Tra le due date simbolo delle festività civili della Repubblica (quella del 2 giugno, pure importante, appare secondaria), sono fioccate, come al solito, le polemiche. Non c’è da stupirsene: in nessun modo quelle feste possono essere considerate “feste di tutti”. Per quanto ci si possa sforzare di farle apparire tali, tali non sono, non lo sono mai state. Già molto prima che un’altra contraddizione venisse a scuotere il 25 aprile – quella dell’inserimento nella sfilata milanese della Brigata ebraica, il cui contributo alla fine della guerra fu invero limitato –, la “zona grigia” centrista era sotto accusa: lo slogan era – i più vecchi lo ricorderanno – “il 25 aprile è nata una puttana, e le hanno messo nome Democrazia cristiana”, sorvolando sulla circostanza che la festa della Liberazione fu voluta proprio da De Gasperi. Ma perché essa era già allora divisiva? Perché si protestava contro chi, con tutta evidenza, si serviva dei voti missini per eleggere il capo dello Stato (fu il caso del presidente Leone, negli anni Settanta), oppure diceva “no” alla messa fuori legge del partito neofascista. Quanto a quest’ultimo, poi, come avrebbe potuto accettare o solo sopportare una festività che ricordava la sua sconfitta in una guerra che fu anche guerra civile?
Dunque fuor di dubbio che il 25 aprile non sia mai stata la “festa di tutti”. E le cose non sono granché mutate con il trascorrere del tempo. La proposta molto peregrina, proveniente da parte postfascista, di fare della ricorrenza una festa “contro i totalitarismi” fa a pugni con la storia: perché i fascismi sono riconducibili a un’unica matrice ideologica – imperialista, razzista, di negazione della democrazia, di sopraffazione del più forte sul più debole ecc. –, mentre tra i comunismi non c’è stato solo lo stalinismo, e sia le loro pur minoritarie forme consiliari, sia, in seguito, l’evoluzione del Partito comunista italiano verso una socialdemocrazia di fatto, hanno mostrato come il totalitarismo staliniano ne sia stata soltanto una versione, sia pure non di poco conto. Soprattutto, assumere i partigiani comunisti – considerando che il Pci, all’epoca, si collocava nella linea di un ampio fronte democratico – come dei combattenti non per la libertà ma per un’altra forma di dittatura, è completamente falso. Certo, soggettivamente c’erano delle forti simpatie per Stalin (che del resto era un alleato anche dell’Inghilterra e degli Stati Uniti), ma l’obiettivo era quello della liberazione dal nazifascismo, non l’instaurazione di una qualche “dittatura del proletariato”.
Se si va poi a osservare l’altra festività, quella del primo maggio, la faccenda, sebbene in modo meno palese, è forse perfino più seria. Si tratta non di una festa del lavoro in genere, infatti, ma di una festa dei lavoratori (e oggi, aggiungiamo, delle lavoratrici) per nulla assimilabili, poniamo, a qualcuno che per vivere fa il dirigente di azienda, o si limita ad amministrare le proprie rendite. Nessuna sovrapposizione possibile tra le due differenti condizioni sociali. E anche se la Costituzione recita che la nostra è una Repubblica “fondata sul lavoro”, non bisogna dimenticare che l’ambiguità della formula, voluta da Fanfani, trovò nell’Assemblea costituente l’accordo delle sinistre – che inizialmente puntavano, invece, sulla dizione “l’Italia è una Repubblica di lavoratori” – solo per quieto vivere.
Infine, se a sparare a due militanti dell’Anpi, sia pure con una pistola ad aria compressa, è stato un giovanissimo ebreo – probabilmente ubriacato dall’estremismo degli attuali governanti di Israele, dimentico o ignaro dell’importanza della lotta di resistenza contro l’antisemitismo e il collaborazionismo filonazista –, se è accaduto questo, bisogna leggere l’episodio secondo uno strumentario concettuale non più basato sulla logica fascismo/antifascismo, quanto piuttosto sulla questione dell’abito assunto dalla reazione contemporanea, che come suo centro ha l’identità etnica e/o religiosa nelle diverse forme, presunte o reali che siano, in una prospettiva di violenta contrapposizione ad altre (presunte o reali) identità.
È nel passaggio a forme identitarie anche al di là dell’idea di nazione tipica dei nazionalismi che si può osservare la più recente declinazione di un autoritarismo e bellicismo sempre più protervi. Ed è ciò che permette a quella reazione di presentarsi, all’occorrenza, come qualcosa di diverso dai fascismi “classici”, in quanto rispettosa del gioco dell’alternanza politica, pur mirando a svuotare le istituzioni democratiche dall’interno. Proprio ciò che in tema di fanatismo si è venuto profilando con sempre maggiore chiarezza in Israele, dopo il 7 ottobre 2023, appare paradigmatico di cosa sia, e fin dove possa arrivare, una reazione identitaria. Oggi è contro di essa, contro la violenza cieca in cui si avvolge, che una nuova resistenza si fa necessaria.









