La recente assegnazione del Nobel per la pace a Navi Pillay, già giudice della Corte penale internazionale, che ha accusato di genocidio il governo israeliano per la sua condotta a Gaza, è stata salutata con entusiasmo da molti, ma violentemente stigmatizzata da altri, primi fra tutti Donald Trump e l’attuale governo israeliano, il cui ministro degli esteri, Gideon Sa’ar, ha commentato, tramite un suo portavoce: “Probabilmente Joseph Goebbels sta applaudendo dall’inferno”. A proposito di quest’ultimo commento, riportiamo di seguito parti di un articolo il cui autore e la cui sede di pubblicazione saranno indicati al termine della citazione.
“Quando si tratta di propaganda ignobile, Goebbels e Sa’ar hanno molto in comune, nonostante tutte le differenze. […] Nel 1936, Adolf Hitler e Goebbels presero di mira un altro premio Nobel per la pace, il giornalista e pacifista tedesco Carl von Ossietzky, che aveva ricevuto il riconoscimento nel 1935 ed era stato posto in stato di detenzione. […] Hitler e Goebbels sostennero che dietro la decisione di assegnare il premio a Ossietzky ci fossero gli ebrei. Novant’anni dopo, Israele sostiene che dietro la scelta di Pillay come vincitrice ci siano degli antisemiti. […] No, Sa’ar, Goebbels non sta applaudendo. Si sta rivoltando nella tomba nel vedere che una donna come la Pillay […] ha ricevuto il premio. Se Goebbels ha un motivo per applaudire, è nel vedere cosa è accaduto al Paese nato dalle ceneri dell’Olocausto. Dall’inferno, Goebbels applaude i responsabili di genocidi in tutto il mondo, in particolare di quello a Gaza, perpetrato dai discendenti delle sue vittime. […] Sa’ar sminuisce anche l’Olocausto. Israele, che è giustamente scioccato da qualsiasi paragone tra le proprie azioni e l’Olocausto, osa considerare un combattente per la giustizia come un beniamino dei nazisti. […] Ma il problema è molto più profondo e più ampio. […] Per Israele, il genocidio che ha perpetrato è colpa dell’antisemitismo e del mondo, non sua. […] Finché Israele non sarà disposto a guardare a ciò che ha provocato e ad ammettere, almeno in parte, i propri crimini, non cambierà mai. Finché continuerà a condannare in modo irrispettoso – come ha fatto Sa’ar – chiunque lo critichi, verrà ostracizzato”.
L’autore dell’articolo (vedi qui), uscito sull’edizione inglese del quotidiano “Haaretz” del 10 ottobre scorso, non è un fanatico “pro-Pal”, ma il giornalista israeliano Gideon Levy. Naturalmente, si può dissentire da quanto scrive. Del resto, l’articolo è apparso nella sezione di “Haaretz” intitolata “Opinioni”, in cui, tra l’altro, pochi giorni dopo (19 ottobre) è uscita un’intervista con un palestinese di Gaza, ora negli Usa, Ahmed Fouad Alkhatib, che sostiene che l’accusa di genocidio mossa contro Israele non è provata (vedi qui). Certamente, “Haaretz” non è un giornale molto amato dalla maggioranza degli israeliani: una giornalista italo-israeliana, l’ineffabile Fiamma Nirenstein, corrispondente per “Il Giornale” e spesso gradita ospite dei media italiani, l’ha definito “qualcosa di simile a ‘il manifesto’”. Chissà cosa voleva dire: che ha pochi lettori? Che è un pericoloso foglio comunista? Certo, il paragone le bastava per non prendere in considerazione alcune affermazioni di “Haaretz”, che contraddicevano il suo principio base “ogni israeliano è un santo e un eroe, ogni palestinese è un diavolo e un vigliacco”.
Comunque stiano le cose, è un dato di fatto che l’articolo di Levy pone sullo stesso piano il comportamento dei nazisti e quello di Israele, sia dal punto di vista della propaganda che delle azioni: come Hitler e Goebbels sostenevano che l’assegnazione del Nobel per la pace 1936 a un oppositore del nazismo era dovuta a un complotto ebraico, così il governo di Israele afferma che quello del 2026 è stato assegnato alla giurista sudafricana per la propaganda degli “antisemiti”; e, come gli ebrei sono state vittime dell’Olocausto, così i loro discendenti hanno perpetrato il genocidio a Gaza (termine che, come si vede, l’autore non ha alcuna esitazione a usare). Gideon Levy ha potuto pubblicare il suo articolo in Israele, presumibilmente senza problemi legali. In Italia, invece, se dovesse essere approvato anche dalla Camera il disegno di legge “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo” (vedi qui), già approvato dal Senato nel marzo scorso, l’autore di un articolo simile potrebbe avere qualche problema.
