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Salvador, Bukele e le bande criminali

Per contrastare il potere e la violenza delle “maras”, il giovane presidente ha impresso alla sua politica una svolta autoritaria

20 Aprile 2022 Claudio Madricardo  1703

Presidente dal 2019, Nayib Bukele ha rappresentato per El Salvador la promessa di un rinnovamento politico, che mettesse fine alle delusioni di un sistema bipolare uscito dalla fine della guerra civile, basato sull’alternanza tra la sinistra del Frente Farabundo Martí de liberación nacional (Fmln) e la destra del Partido Alianza republicana nacionalista (Arena). Favorito dalla grande insoddisfazione provocata dal secondo governo del Fmln, Bukele ha saputo presentarsi agli occhi dell’elettorato salvadoregno come un outsider, per quanto egli stesso non fosse per nulla una novità nel panorama politico del piccolo Paese centroamericano, dove fu anche responsabile delle campagne elettorali della sinistra e perfino sindaco della capitale San Salvador.

L’origine del suo successo risale alla scelta di correre per la carica presidenziale, che lo ha portato a un crescente conflitto con la dirigenza di un burocratizzato Fmln, che nel 2017 lo ha espulso. Con ciò fornendogli la patente di ribelle e di candidato antisistema. Grazie al ricorso all’uso della rete, Bukele ha potuto costruire un rapporto diretto con la gente, intesa come numero dei suoi followers, declassando ogni intermediazione propria della politica a retaggio del vecchio sistema corrotto contro il quale si è eretto a paladino. Alla fine, questa abile strategia di marketing è riuscita a proporlo come un uomo nuovo, dinamico rappresentante di quella generazione di millennials, che avrebbe finalmente archiviato la stagnante politica dell’alternanza che ha inchiodato il Salvador alla corruzione e all’immobilismo.

La sua elezione ha evidenziato il reale anelito al cambiamento dell’elettorato salvadoregno, stanco di quella bassa cucina politica che aveva portato alla paralisi economica e istituzionale, in cui imperversa e prospera la criminalità delle pandillas. La zavorra che affossa un Paese altrimenti destinato a migliore sorte dopo una guerra civile che, dal 1979 al 1992, ha provocato 75mila morti e circa 400mila rifugiati negli Stati Uniti.

Risale a quel periodo il lascito criminale della guerra civile – la nascita delle maras – di cui soffre il Salvador, che nel recente passato è stato inserito ai primi posti nelle classifiche dei Paesi più violenti al mondo. Uno degli impegni presi da Bukele, in campagna, è stato proprio quello di farla finita con la criminalità organizzata, per contrastare la quale il suo governo ha varato il Plan de control territorial, che inizialmente sembrava avere dato alcuni frutti, riducendo sensibilmente il numero di omicidi. Una parentesi, dal momento che la situazione è di nuovo precipitata a fine marzo, quando almeno 80 persone sono state assassinate, dopo che nel 2020 si era registrato un calo generale nel tasso di omicidi.

La risposta del presidente salvadoregno non si è fatta attendere. Ha convocato l’Assemblea legislativa alla quale ha chiesto di decretare lo stato di emergenza per trenta giorni, una misura che sospende alcuni diritti, tra cui quello alla difesa e quello di conoscere le imputazioni a proprio carico, oltre alla libertà di riunione e di associazione. E che consente al governo di intercettare le comunicazioni private senza un dispositivo giudiziale. Con la riforma approvata, i membri delle maras potranno essere condannati a pene dai 20 ai 40 anni di carcere, mentre per i capi le pene potranno andare dai 40 ai 45 anni di prigione, e la detenzione amministrativa passa da 72 ore a 15 giorni. Inoltre, si considerano adulti, e quindi giudicabili, i pandilleros maggiori di 12 anni, mentre sono diventate virali foto in cui bambini e donne vengono perquisiti in strada dalla polizia.

Ciò detto, si tratta di un provvedimento che va sulla scia di quanto Bukele aveva già fatto nella lotta al Covid-19, quando, grazie alla situazione di emergenza sanitaria, è riuscito a invertire i rapporti di forza con l’opposizione e ha consolidato la prassi di governare per decreti, riuscendo a ottenere prestiti internazionali, emettere buoni, e far ricorso a fondi riservati per finanziare la sua politica, in primo luogo in tema anticrimine, che gli erano stati negati dai parlamentari. Insomma, siamo in presenza di una conferma della via autoritaria intrapresa dal giovane presidente salvadoregno, che già ha suscitato la preoccupazione e le critiche a livello mondiale, a cominciare dall’amministrazione Biden e dal segretario generale dell’Onu. E che recentemente l’ha anche spinto a modificare la Costituzione, al fine di consentirsi una rielezione nel caso, assai probabile, che gliene venisse voglia una volta terminato il primo mandato.

