Il gong della prescrizione sarebbe suonato alla mezzanotte, ma una pazzesca corsa contro il tempo ha impedito che scattasse la tagliola: la corte di appello di Roma, ieri 21 luglio, ha condannato per falso – a tre anni e sei mesi il maresciallo Roberto Mandolini, e a due anni e quattro mesi il carabiniere Francesco Tedesco – nell’ambito del processo di appello bis sul pestaggio di Stefano Cucchi, il giovane geometra romano morto per le botte ricevute durante un fermo di polizia. Il rischio dell’impunità però non è del tutto dissolto: i difensori dei due carabinieri potrebbero ricorrere in Cassazione, e se i giudici ammetteranno l’impugnazione scatterebbe la prescrizione. In caso contrario, gli effetti della prescrizione saranno nulli.

“Voglio esprimere grande gratitudine al procuratore generale Roberto Cavallone e ai magistrati Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Giovanni Musarò, che hanno avuto il coraggio di riprendere in mano le fila di una vicenda processuale che era del tutto sbagliata e hanno avuto l’onestà intellettuale e la competenza per portarla avanti – ha detto Fabio Anselmo, combattivo legale della famiglia Cucchi –, da soli non avremmo fatto nulla. Abbiamo dato il nostro contributo: per me questo è un momento emozionante”. In merito alla imminente prescrizione, “faccio il mio in bocca al lupo al ricorso per Cassazione che Mandolini farà, e se questo verrà ritenuto ammissibile godrà della prescrizione. Quello che per noi è importante è che gli venga tolta la divisa, lui non dove portare quella divisa”, ha sottolineato Anselmo con parole chiare che vanno sposate pienamente: chi commette reati così odiosi non può essere riammesso dentro i corpi delle forze di sicurezza che dovrebbero difendere tutti noi. 

La sentenza di ieri è un importante tassello della battaglia giudiziaria della famiglia Cucchi che è riuscita a inchiodare, il 4 aprile scorso (vedi qui), i militari dell’Arma Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale: sono loro gli autori materiali del pestaggio del trentenne avvenuto il 15 ottobre del 2009 nella caserma Casilina, dove era stato portato dopo il fermo per possesso di sostanze stupefacenti. Il pestaggio, precisano i giudici, è la “causa primigenia” di una serie di “fattori sopravvenuti”, tra i quali le “negligenti omissioni dei sanitari”, che hanno causato la morte di Cucchi che morì dopo una settimana dall’arresto, mentre era ricoverato all’ospedale Pertini. Per “coprire” il crimine dei colleghi, Mandolini, superiore di Tedesco, che pur consapevole ha avallato, ha falsamente attestato, nel verbale di arresto, la rinuncia da parte del giovane romano alla nomina del difensore di fiducia. Entrambi poi hanno “soprattutto omesso di menzionare quanto realmente accaduto durante il tentativo fallito di effettuare i rilievi fotosegnaletici” a Cucchi, in particolare tacendo sulla “partecipazione del Di Bernardo e del D’Alessandro alle operazioni di arresto” – scrivono i giudici, mettendo una parola definitiva su questo caso tragico, che ha fatto interrogare l’Italia sui metodi dell’Arma. 

La tenacia della famiglia Cucchi ha potuto contare sulla collaborazione di uomini interni all’apparato della Benemerita – pensiamo al ruolo chiave e al coraggio di Riccardo Casamassima – che hanno scelto la verità, contribuendo allo svolgimento di un’inchiesta lunga e faticosa che, questa volta, non ha lasciato le vittime, e noi tutti, in un limbo di incertezze. La conclusione della storia giudiziaria per la morte di Stefano Cucchi ci solleva, mentre ricordiamo: il compleanno di Federico Aldrovandi, pestato a morte (furono condannati quattro poliziotti, Monica Segatto, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Luca Pollastri a tre anni e sei mesi per omicidio colposo per eccesso di mezzi di contenimento, tutti rientrati in servizio nel febbraio del 2014); l’assassinio, impunito dopo ventuno anni, di Serena Mollicone, vista entrare nella caserma di Arce, assolti pochi giorni fa il maresciallo Franco Mottola, suo figlio Marco e la moglie Anna Maria “per non aver commesso il fatto”, come il vicemaresciallo Vincenzo Quatrale (concorso esterno) e l’appuntato Francesco Suprano (favoreggiamento) “perché il fatto non sussiste”; i poliziotti del depistaggio Borsellino, condannati di recente, ma prescritti (vedi qui) perché non è stata riconosciuta per la loro azione l’aggravante di mafia – una incomprensibile alchimia giudiziaria. 

Ebbene, la battaglia della famiglia Cucchi è un esempio di azione civile che riesce a fare luce dentro i meandri dei corpi di sicurezza, che spesso si nascondono dietro le divise per coprire e autotutelarsi.