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L’annus horribilis dell’Arma/2

“Carriere solo per i ‘predestinati’, la formazione lontana dal territorio”, l’opinione di due ufficiali cresciuti con la divisa

1 Marzo 2021 Stefania Limiti  1624

Cosa accade nell’Arma? Ci siamo posti questa domanda a fronte di tanti e ripetuti fatti di cronaca giudiziaria o di nera che hanno coinvolto la Benemerita, istituzione che svolge un fondamentale presidio di sicurezza nel nostro Paese e che nei giorni scorsi ha pianto un suo uomo, Vincenzo Iacovacci, barbaramente assassinato in Congo insieme all’ambasciatore Luca Attanasio.

Abbiamo perciò raccolto alcune ‘voci di dentro’ per comprendere meglio la vita interna di questo enorme organismo dello Stato. Abbiamo già avuto il privilegio di ospitare (qui l’articolo precedente sul tema uscito su terzogiornale) il colonnello Domenico Di Petrillo che ci ha rivelato in anteprima l’imminente novità di un nuovo Regolamento generale dell’Arma che dovrebbe rispondere all’esigenza fondamentale di spezzare una catena malefica di episodi non onorevoli.

Continuiamo la nostra riflessione attraverso le valutazioni di due ufficiali di cui conosciamo curricula e prestigio ma che ci chiedono di tutelare la loro riservatezza, un impegno che noi onoreremo. Naturalmente questo può lasciare perplesso il lettore a cui chiediamo, tuttavia, di comprendere la circostanza e riversare la sua fiducia nella redazione di terzogiornale. Si tratta di due ufficiali estranei l’uno all’altro che operano da tempo in comandi del Centro Italia, prossimi all’età pensionabile, e che per semplicità chiameremo colonnello 1 e colonnello 2.

Anche loro, come il colonnello Di Petrillo, e probabilmente come chiunque altro sentissimo all’interno, tengono a sottolineare con forza che i casi di “appartenenti infedeli all’Arma, accaduti con preoccupante frequenza in questo ultimo anno”, sono espressione di una crisi generale che affligge le nostre società, “l’Arma non è un’isola felice, separata dal resto del mondo e lontana dagli uomini e dalle donne che la compongono, siamo figli di questa società”. E fin qui ci siamo, ma stando all’Arma entrambi i nostri due interlocutori sottolineano l’enorme problema di formazione e delle carriere protette: sembra davvero di sentire parlare di qualcosa che riguarda un tempo passato.

“C’è senz’altro una profonda crisi della leadership”, dice colonnello 1, il quale ricorda “il poco elegante ma efficace adagio: ‘il pesce puzza sempre dalla testa’. Per decenni purtroppo le carriere degli ufficiali sono state organizzate in modo tale da garantire fulminanti e prestigiosi passi in avanti solo a pochi predestinati ai quali, in genere, sono risparmiate prolungate permanenze in incarichi e luoghi particolarmente sensibili sotto il profilo della polizia giudiziaria, dell’ordine e della sicurezza pubblica”. La questione ci pare in effetti di grande rilevanza. Dunque, ci spieghi meglio, ci sono carriere che vengono ‘protette’? “Sì è proprio così, situazioni che spesso provocano inciampi e rischi per la carriera vengono evitate. In genere gli ufficiali generali di vertice non provengono dalla ‘gavetta’. Per essere ancora più chiari gli ufficiali provenienti dai brigadieri e dai marescialli avevano un ritardo medio delle carriere di quattro anni rispetto ai colleghi provenienti dall’Accademia di Modena, anche negli stessi incarichi.  Inoltre gli era precluso il grado di generale. Fino a pochi anni fa questa era la regola, ora i ruoli sono unificati ma resta quella tendenza. Il che è indicativo dello scarso gradimento dell’istituzione per i comandanti provenienti dai bassi ranghi, ancorché capaci ed esperti”.

E la catena di comando funziona? “Ecco, un altro fattore negativo è proprio il progressivo distacco dei vertici dal resto del personale e l’allentamento dei vincoli disciplinari, una volta eccessivamente duri e in molti casi non rispettosi della dignità dei singoli, ed ora all’inverso, eccessivamente blandi e subordinati ad una normativa farraginosa e bizantina, tutti elementi che hanno prodotto una inadeguata capacità di controllo della catena di comando sul personale”. E non crede che sia stata negativa la novità introdotta nel 2004 che ha aperto le porte agli interni per il vertice dell’Arma? “Guardi, sinceramente credo che sia poco influente il fatto che il Comandante Generale provenga dai ranghi dell’Arma o dall’esterno. In ogni caso tornare al passato non risolverebbe il problema”, chiosa con sicurezza colonnello 1 che ci ha offerto interessanti, ma anche inquietanti, spunti di riflessione che si incrociano perfettamente con quelli di colonnello 2. Questi, infatti, insiste molto sulle carenze della formazione che viene realizzata senza nessuna esperienza territoriale. “La formazione dovrebbe consistere nel travaso delle conoscenze, se non si è stati sul territorio cosa viene insegnato?”.

E per quanto riguarda la qualità dei docenti? “In generale nelle scuole vengono mandati tutti coloro che per un motivo o l’altro sono ritenuti un ‘problema’: se hai un provvedimento disciplinare in corso, o qualche altra questione aperta, vai in una scuola dove non puoi far ‘danno’. Ovviamente non è così, il danno c’è, eccome. Oppure, ti sei fatto qualche anno in un qualche ufficio della pubblica amministrazione? Quando rientri ti mando in una scuola, così si evitano contatti troppo diretti con il lavoro operativo, sul campo. Infine, e non ultimo, c’è una vecchia e irrisolta questione: la casta. Nel senso che esistono cerchie protette che hanno davanti a sé una carriera assicurata”.

Eccoci qui, di nuovo alla questione dei predestinati. Sta dicendo che nell’Arma esiste una questione di classe? “Certamente è così. Nel nostro linguaggio usiamo parlare di comandi provinciali di fascia A, B e C: le prime sono quelle dove arrivano ufficiali destinati a scalare le vette, nell’ultima fascia arriva chi non va oltre il grado di colonnello, senza nessuna opportunità di fare carriera. Poi ci sono le cordate”. Cosa intende? “Chi ha una propria cordata segue binari protetti. I vertici hanno sempre le loro cordate, quelle gli danno forza, non l’esperienza maturata. Spesso sento di mega promozioni ad ufficiali che sono stati ben tranquilli nei loro uffici per tutta la loro vita lavorativa!”. Quando il comandante generale proveniva dall’Esercito, prima del 2004, era più facile contenere la loro prepotenza? “Sì, io credo che quella norma sia stata una sciagura per l’Arma”.

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TagsCarabinieri casta Domenico Di Petrillo formazione inchiesta Stefania Limiti ufficiali

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