, al poter disporre di patrimoni elevatissimi, un potere che è appannaggio di poche famiglie, un club ristretto in cui le barriere economiche all’ingresso sono estremamente importanti per selezionare chi può entrare a farne parte. Christophers, nel denunciarne la diffusione, lo definiva “reddito derivante dalla proprietà, dal possesso o dal controllo di beni scarsi in condizioni di concorrenza limitata o assente”. Altro che la fine dei rentier preconizzata da Keynes negli anni Venti del Novecento! Ci dice Christophers che l’errore di Keynes è stato quello di presumere che gli attori di un sistema economico rispondano secondo motivazioni e ipotesi puramente economiche, che i rentier si sarebbero arresi senza combattere. Ciò che invece Keynes non ha tenuto in considerazione, a quanto pare, sono le distorsioni economiche sistemiche, non semplicemente legate alla scarsità di capitale ma alla scarsità di potere, alla sua distribuzione irregolare, e qui – de te fabula narratur – il modello del capitalismo rentier diviene tristemente suggestivo.

Il Paese è da decenni in una morsa che lo sta soffocando, che ha le sue radici non solo nel potere monopolistico di poche famiglie, ma nella mancanza di politica e di capacità di rivendicazione dei ceti subalterni, proprio quelle condizioni che, rovesciate, coincisero, nei Settanta, con il periodo di maggiore riequilibrio delle ricchezze. La “retta di regressione” è chiaramente tracciata – e non si vede chi possa invertire la tendenza. L’Italia appare una sorta di laboratorio al negativo, in cui si sperimentano meccanismi di ridistribuzione verso l’alto, di cristallizzazione dei patrimoni per via ereditaria e di controllo sociale che preludono, forse, a una sua potenziale e non così lontana terzomondizzazione.

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