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La Bulgaria nella zona euro malgrado i bulgari

Il Paese è nel caos. Ma per l’Unione europea sembrano contare solo i numeri

18 Dicembre 2025 Vittorio Bonanni  1449

Che l’Unione europea non fosse il paese dei balocchi, soprattutto per quegli Stati con economie fragili e un maggiore tasso di povertà, lo si sapeva già. Nessuno dimenticherà la “tragedia greca” andata in scena una quindicina di anni fa. Ma che si chiudesse più di un occhio sui problemi gravi che affliggono la Bulgaria, insistendo sull’ingresso dell’ex Paese comunista nell’area euro a partire dal primo gennaio 2026, senza tenere conto delle richieste di chi vorrebbe spostare di almeno un anno questa decisione, ci sembra veramente troppo.

Negli scorsi giorni, le piazze si sono riempite a Sofia e in tutto il Paese, in particolare di giovani che chiedevano le dimissioni, poi ottenute, del governo del primo ministro di destra, Rossen Zhelyazkov, punto di riferimento per l’Europa, in carica dallo scorso 6 gennaio, il cui governo è stato messo in minoranza per ben sei volte, e che non è riuscito neanche ad approvare il bilancio dello Stato, come peraltro già successo nel 2022 e nel 2023. Ma, nonostante questo scenario preoccupante, per la Commissione europea nulla cambia – a dimostrazione che la democrazia non è esattamente la sua preoccupazione principale.

Mentre scriviamo, sono in corso delle trattative per cercare di rimettere in piedi un esecutivo prima della data fatidica. L’ultimo governo era composto dal partito del premier, Gerb (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria), dai socialisti del Bsp (Partito socialista bulgaro), dal partito populista Itn (C’è un popolo come questo), tenuto in vita grazie al sostegno del Movimento per i diritti e libertà-Nuovo inizio! (Dps-Höh), alla cui testa c’è Delyan Peevski, uomo forte del Paese, dai manifestanti soprannominato “il porco”, in quanto simbolo della corruzione che affligge la Bulgaria. Le dimissioni del governo sono state approvate con 127 voti a favore, e successivamente c’è stata la richiesta del presidente, Rumen Radev, di formare un nuovo esecutivo, pena la creazione di un governo ad interim fino alle prossime elezioni.

Il Paese balcanico, del resto, non è nuovo al voto anticipato: dal 2020, anno anch’esso di grandi proteste contro il governo Borissov, ce ne sono stati sette. Dopo l’ingresso della Bulgaria nell’Unione – il primo gennaio 2007, insieme alla Romania, diventando così il suo ventisettesimo Stato –, il quadro politico e sociale del Paese è rimasto lontano dagli standard occidentali, più vicino agli altri ex del Patto di Varsavia, con una classe politica corrotta e una popolazione scontenta, pronta a sfidare un potere ancora lontano dal rispetto dello Stato di diritto sul modello occidentale.

Dicevamo del bilancio non approvato, che avrebbe comportato un aumento della spesa, con un conseguente e generalizzato aumento dei prezzi. Contro questo rischio, a organizzare la protesta, sono stati prevalentemente i giovani tra i 16 e i 30 anni, la cosiddetta generazione Z, alla stregua dei movimenti di protesta giovanile in altre parti del mondo, caratterizzati dall’uso massiccio dei social media per organizzare la mobilitazione. Uno dei loro slogan è give us a reason to stay, ovvero “dateci una ragione per restare”, a dimostrazione del loro rifiuto ad andare all’estero con prospettive lavorative misere. Se le piazze hanno determinato la caduta del governo, questo movimento non ha una sponda politica che lo sostiene.

Secondo Fabio Lugano – economista e collaboratore della testata online “Scenari economici” – l’opposizione si è mossa tardivamente: “Il partito Vazrazhdane (Rinascita) aveva annunciato un disperato tentativo parlamentare per chiedere un rinvio di un anno, citando l’articolo 5 dell’Atto di adesione, ma la mossa è subito apparsa ormai velleitaria di fronte ai trattati già siglati”. Nel caso della Bulgaria, ad avere la meglio è stato, ancora una volta, lo strapotere delle fredde esigenze economiche, che fin dall’inizio ha caratterizzato negativamente la costruzione europea: “È interessante notare – sottolinea Lugano – come la classe dirigente tecnica veda la questione. L’ex viceministro delle Finanze, Ljubomir Datsov, ora membro del Consiglio fiscale, ha commentato con disarmante franchezza:non vedo alcun problema tecnico. Siamo in una fase tale in cui non si vede cosa possa accadere”. In altre parole, il cambio della moneta sembra essere un mero problema di software, “slegato – aggiunge amaramente l’economista – dalle dinamiche democratiche o dalla capacità di spesa dello Stato. Nonostante le manifestazioni di piazza contro l’adozione della moneta unica e la paralisi istituzionale, il vincolo esterno ha prevalso. La Bulgaria adotterà l’euro, che i bulgari lo vogliano o meno, dimostrando così, ancora una volta, che nell’attuale architettura europea l’integrazione monetaria viaggia su un binario separato, e spesso impermeabile, rispetto alla volontà popolare e alla stabilità politica nazionale”.

Al punto che l’Europa è disposta a imbarcare un Paese disastrato politicamente, perché quello che conta è il rispetto dei parametri numerici (cioè la stabilità della moneta). Abbiamo già visto che cosa abbia prodotto nell’“Europa che conta” questo approccio. Tra furori bellici e tecno-finanziari, con i nazionalismi che crescono in ogni dove, la patria della democrazia non può avere dinanzi a sé un futuro radioso. E non per colpa di Mosca o Pechino, e neanche di Washington, ma di Bruxelles.

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