“Ucraina, neppure le bombe fermano il mercato delle madri surrogate”. Così il quotidiano cattolico “Avvenire” titolava qualche giorno fa, per raccontare come tenta di sopravvivere, anche in tempo di guerra, il triste mercato del cosiddetto “utero in affitto”, in uno dei Paesi più attrezzati a sfornare bimbi per conto terzi. Il terribile conflitto esploso in queste settimane ha messo in difficoltà quella che può essere considerata come una delle più importanti attività economiche del Paese. Kiev si colloca al secondo posto tra le mete per mettere in pratica la “gravidanza per altri”, con circa 2000-2500 bambini nati ogni anno con questa modalità.

Le donne coinvolte in questo commercio – prima per la pandemia, ora per la guerra – sono costrette ad attendere, con i loro piccoli già nati, i “genitori legali”; oppure a ritirarsi per il parto in luoghi protetti, per quello che è possibile. Sono circa ottocento, le donne, tutte nascoste non solo per logica salvaguardia, ma anche perché assicurarne la vita significa garantire le aspettative di chi proviene da luoghi più ricchi, al fine di soddisfare un desiderio di maternità o paternità, si tratti di etero o omosessuali. Tutto questo ovviamente in cambio di denaro, ben accolto da chi vive in situazioni economiche difficili, se non di povertà. Sono oltre duemila, attualmente, le coppie straniere che hanno congelato embrioni nelle trentatré cliniche che offrono servizi di “gravidanza per altri”.

Un altro aspetto drammatico che la guerra ha messo ancor più in evidenza è, come dicevamo, il commercio che fa da supporto a questa prassi. Secondo la prestigiosa testata statunitense,“The Atlantic”, citata dal giornale diretto da Marco Tarquinio, molte donne subirebbero le pressioni dei committenti, i quali le vorrebbero in salvo fuori dall’Ucraina per avere la certezza di ottenere questo figlio o figlia. Ma queste poverette, che hanno comunque una loro famiglia, non se la sentono di partire e lasciare in una situazione di guerra i propri parenti, con il rischio di non rivederli. In Ucraina ci sono cliniche, divenute famose in tutto il mondo, per dare supporto alla maternità surrogata. Una di queste è la BiotexCom, che ha collocato mamme e bimbi in un bunker, un luogo rassicurante per gli acquirenti, reso noto attraverso un video. Un capitale, nel vero senso della parola, da preservare a tutti i costi, una sorta di banca in cui, al posto dei soldi, ci sono persone.

Ovviamente la guerra rende difficile, se non impossibile, espletare tutte le pratiche burocratiche del caso, tanto che un gruppo di cittadini cinesi è stato fermato al confine con la Romania, con tanto di bimbi ucraini al seguito, ma senza alcun documento. Oltre all’Ucraina, gli Stati dove questa prassi è consentita sono: la Russia, la Georgia, la Tailandia, l’India e alcuni Stati nordamericani. Il costo dell’intera operazione non è alla portata di tutti, perché può variare dai ventimila euro fino a cinquantamila a seconda delle situazioni.

A riguardo, esistono online veri e propri preventivi realizzati dalle cliniche ucraine. Una di queste, la Rodynne Dzherelo, propone il “programma di maternità surrogata ‘Premura’”, con allegato un preventivo di spese.“Embrioni propri crioconservati più madre surrogata a 36.000 euro”, dei quali solo l’1 o il 2% finiscono nelle tasche della donna che aderisce al progetto. Un vero e proprio catalogo in cui, accanto alle cifre, ci sono belle immagini di genitori con neonati che da embrioni sono diventati dei bambini, ma nel ventre di una donna sconosciuta.

