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Home » Editoriale » Legge elettorale, verso un nuovo “porcellum”

Legge elettorale, verso un nuovo “porcellum”

26 Febbraio 2026 Paolo Barbieri  888

Nel ristretto (ma tutt’altro che esclusivo) club dei cronisti parlamentari torna a galla ciclicamente, da varie legislature, una frase fatidica: settimana decisiva per la legge elettorale. A furia di infilarla nelle cronache e nei commenti per settimane, mesi e anni, è diventata una gag, un tormentone. Riunioni, tavoli, vertici, confronti troppo spesso hanno prodotto questa previsione, regolarmente tradita nei fatti, dell’imminente conclusione di un’intesa su questa delicata materia. Sarebbe tuttavia sbagliato lasciarsi trascinare dallo scetticismo di fronte all’evidenza di un’accelerazione delle forze di destra in direzione di una riforma complessiva del sistema elettorale. La legge, con ogni probabilità, vedrà la luce e, com’è ormai costume nella democrazia a bassa intensità della cosiddetta seconda Repubblica, i partiti di opposizione saranno ridotti al rango di osservatori vocianti ma con poca o nulla voce in capitolo. A sgombrare il campo da eventuali dubbi, dovrebbe bastare il timbro apposto all’iniziativa da Luca Ciriani, ministro meloniano per i Rapporti con il parlamento, che ha rivendicato apertamente l’idea, naturalmente connessa alla parola magica della “stabilità” (mantra a lungo recitato anche da intellettuali e dirigenti politici del cosiddetto centrosinistra, molti dei quali hanno fatto danni che si pagano nei decenni): “Se c’è una coalizione che ha raggiunto il 40% – ha spiegato Ciriani – ha un premio per garantire che chiunque vinca avrà una maggioranza certa per governare cinque anni. Avviene nelle regioni, nei comuni, è un principio di buon senso e non scandalizza nessuno”.

È dunque il 40% la soglia critica da raggiungere per “stabilizzare” l’egemonia delle destre sul sistema politico italiano. La soglia minima, per l’assegnazione del premio in seggi alla Camera e al Senato, è resa necessaria dalle pronunce della Corte costituzionale, che a suo tempo ha stroncato la “manifesta irragionevolezza” delle norme che prevedano l’attribuzione dei premi di maggioranza “senza la previsione di alcuna soglia minima di voti e/o di seggi”, come accadeva con la legge Calderoli del 2005, meglio nota come “porcellum”, essendo stata definita “una porcata” dal suo stesso autore. Il 40% non è un numero fatto a caso: per comprenderlo, basta ripercorrere i risultati delle ultime tornate di elezioni politiche nazionali. Fatta eccezione per i casi del 2013 con l’inatteso primo exploit dei 5 Stelle, e con la spaccatura a destra che portò Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini all’alleanza con Mario Monti, e del 2018, con l’esplosione dei consensi alla creatura politica di Beppe Grillo, l’alleanza di “centrodestra” di norma supera agevolmente quella soglia. Perfino quando perse di un’incollatura di fronte alla rabberciata Unione di Romano Prodi, il centrodestra sfiorò il 50%.

È pur vero che la coalizione fondata da Silvio Berlusconi, un tempo imperniata su Forza Italia e oggi trasformata in “destra-centro”, essendo largamente egemonizzata da Fratelli d’Italia, deve fare i conti con un problema nuovo al suo interno: la scissione leghista guidata da Roberto Vannacci (vedi qui); ma se le prime indicazioni dei sondaggi dovessero essere confermate, dato che Futuro nazionale è stimato attorno al 3%, e sottrae consensi quasi esclusivamente alla Lega, Giorgia Meloni potrà gestirlo senza troppi affanni. Del resto, che il 40% dei voti sia considerato a destra una specie di minimo garantito per la coalizione, è confermato anche dall’iter parlamentare del disegno di legge sui ballottaggi, che punta a cancellare il doppio turno (appunto al raggiungimento della soglia del 40% da parte del candidato sindaco più votato) nei comuni con più di quindicimila abitanti. Presentato al Senato con le firme dei capigruppo di maggioranza, tranquillamente licenziato dalla commissione competente, approderà in aula senza troppi scossoni ad aprile. Un altro tassello del puzzle che aveva iniziato a delinearsi già nel corso del 2025 (come avevamo annotato qui).

Ma non c’è solo il premio di maggioranza (e una qualche forma di indicazione preventiva del capo della coalizione, altra norma indigesta per i progressisti) nello schema di riforma elettorale della maggioranza meloniana: la mossa chiave è certamente l’abolizione dei collegi uninominali. Meccanismo che peraltro, slegato dal voto disgiunto in base alle norme elettorali attualmente vigenti del “rosatellum” (un “porcellum” honoris causa), ha di molto attenuato l’unico effetto realmente democratico del collegio, il legame fra eletto ed elettori, che per esempio nel “mattarellum” potevano sceglierlo liberamente in base al valore del candidato, senza perdere il diritto di sostenere il proprio partito di riferimento nella quota proporzionale, senza vincolo di coalizione.

Il problema è però un altro: dopo che la corsa separata di centrosinistra e 5 Stelle, nel 2022, ha consegnato una larga maggioranza al destra-centro nell’attuale parlamento, in più di un’occasione gli elettori hanno dimostrato di poter convergere sull’alleanza del campo largo o campo progressista che dir si voglia. Che in alcune zone del Paese, quindi, potrebbe ridiventare fortemente competitivo anche nei collegi uninominali. Paradossalmente, dunque, pur trattandosi di una pessima legge elettorale (come avevamo già ipotizzato a suo tempo qui) alle forze di opposizione non resterebbe che difendere il “rosatellum” per avere qualche chance in più nella competizione elettorale delle prossime politiche. Se poi ne avranno la forza – specie se il patto tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si dimostrerà sufficientemente solido (servirà un qualche riequilibrio concesso da Fratelli d’Italia a favore dei suoi due alleati, tradizionalmente forti proprio nei collegi uninominali in alcune regioni italiane) –, resta tutto da dimostrare.

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Tagsddl ballottaggi legge elettorale Paolo Barbieri soglia critica 40%

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