A livello interno, la sua politica sembra pagare, dal momento che Bukele, fino a prova contraria, gode dell’appoggio incondizionato da parte della maggioranza della popolazione, informata in buona parte da una stampa allineata, fatta eccezione per alcune testate oggetto di ostilità da parte del governo. Tuttavia, una dozzina di inchieste giornalistiche, evidenze processuali in Salvador, e un processo in corso negli Stati Uniti hanno potuto far emergere una realtà fattuale ben diversa da quella ufficiale. Secondo la quale esiste un patto che Bukele avrebbe sottoscritto con le pandillas fin dal 2015, epoca in cui era sindaco della capitale, perfezionato da quando ha assunto la presidenza.

Grazie a questo patto, in cambio di condizioni migliori per i detenuti delle pandillas, la cupola avrebbe dato ordine ai 70mila pandilleros che operano in Salvador di abbassare l’asticella della violenza, mentre Bukele avrebbe fatto in modo di impedire l’estradizione negli Stati Uniti di 14 capi pandilleros. Tutto sommato, una non novità, dal momento che già in passato accordi simili sono stati fatti da politici salvadoregni di destra e di sinistra, ma che contraddice la narrazione del presidente millennial, che avrebbe dovuto mettere la parola fine alla violenza e alla corruzione. Non a caso, Bukele ha definito sprezzantemente spazzatura la tesi dell’antropologo José Martínez d’Aubuisson, massimo studioso del fenomeno delle pandillas, il quale ha spiegato al giornale online “infobae.com” che i picchi di violenza omicida si spiegano con ridiscussioni del patto, con la leadership criminale che manda dal carcere messaggi al governo attraverso i morti ammazzati.

Il governo nega l’accesso ai dati informativi sul proprio sistema carcerario, che si stima ospitare circa 40mila detenuti, una cifra che già supera di 10mila unità la sua capacità complessiva. Negli ultimi giorni, secondo quanto si apprende dai tweet del presidente, sono state arrestate altre 12mila persone: il che determina una situazione che definire esplosiva è forse un eufemismo. Da qui la preoccupazione degli organismi internazionali, che si occupano di dritti umani, i quali denunciano le misure semplicemente repressive e la mancanza di politiche sociali che tendano a contrastare il fenomeno delle pandillas. A tutto ciò, si aggiungono i critici della deriva autoritaria da tempo intrapresa dal presidente salvadoregno, e il panorama della grave situazione in cui versa il Paese è completo. Tanto più che la catena di comando della criminalità organizzata, lungi dall’essere estradata, rimane intatta. Come resta inalterata la sua capacità di continuare a dirigere l’esercizio dell’estorsione e del traffico della droga.

Tutto ciò contribuisce a mantenere caldo quel brodo di coltura in cui si immersero, a metà degli anni Novanta, i circa 4mila pandilleros deportati in Salvador dalla California, in specie da Los Angeles, dove decine di migliaia di salvadoregni si erano rifugiati per sfuggire alla guerra civile. Qui, per difendersi in un ambiente ostile, i giovani si riunirono in bande urbane, dando vita ai due gruppi maggiormente conosciuti, quelli rivali di Barrio 18 e di Mara Salvatrucha 13. Per controllare i quartieri, hanno reclutato migliaia di giovani appartenenti al sottoproletariato urbano delle periferie della megalopoli californiana, ai quali ogni altra strada era preclusa. In cambio della loro fedeltà assoluta, confermata anche dai tatuaggi identificativi delle maras che gli adepti portano su tutto il corpo, ottenevano protezione, affermandosi, in seguito, attraverso l’assassinio, i sequestri e le estorsioni: attività che hanno continuato ed esteso una volta rispediti nel loro Paese di origine. Dove hanno iniziato a controllare il territorio facendosi la guerra, arrivando a essere presenti nel 94% dei municipi che compongono El Salvador.

Con le ultime scelte politiche, Nayib Bukele cerca di rispondere alla cessazione del calo del tasso di omicidi, crollato fino a poco fa da 105 a 20 casi per ogni 100mila abitanti. Finito il tacito accordo che lo legava alle cupole delle pandillas, grazie al quale aveva potuto vantare agli occhi dell’opinione pubblica un merito che probabilmente non era suo, torna alle politiche in gran parte fallimentari dei suoi predecessori, che hanno fatto perno sulla repressione. Ma con un rischio in più per quanto lo concerne. Rappresentato dal suo progredire sulla strada dell’autoritarismo e della restrizione degli spazi democratici. In fin dei conti, e con grande probabilità, un tentativo, che prima o poi si rivelerà vano, di occultare agli occhi della gente il potere vero su cui poggiano le pandillas. Quel tessuto pluridecennale di miseria e disuguaglianza, che lui per primo non è stato in grado o, peggio, non ha voluto cambiare.

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Archiviato inAmerica latina Articoli Dossier
TagsClaudio Madricardo criminalità organizzata maras Nayib Bukele pandillas Salvador

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