Un vero disastro. L’agonia della ex Ilva di Taranto è la fotografia del Paese reale, dell’inconsistenza della sua classe dirigente, dell’incapacità delle forze di governo nel guidare la transizione ambientale e proporre politiche occupazionali (incentivando i nuovi lavori) per le nuove generazioni. E mostra anche l’inadeguatezza dell’opposizione, incapace di proporsi come nuova classe dirigente. Ancora oggi, di fronte al bivio drammatico di Taranto, non si capisce cosa propongano il Pd, i 5 Stelle, l’Alleanza verdi-sinistra per “salvare” il lavoro, la salute e l’ambiente dei tarantini.
In queste ore drammatiche, il governo vuole far pagare ai lavoratori di Acciaiere d’Italia (seimila su quasi diecimila dipendenti entro gennaio in cassa integrazione) la crisi di Taranto. In altri tempi, fosse anche di sabato, l’opposizione avrebbe occupato Montecitorio, chiedendo al governo di riferire, di discutere il destino della siderurgia, del Sud e di Taranto. E invece? Silenzio. C’è la campagna elettorale in Puglia, Campania, Veneto. A quando un titolo su Taranto?
Le forze politiche (tutte) vogliono davvero la decarbonizzazione? Sono consapevoli che nulla potrà essere come prima? Diecimila occupati per produrre (quasi) dieci milioni di tonnellate d’acciaio l’anno fanno parte del passato che non può tornare. Le nuove tecnologie green tagliano drasticamente il numero dei lavoratori necessari per la produzione. Nel giorno in cui l’Istat denuncia che il Sud perde ogni anno quattro miliardi e cento milioni per la fuga dei giovani che preferiscono le università di Roma, Milano, Torino, il governo annuncia ai sindacati che i lavoratori di Taranto devono pagare con la cassa integrazione il disastro della siderurgia italiana, non offrendo un impegno reale sulla prospettiva dello stabilimento ex Ilva.
Martedì scorso, il sindacato, con grande dignità, ha interrotto il vertice a Palazzo Chigi, annunciando che aveva bisogno di confrontarsi con i lavoratori.
Davvero ci vuole fegato ad annunciare che tutto si chiarirà, e che il confronto con i sindacati per il governo è la via maestra da seguire. Dopo due giorni dalla presentazione ai sindacati di un piano, di un libro dei sogni su quello che sarà, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, come se nulla fosse successo, annuncia di essere “assolutamente disponibile a concordare con i sindacati le conseguenze per quanto riguarda i livelli di cassa integrazione”. E per martedì prossimo ha riconvocato i sindacati. Lasciando intendere che il governo vuole portare a termine il processo di decarbonizzazione in quattro anni, riaprendo tutti gli altiforni, cockerie, laminatoi, treni nastri. Insomma, entro fine febbraio vuole garantire gli impianti a pieno regime. Non è finita. Urso lascia intendere che il governo sta trattando con un nuovo “interlocutore” internazionale la cessione del gruppo siderurgico, pur non potendo rivelare la sua identità. Dunque, il presente è tragico ma il futuro sarà radioso.
A inizio settimana, nel corso dell’assemblea generale di Federacciai, il suo presidente Antonio Gozzi, era stato drastico: “Per l’Ilva di Taranto siamo ai titoli di coda. La situazione è grave e difficile. Nessun operatore siderurgico italiano o straniero si è presentato all’asta”. Gozzi detta le condizioni per la sopravvivenza di Taranto: “Accordo con l’Eni sul prezzo del gas e il prezzo dell’energia elettrica deve essere allineato ai francesi e tedeschi”. E chiede che chi compra il gruppo non può accollarsi i debiti passati e le pendenze giudiziarie e legali.
I sindacati sono sospettosi. Aspettano il vertice di martedì per convocare le assemblee dei lavoratori e fare il punto sulla vertenza. Temono che la (parziale) marcia indietro del governo sia dettata dalla campagna elettorale che vedrà, fra due settimane, i pugliesi eleggere il nuovo Consiglio regionale. E aspettano il nuovo incontro a palazzo Chigi di martedì prossimo. Il clima comunque non è sereno. È vero, i lavoratori (oggi ufficialmente sono 7.938 i dipendenti di Taranto) sono sfiduciati, dopo dodici anni di progressivo declino (a partire dal sequestro della magistratura dell’area a caldo per l’inquinamento e il disastro ambientale). Non vedono alcuna prospettiva e sognano una via d’uscita “garantita con incentivi”.
L’ultima colata di acciaio dell’Italsider che fu – dall’altoforno di Bagnoli, Napoli – ci fu il 20 ottobre del 1990. A distanza di trentacinque anni, solo un terzo del milione e mezzo di metri quadri di superficie dello stabilimento napoletano è stato bonificato. E l’ex Ilva di Taranto ha un’estensione di quindici milioni di metri quadri di superficie.
La settimana scorsa, a Taranto, dalla Protezione civile è partito un alert che ordinava ai cittadini di restare a casa e chiudere le finestre. C’era stata una fuga di gas che aveva provocato “odori molesti”, una puzza insopportabile. Secondo il Comune, “dalle prime informazioni pervenute, le emissioni sarebbero provenute dalla rada di Mar Grande e sembrerebbero state trasportate verso terra dai venti delle ultime ore”. Anche in passato si erano ripetute queste fughe di gas. Sul banco degli imputati non ci sarebbe solo l’ex Ilva, ma anche gli impianti Eni.







