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L’Ungheria prossima al “redde rationem”

La Commissione europea ha chiesto al Consiglio di sospendere un terzo di tutti i fondi di coesione assegnati a Budapest se il governo non rimedierà alle violazioni dello Stato di diritto

20 Settembre 2022 Lorenzo Consoli  1142

La Commissione europea ha sospeso sull’Ungheria una spada di Damocle, pronta a cadere sui fondi Ue assegnati al Paese, decurtandoli di 7,5 miliardi di euro, se il governo di Budapest non rispetterà alla lettera tutti gli impegni, presi per iscritto con Bruxelles, per attuare tempestivamente e integralmente 17 misure che dovrebbero assicurare la corretta gestione degli appalti pubblici per l’attuazione dei programmi comunitari.

Usando per la prima volta uno strumento di cui finora non disponeva, il regolamento Ue sul “Meccanismo di condizionalità” in vigore dall’inizio del 2021, l’esecutivo comunitario ha imposto un costo finanziario concreto alle violazioni sistemiche dello Stato di diritto in Ungheria. Il governo di Budapest potrà ora difficilmente sottrarsi ai suoi obblighi di Stato membro dell’Unione, come aveva fatto finora continuando ad attingere ai finanziamenti di Bruxelles.

Durante una riunione straordinaria, domenica 18 settembre, il collegio dei commissari ha adottato all’unanimità (compreso l’ungherese Olivér Várhelyi) una “proposta di decisione attuativa” del Consiglio Ue contro le violazioni dello Stato di diritto che mettono a rischio la corretta gestione del bilancio comunitario in Ungheria. La Commissione chiede al Consiglio di sospendere il 65% degli impegni finanziari di tre programmi delle politiche di coesione (il Programma operativo per l’efficienza ambientale ed energetica, il Programma operativo per il trasporto integrato, e il Programma operativo di sviluppo territoriale e degli insediamenti), per un ammontare complessivo di 7,5 miliardi di euro. Si tratta di un terzo di tutti i fondi di coesione per l’Ungheria nel corrente periodo di programmazione 2021-2027.

Normalmente il Consiglio Ue ha un mese per approvare la decisione a maggioranza qualificata (senza la partecipazione al voto del Paese interessato, in questo caso l’Ungheria). Ma la Commissione chiede ai governi dei Ventisette di rinviare la decisione di altri due mesi, come previsto in caso di “circostanze eccezionali”, in modo da poter aspettare una verifica che avverrà il 19 novembre, e che potrebbe cambiare radicalmente la situazione. Perché il governo ungherese, per anni sordo ai richiami di Bruxelles sul rispetto dello Stato di diritto, quando ha capito cosa e quanto rischiava questa volta, si è affrettato a inviare due lettere a Bruxelles, il 22 agosto e il 13 settembre, con una lista delle misure correttive che si impegna ad adottare. E queste misure, secondo la Commissione, “potrebbero in linea di principio affrontare i problemi sollevati, se saranno correttamente dettagliate nelle leggi e nelle norme pertinenti, e attuate di conseguenza”.

L’ esecutivo comunitario ha fissato quindi un calendario molto stringente per la formalizzazione e l’attuazione nei prossimi due mesi delle misure correttive, a cominciare dalla più importante: la creazione di una nuova “Autorità indipendente per l’integrità”, con ampi poteri per rafforzare la prevenzione, l’individuazione e la correzione delle frodi, i conflitti di interesse, la corruzione, e altre illegalità e irregolarità riguardanti l’attuazione di qualsiasi sostegno finanziario dell’Unione. Questo nuovo organismo dovrà essere operativo proprio a partire dal 19 novembre. 

