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La pace ingiusta

17 Dicembre 2025 Rino Genovese  1317

Il mantra ha stancato, “pace giusta e duratura”. Lo si sente ripetere meccanicamente, ma nessuno ci crede. Allo stato dei fatti, la “pace” in Ucraina non potrà che essere ingiusta e, probabilmente, niente affatto duratura. Bisognava pensarci dopo il primo mese di guerra: di fronte all’attacco primitivo e brutale per una dannatissima controversia territoriale che si trascinava da anni, con i paramilitari filorussi che controllavano già una parte del Donbass, si doveva trattare sulla base di qualche concessione territoriale (per esempio la Crimea) e di un’ampia autonomia per quelle porzioni di territorio che sarebbero rimaste sotto la sovranità ucraina. Il potere sovietico aveva dato all’Ucraina, prima con Lenin e poi con Kruscev – e questo, per la verità, andrebbe ascritto a loro merito –, ampie zone di confine, non considerando rilevanti le rivendicazioni di tipo nazionalistico; del resto, si trattava di un unico impero. Ma nel salto all’indietro che c’è stato, con il riemergere dei mostri ibernati della storia russa, tutte le “questioni di frontiera” riprendevano quota. Era accaduto altrove (in Georgia, per dirne una), e prudenza e realismo politico avrebbero voluto che gli Stati Uniti e l’Unione europea si dessero da fare al fine di risolvere il conflitto per via diplomatica.

È andata diversamente. Ora l’Ucraina di Zelensky si trova a trattare (ammesso che si arrivi a qualche risultato) in condizioni di evidente svantaggio. Cosicché consegnare alla Russia l’intero Donbass, perfino quella parte di territorio in cui gli invasori non sono ancora riusciti a mettere piede, sarebbe per Kiev l’ammissione di una sconfitta. Per arrivare a tanto, non sembra fuori luogo la necessità di una consultazione popolare, di un referendum, che avrebbe come posta in gioco il seguente dilemma: perseverare in una guerra priva di reali possibilità, con ulteriori lutti e distruzioni, tenendo fermo il principio per cui tanti giovani vite sono già state immolate, o invece porre fine alla carneficina e riconoscere la propria, sia pure relativa, debolezza?

L’Unione europea – e qui ci preme ribadire che ce ne sentiamo parte, pur con tutte le critiche che le rivolgiamo –, anziché seguitare a ripetere che Putin è una minaccia (lo è, in un certo senso, ma solo per quei Paesi dell’Europa orientale, come le repubbliche baltiche, che hanno al loro interno consistenti minoranze russofone), dovrebbe cercare di imbrigliarlo nella rete di trattative che abbiano al loro centro la possibilità di ridare alla Russia quel ruolo internazionale, anzitutto nell’economia del vecchio continente, a cui la Ostpolitik di Angela Merkel, in anni recenti, ci aveva abituati. Si possono anche usare i capitali russi fermi nelle banche europee (soprattutto in Belgio) come oggetto di una partita diplomatica (“se non abbassate la cresta in Ucraina, non rivedrete più quei soldi”); quello che non si dovrebbe fare, invece, è soffiare sul fuoco di una prosecuzione e di un allargamento della guerra.

Un referendum in Ucraina, dopo che si sia arrivati a darle delle garanzie di sicurezza per il dopoguerra, presupporrebbe almeno una tregua per poter svolgere la consultazione. Putin, per il momento, continua a negare anche questa. Ecco un punto sul quale battere: al novanta per cento gli ucraini non ne possono più di combattere (il che non sembra sia ancora il caso dei russi, che si sono, come del resto era prevedibile, bene acconciati sotto la propaganda nazionalistica), e dunque davvero la prospettiva di una pace ingiusta, favorevole nei fatti al Cremlino, potrebbe prendere corpo dalle urne. La stessa Russia, che dovrebbe temere i rigurgiti di un possibile nazionalismo ucraino postbellico, avrebbe interesse alla legittimazione dello stato di fatto che l’esito di un referendum non farebbe altro che registrare. Questo allora può ben essere il nocciolo di un accordo parziale: tregua subito, affinché gli ucraini possano esprimersi. E poi chi vivrà vedrà.

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Tagsguerra Ucraina pace ingiusta Putin referendum Rino Genovese Russia tregua

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