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Home » Interviste » La ferita del G8 di Genova sanguina ancora

La ferita del G8 di Genova sanguina ancora

In quei giorni fu violato lo Stato di diritto e lo spirito della Costituzione. Francesco Pinto, attuale procuratore reggente della città, in un’intervista rilasciata a “terzogiornale”, ritorna sui quei drammatici accadimenti del luglio del 2001

14 Luglio 2021 Guido Ruotolo  1353

Mentre cresceva anche in Italia il movimento no global, le nuove Brigate rosse di Galesi e Lioce facevano attentati e omicidi, come quello ai danni del giuslavorista Massimo D’Antona. Nel mondo la protesta si vestiva di nero, con i black bloc. A Seattle, nel dicembre del 1999, misero a ferro e fuoco la città durante la conferenza della Organizzazione mondiale del commercio; e l’11 settembre 2001, a New York, furono colpite le due torri gemelle dal terrorismo islamista. Genova arrivò il 19 luglio di quello stesso anno.

Di quei tre-quattro giorni che hanno spaccato l’Italia in due, parliamo con Francesco Pinto, oggi procuratore della Repubblica reggente di Genova, in quel luglio di vent’anni fa sostituto procuratore di turno. Di quello che accadde alla scuola Diaz, l’allora vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, Michelangelo Fournier, disse: “Sembrava una macelleria messicana”. E questa sensazione di una violenza brutale rimane ancora oggi viva.

Procuratore Francesco Pinto, il prossimo 19 luglio ricorre il ventennale del G8 di Genova. Di quei giorni rimane nella memoria del Paese lo scontro tra movimenti e forze di polizia che provocarono lesioni, torture, devastazioni, e anche un morto. In quel luglio del 2001 si è aperta una ferita che va ben oltre la questione della giustizia, perché chiama in causa i valori della libertà e della stessa Costituzione. Vent’anni dopo, quella ferita si è rimarginata?

Se la memoria di quei fatti è ancora così viva vuol dire che la ferita non si è rimarginata, perché violazioni così gravi dello Stato di diritto e dello spirito della Costituzione repubblicana rimarranno purtroppo una pagina indelebile della nostra vita civile e istituzionale.

Lei allora era un giovane pm che, tra l’altro, seguì gli eventi di quei tre-quattro giorni terribili. Black bloc ma anche critica al globalismo, fonti energetiche alternative, alimentazione e povertà. Era un movimento “ricco” di idee, di utopie, di programmi di lotta. Di tutta quella ricchezza oggi è rimasto ben poco. Genova fu anche un’occasione sprecata?

Si affermava con una buona dose di utopia che “un altro mondo era possibile”. Mi limito a constatare che dopo vent’anni è ancor più accresciuto il divario tra ricchi e poveri e che le dinamiche reali dell’economia sfuggono al controllo e alle decisioni del potere politico nella gran parte del pianeta.

Le ferite che si sono cicatrizzate a fatica riguardano episodi e comportamenti diversi. Le ricordo, avendo all’epoca seguito gli eventi da cronista, che si determinò un cortocircuito tra Stato e movimenti, tra istituzioni e cittadini. Era ancora ministro dell’Interno del centrosinistra Enzo Bianco, quando fu scelta Genova per ospitare i grandi della terra. E si discuteva di lasciare la gestione di Genova ai movimenti fino al giorno prima che iniziasse il G8. Bianco impose la linea della trasparenza ed erano quasi pubbliche le riunioni tra prefettura, questura, Viminale e movimenti per organizzare gli eventi. Insomma, fu sbagliata la scelta di Genova, che dal punto di vista della conformazione geografica non era difendibile. Ma fu sbagliata la trattativa avviata dal ministro Bianco con i movimenti? Lei che ricordi ha di questa fase che ha preceduto il 19 luglio e i giorni a seguire?

La scelta di Genova fu comunque sbagliata dal punto di vista logistico e delle possibilità operative. La linea del ministro Bianco fu in astratto condivisibile, ma purtroppo si rivelò inefficace alla luce degli eventi che poi accaddero. Come Procura, sul piano dell’ordine pubblico, venimmo solo investiti della questione della inadeguatezza del carcere di Marassi per contenere un probabile notevole numero di arrestati e fermati. Di qui l’utilizzo della struttura di Bolzaneto come luogo di detenzione provvisoria. Alla luce di quello che successe dopo, mai scelta fu più infelice e inopportuna.

Quando ci avvicinammo al 19 luglio, il governo cambiò. Arrivò il centrodestra. E, per molti, la presenza del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini nella sala operativa dei carabinieri rappresentò una lacerazione del tessuto democratico. L’attività di repressione e prevenzione delle forze di polizia, che dovevano garantire l’incolumità dei partecipanti al G8 e dunque impedire lo sfondamento della zona rossa, fu all’improvviso macchiata da una strumentalizzazione di destra?

Certamente quella presenza fu anomala, ma per costume professionale non posso addentrarmi in dietrologie o in illazioni non suffragate da concreti elementi. Di certo e, in più occasioni, in particolare all’interno della caserma di Bolzaneto, non pochi esponenti della Polizia di Stato e della Penitenziaria fecero sfoggio di un vergognoso lessico fascistoide nei confronti dei manifestanti arrestati – per non parlare degli atti di vera e propria tortura giudizialmente accertati.

Piazza Alimonda. La caserma di Bolzaneto. La scuola Diaz, e la città di Genova diventarono stazioni di una terribile via crucis. Le inchieste e i processi. Possiamo dire che è stata fatta giustizia?

Con molta fatica si è cercato di istruire processi complessi che probabilmente non avrebbero potuto avere luogo in assenza di una cornice di piena indipendenza della magistratura inquirente, saldamente ancorata a un unico ordine giudiziario. Il concetto assoluto di giustizia non è a mio avviso applicabile alle vicende giudiziarie, perché la verità processuale è sempre relativa. Alcuni punti fermi però sono stati raggiunti.

Guardando ai fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, alla caserma dei carabinieri Levante di Piacenza, alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, è legittimo chiedersi se siamo di fronte a “devianze” di un sistema che nel suo complesso tiene, oppure sono episodi che confermano che le “mele marce” sono costitutive del sistema degli stessi apparati di sicurezza?

Posso solo constatare con amarezza, in relazione a tali vicende, che purtroppo la “lezione” del G8 di Genova non è servita. Le valutazioni complessive sono sempre opinabili. Posso solo affermare con certezza che un autentico Stato democratico di diritto deve comunque rifiutare in radice l’esistenza di corpi separati che agiscano facendo strame dei principi costituzionali e affidamento nell’impunità.















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