Tale disegno di legge, infatti, adotta come riferimento la definizione di antisemitismo dell’Ihra (l’acronimo inglese di “Associazione internazionale per la memoria dell’Olocausto”), definizione che, in sé, è alquanto generica (“l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, verbali e fisiche, sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso le istituzioni comunitarie ebraiche e i luoghi di culto ebraici”), ma che è illustrata con vari esempi, almeno uno dei quali si può immediatamente applicare all’articolo di Levy: è giudicato un atto di antisemitismo “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”. Il testo in discussione non prevede sanzioni penali: quindi, se qualcuno scrivesse o sostenesse cose analoghe a quelle di Gideon Levy, non correrebbe il rischio di essere multato, o, peggio, arrestato. Tuttavia, potrebbe incorrere in qualche forma di censura, abbastanza pericolosa nel caso si trattasse di un docente universitario: infatti l’articolo 3, lettera d, prevede che le università adottino “misure di prevenzione, monitoraggio e contrasto degli atti antisemiti”. Quindi, un docente o un ricercatore giudicato colpevole di antisemitismo per avere scritto, o detto, che Joseph Goebbels applaudirebbe gli attuali governanti di Israele, potrebbe essere impossibilitato a richiedere fondi di ricerca, oppure subire un provvedimento disciplinare, o entrambe le cose. Più in generale, c’è il rischio che far passare per legge la definizione Ihra, con le relative esemplificazioni, ne escluda altre, come, per esempio, quella della cosiddetta Dichiarazione di Gerusalemme, proposta nel 2021 da un gruppo internazionale di studiosi, esperti di storia dell’Olocausto, di studi ebraici e di studi sul Medio Oriente (ne sono riportati stralci proprio nel dossier curato dal Servizio studi della Camera dei Deputati a proposito del disegno di legge di cui stiamo parlando: vedi qui).
La Dichiarazione di Gerusalemme, a proposito di Israele e Palestina, distingue tra “esempi che, a ben vedere, sono antisemiti” ed “esempi che, a ben vedere, non sono antisemiti (che si approvi o meno l’opinione o l’azione considerata)”. Un esempio del primo tipo è “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili per la condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele”; un altro, “richiedere alle persone, perché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, in una riunione politica)”. Un esempio del secondo tipo è “criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o schierarsi a favore di un qualche tipo di accordo costituzionale per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere intese che accordino piena uguaglianza a tutti gli abitanti ‘tra il fiume e il mare’, sia che ciò avvenga con due Stati, con uno Stato binazionale, con uno Stato democratico unitario, con uno Stato federale o in qualsiasi altra forma”. Questo esempio appare particolarmente significativo: parlare infatti di “Stato binazionale”, infatti, implica che Israele rinunci a definirsi “Stato ebraico”, com’è attualmente. Ora, non è infrequente che chi sostiene una simile posizione (giusta o sbagliata che sia, ma si tratta di opinioni) sia tacciato ipso facto di antisemitismo.
Il problema del disegno di legge, attualmente in discussione, non sta dunque nell’accettazione del suo principio ispiratore, universalmente condivisibile e sul quale Liliana Segre ha invitato tutti i partiti a convergere, ma nel modo in cui è esplicitato, cioè il basarsi sulla definizione Ihra. La sua trasformazione in legge può perciò costituire una seria limitazione della libertà di espressione. Purtroppo, a favore si sono dichiarati non solo i partiti dell’attuale maggioranza governativa, ma anche alcune sedicenti opposizioni (Azione, Italia viva) e vari esponenti Pd (gli immancabili Del Rio, Fassino e altri). Il Pd, che inizialmente sembrava orientato per il no, almeno stando a quanto diceva Elly Schlein, ora sembra avere qualche incertezza. Avs e 5 Stelle, invece, sono decisamente contrari. Sarebbe opportuno che il Pd mettesse da parte le sue incertezze, anche se questo dovesse comportare l’uscita dalle sue file di alcuni personaggi come quelli sopra elencati. Non sarebbe una gran perdita, anche e soprattutto in termini elettorali: l’indignazione nei confronti di Israele per il suo comportamento a Gaza, da tre anni a questa parte, è molto diffusa, soprattutto tra i giovani, tra i quali il Pd potrebbe probabilmente recuperare molti voti. Questo non succederebbe se la sua posizione su un argomento così scottante rimanesse, come in tanti altri casi, oscillante, o apparisse tale.
Ma soprattutto c’è una frase di Gideon Levy che vale la pena di essere attentamente meditata: “Finché [Israele] continuerà a condannare in modo irrispettoso – come ha fatto Sa’ar – chiunque lo critichi, verrà ostracizzato”. È proprio quello che sta accadendo in molti Paesi occidentali, dove ampie fasce dell’opinione pubblica, un tempo largamente favorevoli a Israele, ora stanno mutando opinione.
In conclusione: recepire per legge la definizione Ihra di antisemitismo, con le relative esemplificazioni, rende illegittime la maggior parte delle critiche a Israele, non nel merito ma per principio. Nel caso di Gaza, questo implica che l’accusa di genocidio non deve essere provata (com’è ovvio), ma che semplicemente non può essere mossa, perché questo significherebbe porre Israele e i nazisti sullo stesso piano. In questo modo, soprattutto tra i più disinformati, si può creare l’impressione che Israele e gli ebrei di tutto il mondo godano di una sorta di trattamento di favore, alimentando l’antisemitismo, anziché combatterlo.