Altri provvedimenti che l’Ungheria dovrà ora predisporre, e concretizzare in tempi brevissimi, sono: il rafforzamento del quadro anticorruzione e la creazione di una task force dedicata a questo compito; misure per garantire la trasparenza dell’uso dei finanziamenti Ue da parte delle fondazioni per la gestione di beni di interesse pubblico; una specifica procedura in caso di reati speciali connessi all’esercizio dei pubblici poteri o alla gestione di beni pubblici; il rafforzamento dei meccanismi di audit e controllo per garantire un uso corretto dei fondi comunitari.

Gran parte della lista delle misure riguarda, poi, gli appalti pubblici:  una drastica riduzione (dall’attuale 50% al 15%) della quota di gare d’appalto con un solo partecipante per i progetti finanziati dai fondi dell’Unione, e anche per i progetti finanziati dal bilancio nazionale; l’introduzione di uno strumento di rendicontazione per il monitoraggio e la rendicontazione delle gare con un solo partecipante; lo sviluppo di un sistema elettronico che aumenti la trasparenza degli appalti, e di un quadro di misurazione che ne valuti l’efficienza e l’efficacia in termini di costi; un piano d’azione per aumentare il livello di concorrenza nelle gare; programmi di formazione per far partecipare agli appalti le micro, piccole e medie imprese, con un regime di sostegno per la compensazione dei costi di partecipazione.

Infine, l’Ungheria si è impegnata a usare la banca dati europea Arachne per il controllo della gestione finanziaria dei fondi strutturali Ue da parte delle pubbliche autorità, a cooperare strettamente con l’Olaf, l’Ufficio antifrode dell’Unione, e ad adottare una legge che garantisca una maggiore trasparenza della spesa pubblica.

Il 19 novembre, lista alla mano, la Commissione spunterà tutte le misure per verificare che le promesse siano state rispettate. In questo caso ritirerà la proposta di decisione del Consiglio Ue che blocca i fondi per l’Ungheria. In caso contrario, la procedura andrà avanti. Secondo quanto ha segnalato la stessa Commissione, se effettivamente Budapest darà attuazione a tutte le misure correttive proposte, questo potrebbe facilitare molto lo sblocco di un’altra partita, quella del Pnrr ungherese da 7,2 miliardi di sovvenzioni (più la possibilità di chiedere prestiti agevolati). Il Pnrr, infatti, non ha ancora ricevuto il via libera della Commissione proprio a causa del mancato rispetto di una serie di condizioni legate alla corruzione, alla gestione degli appalti pubblici, alla trasparenza e ai conflitti d’interesse. 

La procedura del “Meccanismo di condizionalità” contro l’Ungheria era stata avviata il 27 aprile scorso, con una notifica scritta al governo ungherese, in cui l’esecutivo comunitario elencava tutti i rilievi che giustificavano il ricorso a questa procedura, denunciando in particolare i problemi nel sistema degli appalti pubblici in Ungheria: irregolarità sistemiche, carenze e debolezze nelle procedure, l’alto tasso di gare con un unico partecipante e la bassa intensità di concorrenza, la mancata individuazione, prevenzione e correzione dei conflitti di interesse, soprattutto nella gestione dei finanziamenti Ue da parte fondi fiduciari di interesse pubblico. La Commissione sottolineava inoltre che “questi problemi, e la loro ripetizione nel tempo, dimostrano un’incapacità sistemica, il fallimento o la riluttanza, da parte delle autorità ungheresi, a impedire decisioni che violano la legge applicabile in materia di appalti pubblici e conflitti di interesse, e quindi ad affrontare adeguatamente i rischi di corruzione”. Tutti questi elementi”, aggiungeva l’esecutivo comunitario, “costituiscono delle violazioni dei principi dello Stato di diritto, in particolare i principi della certezza del diritto e del divieto di arbitrarietà dei poteri esecutivi, e sollevano preoccupazioni in merito alla separazione dei poteri”. Ora l’Ungheria dovrà metter fine a questo sistema, o pagare un prezzo molto alto se non riuscirà a farlo davvero.

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TagsCommissione europea fondi strutturali Lorenzo Consoli Ungheria Unione europea violazione Stato di diritto

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