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L’unica soluzione del conflitto israelo-palestinese

12 Ottobre 2023 Rino Genovese  1171

D’accordo, Israele ha conquistato sul campo il suo diritto a esistere, anche se nel 1948 sarebbe stato più lungimirante (da parte della Gran Bretagna, soprattutto, che era la potenza coloniale della zona) andare verso la costituzione di uno Stato laico misto, ebraico e arabo insieme. Non fu un bell’esempio di State building. Ma se si sta a recriminare sulla storia trascorsa non se ne viene fuori, e si affonda – come infatti si sta affondando – nella guerra perpetua. Perciò quei governi, come qualcuno nel Maghreb, che parlano di Israele come di un’indebita “entità sionista” o fanno della pura propaganda (ed è il caso più probabile) o mirano a una cancellazione del passato che, a questo punto, implicherebbe una pulizia etnica, proprio come vorrebbe Hamas – guarda caso la stessa cosa, uguale e contraria, che vorrebbero anche gli estremisti israeliani. È chiaro che così non se ne verrebbe mai fuori.

Da tempo la comunità internazionale, le risoluzioni dell’Onu e così via, hanno indicato nella linea “due popoli, due Stati” la soluzione del problema: certo, non facile ma l’unica possibile. Una parte consistente dei palestinesi aveva accettato questa prospettiva, quella che fa, o faceva, riferimento all’Autorità nazionale palestinese con il suo centro in Cisgiordania; mentre nella striscia di Gaza, come si sa, domina Hamas che si è fatta largo con le armi, con l’impeto del suo islamismo radicale, e nel 2006, infine, vincendo le elezioni. È senz’altro un movimento all’interno di un generale ritorno delle religioni sulla scena pubblica, in un processo di controsecolarizzazione che dura ormai da molti decenni e ha molte facce: non solo quella limpida di papa Bergoglio (di cui non si disconoscerà il ruolo politico che svolge), ma soprattutto quella del jihadismo internazionale, in cui, pur con tutta la sua specificità, va inserito Hamas. Il fatto che un’organizzazione sunnita possa stringere un’alleanza strategica con gli sciiti iraniani e libanesi (con i quali di solito sono cani e gatti) dovrebbe dare da pensare: una comune volontà aggressiva e bellicista può prevalere sulla disputa teologica. E la ferocia, da cui spesso sono contrassegnate le azioni jihadiste, ricorda da vicino le guerre di religione che l’Europa ha conosciuto alcuni secoli fa.

Una leadership israeliana nemmeno troppo illuminata, semplicemente prudente, avrebbe favorito il dialogo con la fazione moderata della controparte; al contrario, si è puntato negli anni sulle divisioni interne al movimento palestinese, mentre si andavano occupando nuovi territori e si costruivano muri, con l’intenzione dichiarata di difendersi dal terrorismo, ma anche con il retropensiero di lasciare marcire la situazione, costruendo una specie di apartheid a cui la popolazione araba avrebbe dovuto un po’ alla volta assuefarsi.

Certo, se gli israeliani riprendessero seriamente la via di una trattativa, come al tempo di Rabin, dovrebbero scontare delle lacerazioni analoghe a quelle drammaticamente vissute dai palestinesi. Così si è preferito il nazionalismo a tutto tondo, in particolare con l’ultimo governo Netanyhau di estrema destra, ma anche in precedenza. Adesso – bisogna dirlo – la stessa controparte disponibile alla trattativa si è come dissolta. Ha perso quasi del tutto la propria legittimità e il consenso di cui godeva, pur essendo, sulla scena internazionale, ancora la rappresentante ufficiale del popolo palestinese. In Cisgiordania, negli ultimi giorni, la polizia dell’Autorità nazionale non ha fatto altro che frenare le proteste spontanee, presentandosi come forza di rincalzo della sicurezza israeliana, che ha ucciso, soltanto da martedì 10 ottobre a oggi, una ventina di manifestanti palestinesi, mentre già da mesi proseguono gli scontri con i coloni.

Da questa situazione non si vede via di uscita. Israele dichiara di volere annientare Hamas, considerato alla stregua del gruppo denominato Stato islamico, che è stato all’origine di una serie di orrori. Ma c’è una differenza tra le due organizzazioni: la seconda era espressione di un pugno di disperati, in gran parte provenienti dal dissolto esercito iracheno, senza un luogo, un territorio preciso che non fosse il sogno del califfato mondiale; la prima è invece radicatissima a Gaza e sta estendendo la propria influenza sull’intera popolazione palestinese. Hamas è interna, come si è detto, alla galassia jihadista, ma è anche un movimento di resistenza popolare. Non è affatto estirpabile: si possono infliggere gravi perdite a questa organizzazione, con i bombardamenti e la caccia all’uomo – ma in un modo o nell’altro essa si ripresenterà sulla scena, perché sta diventando, anche grazie a Israele, la principale rappresentante degli interessi palestinesi.

Perciò, di riffe o di raffe, occorrerà trattare o, se non altro, addivenire a un modus vivendi con Hamas. Nell’attacco subito il 7 ottobre è stato ravvisato un difetto di intelligence da parte degli israeliani; senza dubbio ci sarà stato. Ma c’è in essi un più grave deficit di intelligenza politica, a cui presto o tardi dovranno porre rimedio.

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TagsAnp apartheid Cisgiordania conflitto israelo-palestinese controsecolarizzazione dialogo con la controparte due popoli due stati governo netanyahu Hamas Israele movimento di resistenza popolare Rino Genovese trattativa

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