In Europa, sia pure con delle differenze tra Paese e Paese, la pratica è vietata. È il caso della Spagna, dell’Italia, della Francia, della Germania, della Danimarca, dell’Ungheria e della Grecia. In Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Repubblica ceca “non esiste una legislazione che riconosca la maternità surrogata, e quindi – spiega Families Through Surrogacy – non c’è modo di trasferire la paternità ai genitori committenti”. Nel Regno unito questa è legale, ma limitata ai cittadini britannici e consentita solo a titolo gratuito, una modalità detta “maternità surrogata altruistica”. Ed è proprio questa una delle strade che si cerca, surrettiziamente, di percorrere là dove l’“utero in affitto” è vietato. Ma il confine tra la modalità “solidale”, che prevede comunque un rimborso spese, e quella “convenzionale”, ovvero a pagamento, è sottile e difficilmente verificabile.

Per Daniela Danna, sociologa, esponente di spicco del movimento femminista “non c’è differenza tra maternità surrogata commerciale e altruistica: c’è sempre un compenso per la donna che rinuncia al legame col figlio che ha portato in grembo per nove mesi. Altruistica – continua la ricercatrice –è l’etichetta che fa funzionare meglio l’istituto giuridico della compravendita di un neonato commissionato in contesti dove è meno accettata la retribuzione per tale compravendita. Sono queste le parole corrette per descrivere quello che, indorando la pillola, chiamano ‘gestazione per altri’: è la compravendita di un essere umano procreato a questo scopo. Questo è il motivo per cui le madri, che chiamano ‘portatrici’ per ingannare, non possono praticamente mai recedere dal patto e continuare a essere madri del loro neonato, ma se ne devono forzatamente separare”.

In Italia, il mondo della cultura e della politica è diviso sul tema. Da un lato, come si evince da quanto abbiamo scritto, ci sono cattolici e destre varie assolutamente contro la “gravidanza per altri”, mentre il fronte progressista, sia pure con una maggioranza contraria, non ha la stessa compattezza. Così troviamo incredibilmente d’accordo Marina Casini,presidente nazionale del Movimento per la vita, per la quale, la maternità surrogata è “una cosificazione della vita umana sin dal suo venire all’esistenza, una progettazione dei figli come beni di consumo da fabbricare su ordinazione”, con Stefano Fassina, deputato del gruppo parlamentare di Liberi e uguali, che non considera “un figlio un diritto”, e ritiene “insostenibile la pratica della maternità surrogata”. La sinistra – aggiunge l’esponente politico – dovrebbe spontaneamente “avere a cuore la tutela dei più deboli come le donne pagate o sottopagate per fare figli per altri, e bambini destinati a essere orfani di madri vive”.

Inoltre, nel 2015, 178 persone firmarono un documento contro l’utero in affitto: tra queste, Dacia Maraini, Stefania Sandrelli, Livia Turco, Cristina Comencini, Dorina Bianchi, Claudia Gerini, Ricky Tognazzi, Giuseppe Vacca, Claudio Amendola, Giulio Scarpati, e altri. Lo stesso mondo Lgbtq è diviso: se un suo esponente, come Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay, sostiene che “avere un figlio non può essere un diritto”, a favore della “maternità solidale” si sono invece espressi parlamentari di Azione, ex 5 Stelle, radicali – più Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana – che hanno presentato un disegno di legge lo scorso anno.

A rendere ancora più chiara la natura classista della “gravidanza per altri”, c’è la testimonianza del dottor Vicken Sahakian, della Pacific Fertility Center di Los Angeles, una delle cliniche più amate dalle star di Hollywood. In un’intervista rilasciata al quotidiano britannico “The Guardian”, il medico ha ammesso che, a ricorrere all’“utero in affitto”, “sarebbero soprattutto modelle, attrici, cantanti e in generale persone abbienti che desiderano un figlio, ma senza avere le scocciature del parto e della gravidanza. Senza contare – ha aggiunto – che i loro impegni lavorativi non sarebbero messi a rischio dalla gravidanza”.

È evidente che questo imbarbarimento della maternità si inserisce in un contesto in cui, più che mai, come avrebbe detto John Locke, la proprietà privata si coniuga con la libertà individuale; ma – aggiungiamo noi – senza nessun contrappeso che prenda in considerazione i diritti dei più deboli. Che in questo caso sono donne vittime della povertà – e bambini trasformati in merce da offrire al miglior offerente.