Un Chico Mendes del Ventunesimo secolo. Si tratta di Breiner David, il giovanissimo nativo colombiano di soli quattordici anni ucciso, come il leader ambientalista brasiliano, a colpi di arma da fuoco il 14 gennaio – ma la notizia è stata diffusa solo martedì scorso – perché difendeva l’ambiente e il diritto di vivere in pace nella propria terra. Il tragico evento si è verificato nel dipartimento rurale del Cauca, abitato dall’etnia Nasa, esattamente nella zona di Las Delicias, nel municipio di Buenos Aires, dove imperversano gruppi armati di vario genere, dai paramilitari e narcotrafficanti, in lotta per la gestione del mercato della droga, fino a ciò che resta dei gruppi guerriglieri che agiscono, dopo gli accordi di pace del 2016 tra il presidente Santos e le Farc (Fuerzas armadas revolucionarias colombianas), senza più alcun obiettivo politico. Tutti nemici dei popoli nativi che, con il loro agire, limitano le azioni criminali di questi gruppi.

Nel corso della sparatoria è rimasto ucciso anche Guillermo Chicame impegnato, come Breiner David, nel pattugliamento della zona, e altri due uomini tra i quali il capo della riserva. Ad aprire il fuoco sarebbero stati esponenti del gruppo armato “Farc dissidenti”. La pattuglia di indigeni prestava servizio come “guardiano della Madre Terra” con il fine di proteggere i propri territori, a rischio della vita e senza alcun supporto governativo. Il loro simbolo è il cosiddetto “bastone del comando”, unica arma nelle mani della “guardia indigena studentesca Kiwe Thegna”, impegnata appunto nella difesa delle aree native.

Per tutti coloro che si battono per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani e sociali la Colombia, da sempre, è un vero e proprio inferno. Secondo l’Ufficio del difensore civico colombiano, gli attivisti uccisi nel 2021 sono stati 145, di cui 32 membri di gruppi indigeni, mentre il Paese sudamericano è diventato per la Ong Global Witness il luogo più pericoloso al mondo per gli ambientalisti, con 65 vittime sulle 227 in generale del 2020. 

Durante il mese in corso sono stati uccisi altri tre attivisti. Drammatiche anche le cifre riportate dall’Instituto de estudios para el desarrollo y la paz (Indepaz): “Nel 2021 – denuncia il rapporto – sono stati assassinati 171 leader sociali, 48 ex guerriglieri delle Farc, altre 335 vittime tra difensori della terra e ambientalisti, ma anche semplici abitanti di poveri villaggi”. Dietro questo quadro desolante, dimenticato dall’Occidente e dagli Stati Uniti, attenti ai diritti umani a seconda delle convenienze politiche, c’è il totale fallimento degli accordi di pace che prima abbiamo citato, grazie ai quali l’allora presidente Santos è stato insignito del Nobel per la pace. Intesa che fin da subito è stata boicottata senza mezzi termini dall’attuale capo dello Stato di estrema destra Ivan Duque Márquez, dopo essere stata bocciata da un referendum popolare. Non è un caso se dal 2016 sono stati assassinati 1.200 leader sociali, dei quali ben 888 durante il governo di Duque. A cadere vittime di questa ennesima guerra sporca perpetrata in terra latinoamericana, sempre pacifici difensori dei diritti civili, oltre a ex guerriglieri intenzionati a entrare nella politica, e che invece stanno pagando con la vita un’intesa che forse non avrebbero dovuto firmare.  

La nuova strage nella patria di Gabriel García Márquez accade in un momento cruciale della vita del Paese. Da un lato, le grandi mobilitazioni dello scorso anno; dall’altro, le prossime importantissime elezioni di maggio. Le proteste, che hanno assunto via via sempre più forza e partecipazione, sono iniziate lo scorso 28 aprile contro una riforma fiscale e tributaria proposta dal ministro Carrasquilla, che prevedeva sacrifici per le classi meno abbienti. Il politico è stato poi costretto alle dimissioni. La mobilitazione ha poi puntato l’indice contro la corruzione e la pesante repressione da parte delle forze dell’ordine, che aveva causato centinaia di morti. Queste proteste hanno spinto il governo, nel mese di luglio, a presentare un nuovo piano, denominato “legge sugli investimenti sociali”, finalizzato a sostenere i programmi sociali e le spese legate alla pandemia, ritenuto tuttavia insufficiente dal movimento per ridare fiato a un’economia in affanno – meno 7% –, anche a causa della pandemia, e per garantire la qualità dell’istruzione.

In un’intervista rilasciata alla testata online “Sicurezza Internazionale”, Francisco Maltés, presidente della Central Unitaria de Trabajadores de Colombia (Cutc), uno dei sindacati più forti del Paese, ha sottolineato come “la crisi economica e sociale nel nostro Stato continua perché il presidente Duque non ha risolto nessuno dei problemi che affliggono la società colombiana”. La Cutc è parte di quella coalizione che ha dato vita alla protesta, e ha presentato delle proposte al Congresso nazionale riguardanti sia la gestione dell’ordine pubblico, con lo scioglimento della polizia antisommossa, sia la tutela dei settori più poveri della popolazione come il reddito di base di 260 dollari che riguarderebbe dieci milioni di persone. Sia pure con delle modifiche, la riforma fiscale è stata poi approvata il 7 settembre dal Congresso colombiano. 

La legge prevede di raccogliere circa 15mila miliardi di pesos colombiani (poco meno di 3,5 miliardi di euro) per garantire la stabilità delle finanze pubbliche e il rilancio dell’economia. Ma, se da un lato sono previsti sussidi per le famiglie più povere, dall’altro non mancano misure di austerità che caratterizzavano anche la precedente proposta. Tutto questo in previsione dell’appuntamento elettorale di maggio per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e rinnovare il parlamento. In un contesto simile a quello cileno, la grande mobilitazione di questi mesi sembra favorire, secondo tutti i sondaggi, il candidato della sinistra Gustavo Petro, 61 anni, ex guerrigliero del Movimiento M-19 e leader del partito Colombia Humana.

La coalizione Centro Esperanza candida, invece, l’ex ministro della Salute Alejandro Gaviria, mentre l’attuale formazione di governo, il Centro Democratico, punta su Óscar Iván Zuluaga, con scarse possibilità di successo a causa dell’impopolarità di Duque. Alla lista si aggiunge anche Ingrid Betancourt, ambientalista di area centrista, che nel 2002 fu rapita proprio dalle Farc, nelle mani delle quali rimase ostaggio per sei anni.

Petro ha promesso un aumento del salario minimo e una frenata allo sfruttamento petrolifero e minerario, attività spesso effettuate all’interno di terre abitate dai nativi. Se dovesse vincere, quali possibilità avrà di cambiare un Paese in cui, malgrado diversi tentativi, non è mai cambiato nulla? È un grande punto interrogativo. La fine di quella violenza raccontata da Márquez è un atto dovuto nei confronti di tutto il Paese, e di una nuova generazione desiderosa di libertà e giustizia: dei tanti giovani rappresentati dal povero David e da un altro grande protagonista, Francisco Vera, ambientalista di soli dodici anni, che rivendica i diritti dei ragazzi e delle ragazze della sua età. Per realizzare tutto questo, non basterà l’impegno di Petro o di qualunque altro politico. Ci vorrebbe quello del mondo che conta, ma che purtroppo si accorge dei colombiani solo quando muore un ragazzo di quattordici anni desideroso di giustizia e rispetto della propria storia e della propria cultura.