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Carceri da suicidio

Intervista a Samuele Ciambriello, garante in Campania delle persone private della libertà personale

21 Agosto 2024 Guido Ruotolo  1198

(Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo 2024)

Nei giorni scorsi, altri dieci agenti penitenziari del carcere circondariale di Foggia sono finiti agli arresti per tortura e abuso di autorità a danno di alcuni detenuti. E si è saputo che nei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (vedi qui e qui) arrivarono a dare man forte “squadracce” di picchiatori dal supercarcere di Secondigliano.

Samuele Ciambriello, fa impressione la vita nelle carceri in Italia…

I dati sono davvero preoccupanti e confermano una triste realtà: il sistema carcerario italiano non solo non assolve il suo mandato costituzionale, ma rappresenta un luogo di sofferenza e di morte. 14.840 tentati suicidi in venti anni sono un numero drammatico, che evidenzia come la vita nelle carceri sia spesso insostenibile. Il tasso di 148 tentati suicidi ogni diecimila detenuti è quasi tre volte superiore a quello della popolazione generale, e questo di per sé è un dato inaccettabile. Ancora più sconvolgente è il numero di suicidi portati a termine, che supera i dieci ogni diecimila detenuti. Si tratta di una vera e propria emergenza, che richiede un intervento urgente da parte delle istituzioni. È chiaro che il sistema carcerario italiano non funziona. Non solo non riabilita i detenuti, ma li rende più fragili e vulnerabili. È necessario un cambiamento radicale, che punti a migliorare le condizioni di vita nelle carceri, a investire sulla salute mentale dei detenuti e a fornire loro un adeguato sostegno psicologico e sociale.

Si possono prevenire gli atti di autolesionismo nelle celle?

La prevenzione dell’autolesionismo nelle carceri è un problema complesso e sfaccettato, ma non impossibile da affrontare. Diversi interventi possono essere attuati per ridurre il rischio di tali atti, ed è fondamentale un approccio multilivello che coinvolga diversi attori. Migliorare le condizioni di detenzione riducendo il sovraffollamento, migliorare l’accesso a cure mediche e psicologiche adeguate, e creare un ambiente più sicuro, che garantisca un adeguato supporto: tutto ciò può contribuire a ridurre il disagio e la frustrazione che possono portare all’autolesionismo. Inoltre, bisogna fornire al personale penitenziario una formazione specifica sulla gestione del rischio di autolesionismo, sulle tecniche di de-escalation e sul riconoscimento dei segni premonitori di un comportamento autolesivo: questo è fondamentale per un intervento tempestivo ed efficace. Infine, si devono stabilire protocolli chiari e standardizzati per la valutazione del rischio di autolesionismo, la gestione dei casi a rischio e l’accesso a interventi di supporto.

La Campania registra un numero alto di suicidi. Cosa spinge i detenuti al gesto estremo?

Il numero di suicidi nelle carceri campane è purtroppo un problema serio e complesso, con diverse concause che spingono i detenuti al gesto estremo. Le carceri campane sono spesso sovraffollate, con un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. Questo può portare a condizioni di vita difficili, con scarsa igiene, spazi ristretti e mancanza di privacy, che possono contribuire al senso di disagio e frustrazione dei detenuti. La carenza di personale medico e psicologico rende difficile l’accesso a cure adeguate per i detenuti con problemi di salute mentale, tra cui la depressione, l’ansia e i disturbi di personalità, che sono fattori di rischio per il suicidio. Le carceri campane versano spesso in condizioni di degrado, con infrastrutture fatiscenti, scarsa manutenzione e mancanza di spazi per attività ricreative o formative. Questo può contribuire a un senso di abbandono e di perdita di speranza nei detenuti. La difficoltà nel mantenere relazioni significative e il senso di solitudine possono essere fattori di stress molto pesanti per i detenuti. La preoccupazione per la propria situazione economica, e per il futuro della propria famiglia, genera ansia e depressione, soprattutto in caso di difficoltà nel trovare lavoro o a reinserirsi nella società dopo la detenzione. I detenuti che hanno vissuto esperienze traumatiche in passato, come abusi o violenze, sono più a rischio di sviluppare problemi di salute mentale e di compiere atti di autolesionismo o suicidio.

