Per il presidente russo, decisamente, la storia è un incubo da cui non riesce a destarsi. È sufficiente scorrere le righe del suo discorso in televisione, con cui ha giustificato l’invasione di uno Stato sovrano, per rendersene conto. Furono i bolscevichi ad avere reso l’Ucraina, con cui la Russia avrebbe “legami di sangue”, un’entità indipendente. Lenin – contro il parere di Stalin, che era per la concessione di una semplice autonomia nell’ambito di un potere statale centrale – si spinse oltre e puntò a un federalismo vero e proprio. Peggio ancora: nel 1918 Lenin accettò “le condizioni umilianti” di una pace separata con la Germania, il trattato di Brest-Litovsk, perché i bolscevichi avevano l’unico obiettivo di mantenersi al potere “a qualsiasi prezzo”. (Tra parentesi, quello della pace immediata era invece un punto caratterizzante del programma bolscevico). Infine, nel 1989, il Pcus di Gorbaciov – con un documento del suo comitato centrale, che Putin definisce “fatale” – dà via libera allo smembramento dell’Unione Sovietica, deliberando che le repubbliche federate sono Stati sovrani con il potere di “contestare e sospendere le risoluzioni e i regolamenti del governo federale sul proprio territorio”.

Il paradosso storico entro cui Putin si colloca è quello dell’autodissoluzione di un sistema. È un dato di fatto che, dagli anni Ottanta in poi, l’Unione Sovietica non ce l’ha fatta proprio più a reggere. Il “crollo” non fu dovuto all’Occidente, ma alla situazione interna del Paese; e ad arrivare allo scioglimento dell’Unione fu Eltsin, l’ex mentore di Putin. Ora, fabbricarsi una storia a proprio uso e consumo si può: ci si può rifare agli zar, vituperare Lenin, apprezzare di più Stalin, soprattutto per come condusse la “grande guerra patriottica” contro il nazismo; ma quando si lancia un’offensiva su larga scala contro un’Ucraina che andrebbe “denazificata” (come ha detto Putin nell’ultima allocuzione televisiva) non siamo più sul piano della propaganda, bensì su quello di una paranoia che diviene feroce volontà di aggressione.

La guerra è fatta sempre di paradossi, a ogni suo livello, e quello della comunicazione è certamente il primo. Che si attribuisca al governo legittimo dell’Ucraina – diretto da un Grillo passato alla politica – un che di nazista e genocida (per ciò che accadrebbe nel Donbass) è qualcosa che farebbe sorridere, se non fosse il tentativo di travestire da difensiva una guerra che è soltanto di aggressione.

L’obiettivo appare ormai quello di occupare per intero il territorio ucraino, sostituendo agli attuali dirigenti un governo “amico”. È una logica priva di senso comune – quindi del tutto paradossale –, perché, anche se la presa di Kiev riuscisse in breve tempo, si dovrebbe poi fare i conti quasi certamente con una guerriglia interna, sostenuta dalla Nato e dall’Occidente, un po’ come accadde in Afghanistan al tempo dell’invasione sovietica di quel Paese, a partire dal 1979 e per dieci lunghi anni. È questa una prospettiva autodistruttiva anzitutto per la Russia stessa. Anche senza considerare il rischio di una guerra mondiale.

Una serie di decisioni e di azioni che si concatenano sfugge di mano piuttosto facilmente al decisore primo. Tutte le guerre lo insegnano. Non c’è mai la “guerra lampo” davvero risolutiva. Nel 1970 uscì un film, tratto da un romanzo intitolato Comma 22. Fu molto istruttivo per comprendere la guerra e i numerosi paradossi che l’accompagnano. La follia bellicista può essere simbolizzata e riassunta secondo questo “comma” di un immaginario regolamento militare: “Chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo (sottinteso, per andare a bombardare), ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo (e quindi può andare a bombardare)”.

Se Putin e la sua cerchia fossero consapevoli dei circoli viziosi in cui vanno avvolgendosi, probabilmente si fermerebbero. Ma se potessero rendersi conto del cul de sac in cui si stanno infilando, non sarebbero quei paranoici che dimostrano di essere.