Da un lato il Partito democratico, legato mani e piedi all’establishment, più draghiano di Draghi, sempre attento a bilanciare “qualcosa di sinistra” con “qualcosa di destra”; dall’altro, una galassia che per comodità chiameremo “radicale”, variegata e confusa, fatta da chi ha deciso di partecipare alle “agorà” organizzate dal segretario del Nazareno, Enrico Letta, oppure da quelli che vorrebbero definire e organizzare un’area più oppositiva. Senza dimenticare la presenza dei verdi di Angelo Bonelli, i cui consensi non sono più scarsi di quelli di Articolo uno o di Sinistra italiana. Anzi. I sondaggi registrano qualcosa di più. Il tutto – ambientalisti a parte – eredità del gruppo parlamentare di Leu, il cartello elettorale presentatosi alle elezioni del 2018, che di fatto non esiste più e del quale sono rimasti solo pochi parlamentari tra loro divisi. Senza contare tutti i vari cespugli più o meno eredi di Rifondazione comunista, ancora esistente, che del Pd non vogliono sapere, ma al contempo sono incapaci di unirsi creando qualcosa di credibile che al momento del voto sia capace di andare oltre le percentuali da prefisso telefonico.

È questo il quadro, tutt’altro che esaltante, che l’elettore di sinistra rischia di ritrovarsi alle prossime elezioni politiche del 2023, sempre che non si vada a votare prima a causa della complicata situazione istituzionale legata all’elezione del presidente della Repubblica. La creatura di Walter Veltroni, fondata nel 2007 unendo “a freddo” i Democratici di sinistra e la “Margherita”, dopo nove segretari che si sono succeduti in questi quattordici anni, non è ancora riuscita a trovare pace; e soprattutto è ben lontana dal rappresentare quel mondo del lavoro, come da tempo auspica con grande preoccupazione il segretario della Cgil Maurizio Landini. Di quel partito di cui in qualche modo il Pd vorrebbe raccoglierne l’eredità, cioè il Pci che appunto nei lavoratori aveva il principale punto di riferimento, non è infatti rimasto praticamente nulla. Ma neanche – si può aggiungere – della migliore tradizione cattolica, se è vero che, accanto a personaggi di grande valore come lo scomparso David Sassoli e l’ex ministra ed ex presidente del partito Rosi Bindi, quel mondo è riuscito a partorire uno dei protagonisti peggiori della politica italiana come Matteo Renzi.

Enrico Letta è ben consapevole di questa assoluta mancanza di identità del partito che si è trovato a dirigere. Per questo, l’ex docente a Parigi ha voluto dare vita alle “agorà” democratiche. Una sfida del partito per “far entrare popolo e ossigeno e passare dal controllo all’ascolto e al dialogo”.A questa iniziativa partecipa anche il leader del movimento delle Sardine, o di ciò che ne resta, nonché consigliere comunale a Bologna, Mattia Santori: esponente di una realtà che aveva proprio come obiettivo quello di spingere a sinistra il Nazareno, ma che ora sembra ridotta al lumicino.

E poi Articolo uno di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, ancora indecisi sul da farsi, visto che alcuni, con tutta evidenza, vorrebbero tornare alla casa madre e altri, invece, dare vita a un nuovo quanto improbabile soggetto politico, vista la sproporzione delle forze in campo (il Pd è dato al 22% mentre Art. 1 al 2). Basterà questo tentativo, certamente ammirevole, a scuotere dal sonno un partito senz’anima, incapace di prendere una posizione netta su qualsiasi tema e che si è ben guardato dal sostenere lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil sulla manovra di bilancio? E soprattutto a guarire da una malattia che viene da lontano, e non può certo essere limitata al renzismo?

Allo stato attuale delle cose, superare la crisi di una parte politica che non a caso coincide con la drammatica crisi della democrazia, appare un’impresa ardua, con tutto ciò che ne consegue in termini di capacità di ostacolare l’aggressività ormai trentennale della destra prima berlusconiana e ora xenofoba e neofascista. Come abbiamo accennato, fuori da questo steccato, c’è un’indefinita piccola galassia – tra cui anche Articolo uno che ha sostenuto il governo Conte 2 – che si è divisa sul sostegno a Draghi, con Sinistra italiana collocata in solitudine all’opposizione.

Nato dalle ceneri di Sinistra, ecologia e libertà, il partitino di Fratoianni non ha certo avuto vita facile fin dal suo inizio. Dall’ambizione, come si evince dal nome, di rappresentare appunto la sinistra di casa nostra, si è ritrovato a subire – caso unico nella storia della sinistra – una scissione che potremmo chiamare scherzosamente “preventiva”, maturata prima del congresso di fondazione a Rimini, nel 2017, quando alcuni dirigenti uscirono attratti dalle sirene di D’Alema. Ora, sia pure in termini diversi, la storia si ripete. Mentre in previsione delle prossime elezioni Sinistra italiana ha aperto un dialogo con Europa verde di Bonelli, si è verificata un’ulteriore uscita di ceto politico sostanzialmente favorevole a Draghi. A cominciare dalla senatrice Loredana De Petris che, fin da subito, si era espressa contro la linea del partito, fino all’ex deputato Paolo Cento e ad altri dirigenti che ritengono esaurita l’esperienza di Sinistra italiana. Il loro punto di riferimento è ora quell’area che potremmo definire ibrida, fatta di volti nuovi. Tra i tanti, la vicepresidente dell’Emilia Romagna Elly Schlein e la vicesindaca di Bologna Emily Clancy.

Non è chiaro quale sia l’obiettivo di quest’area politica emergente, attenta in ogni caso alle “agorà” lettiane. Entrare nel Pd o creare un altro partitino contando sulla novità delle persone coinvolte? Apparentemente nessuna delle due ipotesi sembrerebbe essere stata presa in considerazione, lasciando dunque indefinito il futuro di questo progetto. È utile ricordare che questo personale politico che abbiamo citato non ha dietro di sé un movimento che preme per sostenere una decisione piuttosto che un’altra. A parte i sindacati, nessuno a sinistra riesce più a mobilitare le piazze: è già molto che il Pd sia riuscito a vincere le recenti amministrative grazie anche all’impresentabilità dei candidati della destra, e a fronte di un’astensione che ha coinvolto metà dell’elettorato. Vedremo se, in questo poco più di un anno che ci separa dall’appuntamento elettorale, i soggetti in campo riusciranno a trovare la quadra per opporsi a una destra aggressiva rinnovando anche l’alleanza con i 5 Stelle di Conte. Un loro fallimento sarebbe una catastrofe ulteriore per la democrazia italiana, che rischierebbe di finire nelle mani di una destra impresentabile o, ancora una volta, in quelle dei soliti tecnici ormai abituati a governare il Belpaese.