L’ultimo suicidio nel carcere di Secondigliano è stato quello di un cittadino ucraino, che aveva tentato di evadere mentre si trovava nel carcere di Poggioreale.

La notizia del suicidio di un cittadino ucraino nel carcere di Secondigliano è tragica, sconvolgente. Le circostanze che hanno portato al gesto estremo sono ancora oggetto di indagine, e non è possibile trarre conclusioni a breve. Tuttavia, questo evento ci porta a riflettere sulle numerose criticità che affliggono il sistema carcerario italiano, in particolare la carenza di personale, le condizioni di sovraffollamento e la mancanza di adeguati supporti psicologici per i detenuti.

L’età media delle vittime in Italia è inferiore ai quarant’anni. Cosa ci dice questa statistica?

È un dato preoccupante che ci dice diverse cose, che i giovani sono particolarmente vulnerabili e sono più a rischio di subire violenze. Possono essere più esposti a situazioni di pericolo o avere meno strumenti per difendersi. La violenza non è mai accettabile, in nessuna forma e in nessun contesto. È necessario un cambiamento culturale, che ponga al centro il valore della vita e della dignità umana. Solo con un impegno collettivo possiamo cambiare questa situazione inaccettabile.

Negli anni Settanta la rivolta nelle carceri era sempre all’ordine del giorno. Oggi anche i detenuti subiscono passivamente il clima di violenza e di degrado che si vive nell’universo penitenziario. Perché?

È vero che negli anni Settanta le rivolte nelle carceri erano molto più frequenti di oggi. All’epoca, le condizioni di detenzione erano spesso disumane, con sovraffollamento, scarsa igiene, cibo insufficiente e violenze da parte delle guardie. I detenuti, spinti dalla disperazione e dalla rabbia, si ribellavano e protestavano contro queste condizioni, rivendicando i loro diritti. Oggi le condizioni nelle carceri italiane sono migliorate, anche se rimangono ancora molte criticità. Il sovraffollamento è ancora un problema serio, e le risorse per la riabilitazione e il reinserimento sociale dei detenuti sono spesso scarse. Tuttavia, la violenza e il degrado che si vivevano negli anni Settanta sono per lo più scomparsi. È importante però sottolineare che la passività dei detenuti non significa necessariamente che siano rassegnati al loro destino. Molti detenuti oggi si impegnano in forme di protesta pacifica, come gli scioperi della fame o la presentazione di ricorsi legali, per denunciare le condizioni carcerarie e per chiedere miglioramenti.

La politica sembra voltarsi dall’altra parte. Solo il presidente Mattarella e papa Francesco denunciano le condizioni di vita nelle carceri.

È vero che la politica, in generale, sembra disinteressarsi alle condizioni di vita nelle carceri italiane. Sono poche le voci che si levano a denunciare le numerose criticità del sistema penitenziario italiano. Il presidente Mattarella e papa Francesco sono due figure di grande rilievo che hanno più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di migliorare le condizioni delle carceri e di tutelare i diritti dei detenuti. Purtroppo, le loro parole non sono sempre sufficienti a smuovere le coscienze e a portare a un cambiamento concreto. È necessario un impegno più forte da parte di tutte le istituzioni, a partire dal parlamento e dal governo, per attuare riforme strutturali del sistema penitenziario italiano, e per garantire ai detenuti il rispetto dei loro diritti e una vita dignitosa.

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Tagsagenti penitenziari arrestati carceri condizione carceri Foggia Guido Ruotolo Samuele Ciambriello suicidi tortura

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